Lunedì 15 aprile 1946. Porto di Napoli.
Il piroscafo inglese “Duchesse of Richmond” lentamente sta attraccando al molo.
A bordo centinaia di uomini con lo zaino sulle spalle, smunti, stanchi e con i vestiti sdruciti.
Sono soldati italiani prigionieri di guerra degli alleati i quali, dopo anni di umiliazioni e di torture al limite della sopportazione, riescono a tornare in Italia.
Praticamente tutta la sua gioventù.
E’ bene precisare che successivamente al primo dopoguerra, il regime fascista introdusse l’istruzione premilitare “impartita, con carattere continuativo, a tutti i giovani che compiono l’8° anno di età, fino al compimento del loro 21° compleanno”.
Tale istruzione comprendeva due periodi : il primo a partire dal 1° gennaio dell’anno del compimento dell’8° anno di età fino al compimento del 18° anno, era di competenza dell’Opera Nazionale Balilla creata nel 1926, finalizzata all’assistenza e all’educazione fisica e morale della gioventù, e che si occupava anche di corsi post-scolastici per adulti e di economia domestica per le donne; il secondo, di servizio preliminare obbligatorio, dal compimento del 18° anno di età (leva fascista) alla chiamata alle armi della rispettiva classe di leva. Il cittadino italiano, iscritto nelle liste di leva, diventava cosi soldato e, da quel giorno, incombeva su di lui l’obbligo militare (obbligo di leva). Il servizio di leva poteva essere svolto anche presso la milizia fascista (MVSN), oppure prestato come “ausiliario” presso le varie forze armate taliane.
Ma facciamo un passo indietro.
Francesco nasce a Napoli il 16 ottobre 1919 da una famiglia numerosa (4 femmine e 2 maschi) di origini molto umili ma di sani principi morali.
La prima guerra mondiale è terminata da quasi un anno e il nostro caro Paese, anche se ne è uscito vittorioso, non ha usufruito di grossi profitti territoriali ed economici tanto che Gabriele D’Annunzio la definì “una vittoria mutilata” per la mancanza di tutti i compensi che spettavano all’Italia dopo, appunto, la grande guerra, a seguito del patto di Londra e dei termini dell’armistizio di Villa Giusti con Austria e Ungheria.
Il confronto con le cifre fu impressionante: il conflitto mondiale, durato quattro anni, causò più di 12 milioni di morti tra combattenti e civili..
In Italia si contarono circa 650.000 vittime su di una popolazione stimata di 35 milioni di abitanti (circa il 2%).
L’economia fu sull’orlo della bancarotta. I debiti dello Stato triplicarono e la prima conseguenza inevitabile fu l’aumento del prezzo dei generi alimentari.
Ad aggravare la già traballante situazione, nella primavera del 1918, fu l’arrivo di una tremenda malattia che all’inizio si presentò in forma abbastanza lieve, non diversa, infatti, della normale influenza stagionale e non mise, dunque, in allarme i medici.
In piena estate 1919 sembrò scomparire per poi apparire in seguito, verso la fine di agosto dello stesso anno, con la forza di un uragano devastante. I sintomi erano gli stessi del Covid-19 e cioè: lieve catarro al naso, senso di molestia alla gola, stanchezza, dolori su tutto il corpo, febbre, tosse stizzosa e polmonite.
A differenza dell’epidemia dei giorni nostri, ad essere colpiti furono soprattutto i giovani tra i 20 ed i 40 anni e senza alcuna patologia pregressa.
La tremenda malattia trovò terreno fertile aggredendo la popolazione in condizioni di estrema debolezza e prostrazione dovute ai lunghi anni di guerra, portando al collasso le strutture sanitarie dove medici ed infermieri proponevano ai propri malati solo e soltanto cure palliative come: tintuta d’oppio canforata, acido fenico, iniezioni di percloruro di mercurio e canfora in dosi industriali.
