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Consegna prevista Dicembre 2026
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“Altrove” racconta la storia di Elian, un ragazzo che vive una vita apparentemente normale finché un evento inspiegabile lo costringe a mettere in dubbio tutto ciò che credeva reale. Una lettera misteriosa, un corvo che sembra guidarlo e l’incontro con Auren lo conducono oltre i confini del suo mondo, verso un luogo chiamato “Altrove”, dove il tempo si piega e i ricordi possono essere cancellati o riscritti. Qui Elian scopre che il suo passato nasconde verità dimenticate e un’identità che potrebbe cambiare il destino di più mondi. Tra frammenti di memoria, scelte irreversibili e un legame profondo che sfida il tempo, dovrà decidere chi vuole essere davvero, prima che qualcuno lo faccia al suo posto.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “Altrove” perché per molto tempo mi sono sentita sospesa tra ciò che ero e ciò che avrei potuto diventare. Questo libro nasce dal bisogno di dare forma a quella sensazione di distanza, di ricerca, di domande senza risposta. Attraverso Elian ho esplorato la memoria, le scelte e la paura di perdere se stessi. Scriverlo è stato un modo per affrontare le mie crepe interiori e trasformarle in luce, immaginando un luogo dove anche ciò che si spezza può diventare inizio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Tutto è cominciato il giorno in cui ho smesso di credere che le cose succedano per caso.

Aveva piovuto per ore, una pioggia lenta e ostinata che sembrava voler lavare via qualcosa, o forse preparare il terreno a qualcos’altro. Poi, senza preavviso, era arrivata l’alba: pulita, troppo chiara per una mattina di settembre. Il cielo era così limpido che quasi sembrava finto, come se il mondo avesse deciso di indossare il suo abito migliore, pur sapendo che stava per succedere qualcosa di irrimediabile.

Io lo sentivo. Lo sentivo nello stomaco, come una vertigine trattenuta. Nelle mani, che non riuscivano a stare ferme. E in quel silenzio—quel silenzio stonato, dissonante—che si crea quando tutto sembra troppo calmo

Non sapevo ancora chi sarei diventato.

Non avevo idea che nome avrebbe avuto il dolore, o il desiderio, o la magia che stava per piombarmi addosso come una seconda pelle. Ma sapevo che qualcosa si stava spezzando, o forse solo trasformando. E, se devo essere sincero, una parte di me lo voleva. Avevo bisogno che il mondo smettesse di fingere di essere normale. Avevo bisogno che qualcosa—qualcuno—mi costringesse a guardare altrove.

Forse era solo un’illusione. Una di quelle che ti racconti per sopravvivere. Ma quando bussarono alla porta—una, due, tre volte—non ci fu più spazio per dubbi.

Non era solo l’inizio di una storia. Era la fine di tutte le altre.

Capitolo 1 – Dove finisce la strada

La casa era immersa in quel silenzio sospeso che precede gli eventi che cambiano la forma del mondo, un silenzio non naturale, come se l’aria avesse scelto di trattenere il respiro in attesa di ciò che stava per accadere. Io ero seduto al tavolo della cucina, circondato dall’odore tiepido del tè che non avevo bevuto e dalla luce pallida del mattino che filtrava dalla finestra, quando i tre colpi arrivarono. Non forti. Non deboli. Ma calibrati con un’accuratezza inquietante, come se chi li aveva dati conoscesse il ritmo del mio cuore meglio di me. Li sentii più che udirli, come un impulso che si propagava attraverso il pavimento, salendo nelle ossa e nell’aria, alterando qualcosa che non riuscivo a distinguere. Quel suono aprì un varco invisibile tra il presente e qualcosa di più antico, un’eco che non apparteneva realmente al momento in cui era accaduto, ma a un prima che non ricordavo.

Mi sollevai lentamente. Il cucchiaio nella tazza vibrò impercettibilmente, sfiorando il bordo come un tintinnio trattenuto, e quella vibrazione mi rimase addosso, accompagnandomi fino alla porta d’ingresso. Ogni passo sembrava più pesante del precedente, non per fatica, ma per una strana consapevolezza che cresceva in me, come se stessi percorrendo un corridoio che non apparteneva alla mia casa ma a un’altra versione della mia vita. La porta era chiusa, chiusa come sempre, chiusa per abitudine, chiusa per paura di un mondo che non avevo mai compreso fino in fondo. Eppure, quando posai la mano sulla maniglia, fui assalito dalla sensazione che dall’altra parte non ci fosse un estraneo, ma qualcosa di molto più vicino, come un ricordo che si rifiuta di restare sepolto.

La aprii.

