La voce narrante di Nino ci accompagna in un viaggio a ritroso nel tempo; il castello, con il suo borgo, è il protagonista assoluto di queste narrazioni, quasi uno scrigno di tutto ciò che lo circonda. Come quando incontrerà “L’uomo “nero” che si presenta come uno spettro in carne ed ossa, che non esce di casa quasi mai di giorno, alimentando timori e leggende.
L’ignoto che appare sotto forma di streghe, licantropi o fantasmi gentili, senza escludere il ricordo di sogni di ragazzi o di tradizioni e tristi pagine di storia come le marocchinate.
“Ormai è chino su sé stesso vicino alla porta, osserva quel pugnale, ma sembra quasi volerlo evitare, la bestia è più forte e furba di lui, ma all’improvviso con uno scatto felino si spinge sulla lama, essa gli sfiora un braccio e lo ferisce, perde sangue ma nulla di nuovo e sperato per il momento succede; la parte ancora lucida piange la propria condizione di sventura, mentre quella animale esce minacciosa dalla porta”.
Perché ho scritto questo libro?
Una dedica rivolta ai nostri avi per la loro fanciullezza e giovinezza devastate dalla guerra e dalla miseria, e alle future generazioni, perché dagli errori del passato imparino a vivere in armonia e pace.
I racconti viaggiano su strade impervie, quasi parallele, corrono veloci e a volte si sovrappongono, si intrecciano: difficile distinguere il presente dal passato. L’uno non prevarica l’altro, ma si fondono con armonia, lasciando l’amletico dubbio:
quale la realtà? Quale la fantasia?
ANTEPRIMA NON EDITATA
L’immortal pensiero
Scriviamo per renderci immortali
Per l’eterna vita dei nostri amori
Per i nostri pensieri eterni
Su un filo leggero come seta
L’eterno ci dona l’oblio e l’eterna leggerezza dell’anima
Piuma d’inchiostro intrisa scorre veloce tra righe alterne
Un concetto riflesso nel tempo, un’ode intona e dona
Come versi stesi a cercar quell’agognata dimora
Capitolo 1: – L’uomo col mantello nero
Si sta facendo sera e Nino, chino su un libro dalle pagine ingiallite e sdrucite, si alza per uscire a vedere il tramonto che sempre lo attrae con i suoi vividi colori.
Non è mai lo stesso, basta una nuvola, un alito di vento, che l’orizzonte può cambiar colori e sfumature da un momento all’altro; poi c’è quella stellina, così lucente che appare sempre per prima ad incantarlo; più luminosa delle altre, quasi più grande e vicina che vorrebbe toccarla;
è Venere, un pianeta, lo conosce bene, ma da sempre quella luminosità desta in lui attrazione e curiosità.
La sua casa si trova al di sotto della collina dove si erge il castello, diroccato e abbandonato, ma con la torre dell’orologio ancora funzionante; Nino conta i rintocchi; uno, due, tre, quattro e cinque ….
Ecco, sono le cinque del pomeriggio, e ad ovest del castello una luce rossastra mista a nubi si spande nel cielo annunciando bel tempo anche per il giorno seguente.
“Quasi quasi, chiamo i ragazzi e ci facciamo due caldarroste – pensava – e subito si precipitò da alcuni suoi amici, Boscolo e Mariotto, per organizzare la cosa.
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Le scarpe sono pesanti, sulla strada pietrosa e Nino deve stare attento a non inciampare mentre corre.
Il suo passo è incessante ma agile, sembra correre come il vento su quella strada disastrata;
i suoi amici distano qualche centinaio di metri più avanti giù per la discesa che lo condurrà da loro.
I due ben contenti di vederlo, dopo una giornata di studio, lo fecero entrare.
“Oh, amici miei, ci vogliamo fare due caldarroste a casa? C’è il camino acceso così ci scaldiamo pure, inizia a fare freddo” esordì Nino.
Per quella via c’erano tante casette costruite come meglio si poteva, a volte senza una forma geometrica vera e propria; in alcune pioveva dentro e lo zione (così veniva chiamata una persona anziana, con un piccolo legame di parentela) stava proprio riparando qualche canale.
I ragazzi accolsero ben volentieri quella proposta e corsero a raccogliere sciarpe e giubbotti prima
di incamminarsi verso casa sua.
Arrivati da lui si dirigono in cantina per prendere le agognate castagne; ma, ahimè, il sacco è vuoto.
Sconsolato e con occhi tristi, Nino comunica ai suoi amici l’amara scoperta.
“Mannaggia, le abbiamo mangiate qualche sera fa, ma non credevo fossero finite…uffa che si fa?”
“Arriviamo un attimo in paese dal fruttivendolo e le compriamo “dice Boscolo il più grande.
Mariotto è d’accordo con il fratello anche se, essendo il più piccolo, ha qualche timore perché
sta facendo buio.
“ma ci dobbiamo andare proprio adesso? Ma dove passiamo?” – inizia a lagnarsi – per strada passano le macchine, la via non ha lampioni, è scuro dappertutto, e poi…”
Su quel “poi” si guardano tutti e tre in faccia e quasi chinano il capo come per raggiunta rassegnazione; ma cosa c’era in quel “poi”?
Si narrava, soprattutto da parte dei nonni, che alla fine della cosiddetta “via “che altro non era
quella stradina dove abitavano e che arrivava in paese, che in un gruppetto di casupole, dove non arrivava neanche la luce se non quella della luna, se non era brutto tempo, abitasse un uomo , molto in là con gli anni e che faceva spavento.
Lo chiamavano l’uomo nero, ma non per il colore della sua carnagione, ma perché vestiva sempre di nero e che indossava un grosso cappello e mantello dello stesso colore.
Dicevano che vivesse da solo, che non aveva né parenti né amici e che di giorno non usciva mai.
Questo naturalmente era ben chiaro e fissato nelle menti dei ragazzi, che solo al pensiero di passare nel buio della notte davanti quella casa rabbrividivano.
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