La gente fu presa alla sprovvista in quanto le voci inerenti l’epidemia non circolavano tra i paesi belligeranti poichè la censura militare impediva questo tipo d’informazione, fino al giorno in cui ad essere colpito fu Alfonso XIII re di Spagna, nazione tradizionalmente neutrale, cosicchè tutti i giornali dell’epoca diedero risalto alla notizia e da quel giorno l’epidemia venne battezzata con il nome di “spagnola”.
In tutto il Mondo furono stimati oltre 50 milioni di vittime, mentre in Italia se ne contarono oltre 600mila. Praticamente lo stesso numero di morti registrato nella prima guerra mondiale.
La lira nel 1920 valeva un quinto della stessa moneta del 1914 e questo significò per alcuni gruppi sociali l’impoverimento e, per altri, addirittura la rovina.
L’Italia era un paese essenzialmente agricolo e in quel periodo si registrarono inoltre, fortissimi squilibri tra i salari del nord e quelli del sud tanto da far registrare i primi scioperi.
Ma questa è un’altra storia.
Tutto questo preambolo per sottolineare il fatto che la famiglia di mio padre non se la passava molto bene. Mio nonno Vincenzo era nel campo delle calzature ma non possedeva un locale commerciale dove svolgere la sua attività, in quanto le spese di gestione erano insostenibili.
Si arrangiava come poteva, acquistando le scarpe all’ingrosso a Roma per poi rivenderle nei vari mercatini rionali, riuscendo nell’impresa di mandare i suoi 6 figli a scuola , almeno per quanto riguardava quella dell’obbligo.
Terminati gli studi, anche mio padre cominciò ad addentrarsi nel labirinto del mondo del lavoro, prima con lavoretti saltuari poi con un posto fisso presso un piccolo forno nel quartiere “Forcella”, dove era nato, con una discreta paga e, visto che il suo datore di lavoro era un parente da parte di madre, riuscì finanche a strappargli una promessa all’indomani dell’arrivo della famosa “cartolina rosa” : il posto che occupava sarebbe restato suo anche dopo il servizio militare. Mio padre, però, non immaginava nemmeno lontanamente cosa gli avrebbe riservato il destino.
Già il fatto di andare in Marina lo prese in contropiede. Lui che non andava d’amore e d’accordo con il mare (non sapeva nuotare), cominciò a fare i salti mortali per farsi “scartare” dalla Marina ed entrare nell’Esercito, ma dovette accettare, non senza rammarico, la sua nuova qualifica e destinazione: cannoniere sull’incrociatore leggero Bartolomeo Colleoni.
Questo, comunque, non gli sembrò un grosso problema visto che l’Italia non era in guerra.
La situazione, però, precipitò quando Hitler, dopo essersi assicurato la neutralità dell’Unione Sovietica, invase la Polonia dando inizio, così, alla seconda guerra mondiale.
L’Italia, alleata della Germania, rispose all’appello solo il 10 giugno del 1940 quando ormai la Francia era stata invasa dai tedeschi e sconfitta. Da quel momento, cominciò l’odissea per mio padre e per tanti come lui partiti per quella che veniva considerata “un’esperienza di vita” e cioè la leva militare.
Il conflitto fu voluto fortemente dal Duce pur conoscendo l’impreparazione delle forze alleate italiane. Di questo ne era convinto persino Hitler, tanto è vero che alla firma del famoso “Patto d’Acciaio” il 21 maggio 1939, si convenne che l’Italia sarebbe intervenuta in guerra, non prima del 1942, come da assicurazione verbale data dal ministro degli Esteri tedesco Von Ribbentrop al suo omologo italiano Galeazzo Ciano.
Dal balcone di piazza Venezia, invece, Benito Mussolini il 10 giugno 1940 dichiarò che il regime fascista sarebbe entrato in guerra contro “le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente” e, con le mani sui fianchi, chiuse il suo discorso con la frase rimasta celebre : << Vincere e vinceremo >>.
Non solo il fascismo non vinse ma apparve subito evidente che le forze messe in campo non erano affatto sufficienti ed adeguate.
Mio padre salì a bordo per la prima volta sul Colleoni il 25 gennaio 1940 dopo aver trascorso più di tre mesi nel porto di La Spezia. Le sue prime missioni di guerra furono quelle di deporre mine nel canale di Sicilia e scortare un grosso convoglio di rifornimento da Tripoli a Bengasi. Proprio durante quest’ultima operazione, il 9 luglio del 1940, partecipò, senza però prenderne parte, pur viaggiando con la stessa flotta, alla battaglia di Punta Stilo in quello che fu considerato il primo vero scontro in mare tra la Royal Navy e la Regia Marina Italiana con la più alta concentrazione di armamenti navali durante tutto il conflitto nel Mar Mediterraneo.
Nello schieramento avversario figurava, come tragico presentimento, il cacciatorpediniere australiano Sidney, lo stesso che, di lì a qualche giorno, lo avrebbe affondato .
Anche se in questo scontro si palesarono gravi carenze tattiche della Regia Marina per l’eccessiva dispersione delle salve e ad una inadeguata cooperazione strategica con la Regia Aeronautica, nel complesso il risultato fu di “un pareggio tattico” senza nè vincitori nè vinti.
IL 18 luglio 1940 il Colleoni salpò da Tripoli ed insieme al suo gemello Giovanni dalle Bande Nere si diresse a Lero, nel Mar Egeo, dove l’attività britannica nelle acque greche, stava causando grosse preoccupazioni.
E così arriviamo a quel maledetto 19 luglio 1940.
Basandomi principalmente sulla testimonianza di mio padre e di altri marinai superstiti, ho cercato di ricostruire quelle drammatiche ore che portarono all’affondamento del Colleoni e alla morte di oltre 100 tra ufficiali, sottufficiali e marinai.
Quella mattina, all’alba, c’era una fitta nebbia che copriva la linea dell’orizzonte alterandone la visuale. Il mare era agitato con vento teso di maestrale.
Molti marinai dormivano ancora.
Alle 6:17 la vedetta del Bande Nere scorse i profili dei cacciatorpedinieri nemici e subito partì l’ordine : “Tutti ai posti di combattimento”.
In molti non ebbero nemmeno il tempo di vestirsi e si fiondarono ai loro posti in mutande e canottiera.
Alla vista delle nostre navi, gli inglesi batterono in ritirata e i due incrociatori italiani dietro, pronti a dare voce ai cannoni. Purtroppo quella sensazione di superiorità rispetto al nemico, che aveva prevalso su ogni altra percezione, durò pochissimo, giusto il tempo materiale per rendersi conto di essere finiti, dritti dritti, in una trappola. Un’altra nave nemica, infatti, apparve all’improvviso. Era il Sidney che cominciò ad affinare la mira sulle due navi italiane.
Gli inglesi, dopo aver effettuato un lancio inefficace di siluri ed aver disteso una vasta cortina di nebbia, aiutati anche dalla naturale foschia del mattino, riuscirono a portarsi incolumi verso NE nonchè ad aumentare la distanza dalla formazione italiana.
Alle 8:13, dopo due ore di incessanti scambi di salve, il Sidney colpì il Colleoni mettendogli fuori uso il timone.
Altri due colpi, in rapida successione, lanciati dai CC.TT. Havock e Ilex lo colpirono ancora bloccandolo sulla rotta che stava seguendo: il primo raggiunse il torrione causando molte vittime e feriti, tra i quali, in modo grave, il comandante Umberto Novaro; l’altro perforò il ponte a centro nave raggiungendo il tunnel dell’asse dell’elica di dritta.
La caldaia, danneggiata anch’essa dal colpo, esplose riversando getti d’aria bollente nel raggio di 30 metri, investendo ed uccidendo diversi marinai.
I montacarichi che rifornivono le torri con munizioni da 152 mm vennero irreparabilmente danneggiati rendendo vano l’approvvigionamneto sia delle torri di calibro principale che quelle di calibro secondario. Una volta esplosi, questi uccisero gran parte del personale addetto alle armi contraerei ed ai tubi lanciamissili.
All’interno della nave, cessata l’erogazione di energia elettrica, rimase in funzione solo l’impianto di emergenza ma anch’esso, poco dopo, collassò, lasciando l’interno della nave completamente al buio. Per poter uscire da quei compartimenti, mio padre e i suoi compagni, dovettero farsi luce con fiammiferi ed accendini.
L’Hyperion e l’Ilex, intanto, arrivati vicinissimi al Colleoni, continuarono a crivellarlo di colpi micidiali, in specialmodo nella plancia e sul torrione uccidendo tutti i marinai presenti in quell’area.
Il Colleoni era, ormai, un relitto in fiamme, in lento ed inesorabile affondamento.
La nave italiana, martellata dai colpi del nemico, cominciò a perdere velocità e alle 8:24 si ritrovò immobilizzata a cinque miglia da Capo Spada.
L’Ammiraglio Casardi che era sul Bande Nere e che coordinava le operazioni di guerra, fiducioso della velocità delle sue navi, non prese affatto in considerazione la mancanza di un’adeguata protezione e continuò la battaglia.
Nel frattempo, il Sidney spostò la sua attenzione sul Bande Nere colpendolo con un siluro al castello di prua e con una granata esplosa sottocoperta. Bilancio : 8 morti e 16 feriti.
Tutti gli uomini del Colleoni si prodigarono affinchè la loro nave rimanesse a galla, respingendo ogni tentativo avversario. A tale riguardo ci sono testimonianza di uomini che, a sprezzo del pericolo, sacrificarono la propria vita, come il tenente del Genio Navale Fernando Voltolini che, nonostante l’ordine di abbandonare la nave, rimase al suo posto, tentando di rimettere in pressione le caldaie, oppure come il capitano del Genio Navale Alberto Cristofanetti, (che ritroveremo più avanti) il quale, nonostante fosse ferito ad una gamba, tentò, senza avere fortuna, di rimettere in funzione la parte non danneggiata del motore; oppure come il capo cannoniere di prima classe Giovanni Agnes che soccorse, tra non poche difficoltà, un ufficiale gravemente ferito, raggiungendo la plancia invasa dalle fiamme per poi, insieme al Tenente di Vascello Francesco Lapanse, distruggere dei documenti segreti.
Ci vorrebbe un libro intero per ricordare tutti i gesti eroici che accompagnarono gli ultimi istanti di vita del Colleoni.
Ritornando a quelle drammatiche ore, alle 8:30 l’Hyperion e l’Ilex accostarono al Colleoni a meno di 5.000 miglia e lo finirono. Arrivò, quindi, inesorabile il rauco grido di dolore del comandante Novaro : “Abbandonare la nave” , anche se apparve chiaro a tutti la sua reale intenzione d’inabissarsi con essa.
I suoi uomini non accettarono affatto quella sua decisione. Gli fecero indossare a forza un giubbotto di salvataggio e si lanciarono in mare con lui, cercando di allontanarsi quanto prima dalla zona per evitare di essere risucchiati dal vortice che si stava formando, nel frattempo, a causa dell’affondamento.
Alle 8:38 il Colleoni venne scosso da una violenta esplosione a prua. La bandiera italiana sventolava ancora sull’albero principale prima che una cannonata la spazzasse via e, sommerso fin quasi all’altezza della coperta, sbandò a dritta, si capovolse ed affondò. Sulle onde increstate restarono solo rottami galleggianti, chiazze di nafta e centinaia di uomini con indosso i giubbotti salvagente che, successivamente, vennero raccolti dalle navi nemiche.
Il colleoni fu il primo incrociatore della Regia Marina ad andare perduto nel secondo conflitto mondiale. Altri quindici ne avrebbero seguito la sorte negli anni a venire.
L’Ilex recuperò 230 naufraghi seminudi, l’Hyperion solo 35 mentre l’Havoch, che restò più tempo in zona, ne raccolse 260.
Dei 525 superstiti recuperati, c’erano 93 feriti di cui 51 in modo grave.
Il bollettino di guerra del giorno successivo recitò testualmente:
<< Presso l’isola di Candia si è svolto ieri all’alba un combattimento di tre ore tra i nostri incrociatori leggeri Giovanni dalle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni e una forza inglese composta da due incrociatori protetti e quattro cacciatorpedinieri.
Nonostante la netta superiorità delle forze avversarie, i nostri incrociatori hanno impegnato il combattimento infliggendo gravi danni al nemico.
Il Colleoni, colpito ad un organo vitale ed immobilizzato, è affondato combattendo strenuamente. Una buona parte dell’equipaggio si ritiene che sia salvo >>.
Pur conoscendo le reali potenzialità dei due incrociatori italiani, il Duce si dichiarò depresso per questa perdita : << …non tanto per l’affondamento in se stesso, quanto per il combattimento condotto in modo poco brillante >>.
Una volta a bordo, i naufraghi, rifocillati con tè e gallette, e ricevuti gli indumenti asciutti, furono condotti ad Alessandria d’Egitto dove arrivarono alle ore 11 del 20 luglio 1940 dopo un trionfale ingresso nella baia. Qui vennero radunati sul piazzale antistante il porto, in attesa di essere condotti in campi di prigionia cosiddetti “di transito” per essere interrogati.
Durante questi “incontri” i prigionieri venivano depredati dei loro averi (portafogli, orologi, catenine, effetti personali) e subivano insulti e sputi dagli indigeni, accorsi in massa ad assistere alla grossa novità.
Una scena umiliante e mortificante.
I feriti furono presi in carico da una fila di ambulanze e successivamente portati a bordo di una nave ospedale. Tra di loro anche il comandante Novaro il quale, a seguito delle ferite riportate durante la battaglia, morì il 23 luglio 1940 nell’ospedale della Marina Britannica ad Alessandria d’Egitto.
I funerali furono celebrati con solenni onori militari resi dalla Royal Navy britannica. Fu un episodio celebre di cavalleria militare: il comandante Cunningham, ordinò ai suoi ufficiali, che avevano preso parte allo scontro, di portare il drappo.
Novaro fu sepolto, inizialmente, nel cimitero di Chatby ad Alessandria d’Egitto e successivamente le sue spoglie furono traslate nel Sagrario Militare Italiano di El Alamein.
Per il suo eroico comportamento durante la battaglia, dove si prodigò per la salvezza dei suo equipaggio, nonostante le ferite, gli fu conferita la medaglia d’oro al valore militare con la seguente motivazione:
<< Comandante di incrociatore leggero, dedicava tutte le sue energie spirituali e materiali alla preparazione della nave per il supremo cimento, guidandone ogni attività verso un sacro ideale di dovere e di sacrificio.
Impegnato in lungo e strenuo combattimento contro forze superiori, portava animosamente al fuoco la sua unità, infondendo nei dipendenti, con la parola e con l’esempio, le sue alti doti di coraggio e sprezzo del pericolo e continuava con impeccabile volontà l’impari lotta anche quando la sua nave, immobilizzata dalle avarie e colpita a morte, era circondata dagli avversari che concentravano su di essa l’offesa con ogni arma.
Ferito gravemente durante l’azione, incurante di sè, dava disposizioni per il salvataggio della gente mentre l’unità affondava a bandiera spiegata.
Minorato dalle ferite riportate e deciso ad inabissarsi con la nave, veniva dai suoi ufficiali munito a viva forza di un salvagente e sospinto in mare.
Raccolto da unità nemiche, soccombeva alle ferite dopo sei giorni di atroci sofferenze, sopportate stoicamente, chiudendo in terra straniera la sua nobile esistenza tutta dedicata alla patria >>.
Acque di Candia, 24 luglio 1940
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