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La luce del mattino invase l’ingresso, ma non c’era nessuno. Nessun movimento, nessun respiro, nessuna ombra. Solo il mondo immobile che sembrava osservare, in silenzio. Poi la vidi: una busta color crema, appoggiata sullo zerbino con la precisione di un gesto sacro. Il mio nome — Elian — scritto a mano. Non tremavo, ma la pelle mi si increspò come se il corpo sapesse qualcosa che la mente ancora non aveva raggiunto.

Raccolsi la busta. Era calda. Non il calore diffuso delle superfici al sole, ma un calore più diretto, come se fosse stata consegnata un istante prima da mani vive, mani che non avevo udito. Rientrai in casa con la busta tra le dita, dimenticando di richiudere la porta, e per un momento il mondo alle mie spalle rimase sospeso sulla soglia, come se aspettasse.

Mi sedetti al tavolo, appoggiai la busta davanti a me e la aprii. Estrassi un foglio piegato. Lo spiegai con attenzione, avvertendo un leggero tremore nella carta, come se avesse memoria di chi l’aveva scritta.

Elian,
non dovresti ricordarmi. È stato fatto apposta. Le regole non sono giuste, ma sono necessarie. Tuttavia, il tempo ha ricominciato a scorrere e tu sei di nuovo al centro. Non so cosa ricorderai, né cosa sarai pronto a vedere. Ma sappi questo: qualcuno ti sta cercando. E se lo trovano prima di te, tutto finisce.
 Segui il corvo.
 Ci vediamo al tramonto.
 Lì dove finisce la strada e inizia il fiume.
 — A.

Lessi quelle parole più volte. Ogni volta il mio nome sembrava risuonare in modo diverso, ogni volta una parte di me si tendeva come se riconoscesse un suono lontano. Non avevo memoria di chi fosse A. Non avevo memoria del perché quelle parole mi facessero vibrare qualcosa nell’anima, eppure sapevo che non stavo partendo da zero. Era come se la mia mente avesse subito un taglio netto e tutto ciò che precedeva quell’incisione fosse ancora lì, ma sfocato, irraggiungibile. Guardai la finestra.

Un battito d’ali.

Un corvo, nero come un frammento di notte rimasto intrappolato nella luce del giorno, stava sul parapetto del balcone. I suoi occhi brillavano di una consapevolezza che non poteva essere animale. Mi fissava. Non sbatteva le ali, non inclinava la testa. Aspettava.

Il mio respiro rallentò. Dentro di me qualcosa si allineò, come se quel momento fosse stato previsto da molto prima della mia nascita. Mi alzai, indossai la giacca e uscii. La porta si chiuse alle mie spalle con un suono che sembrava un confine che si richiude. Il corvo spiccò il volo e io lo seguii.

La strada fuori dal paese era immersa in una quiete innaturale. Non c’era vento, non c’erano voci. Solo il battito ritmico dell’aria che scorreva sotto le ali del corvo mentre avanzava davanti a me, spostandosi da un palo all’altro come se seguisse un itinerario già tracciato. Ogni tanto si fermava, mi aspettava, poi riprendeva il volo. Io seguivo. Non per coraggio, non per curiosità, ma per quella sensazione sottile che spinge anche l’acqua a scorrere sempre verso la stessa direzione.

Il paesaggio cambiava, impercettibilmente. La luce si faceva più fredda, la terra più umida sotto i miei passi. Le pozzanghere ancora presenti riflettevano un cielo che sembrava diverso da quello che avevo visto dalla finestra. Dopo un tempo che non seppi misurare — perché Altrove non ha mai avuto un rapporto gentile con il tempo — raggiunsi la curva dove il corvo era scomparso.

E la vidi.

La strada finiva di colpo. Un taglio netto nell’asfalto, come se qualcuno avesse interrotto la costruzione del mondo proprio lì. Oltre quel limite iniziava un sentiero sterrato che scendeva verso il fiume. L’aria era più densa, il sole rimaneva immobile in un punto che non era né pomeriggio né mattino. E in mezzo al sentiero c’era una figura.

Alta, sottile, i capelli scuri che ricadevano sulle spalle. Di spalle. Immobile.

Era come se mi avesse sentito arrivare molto prima che io la vedessi.

Feci un passo.

Il terreno sembrò rispondere. Non un rumore, non un movimento, ma una vibrazione appena percepibile, come un increspamento nella stoffa invisibile del mondo. Feci un altro passo. La figura si voltò lentamente. Il volto era in parte oscuro, ma gli occhi… gli occhi brillavano con una luce che non apparteneva a nessun luogo che conoscessi. Luce di ricordo, luce di ferita.

Auren.

Non la ricordavo, eppure la conoscevo.

Lei parlò senza alzare la voce, e il mondo sembrò piegarsi intorno a quel suono.

«Sei arrivato.»

Non chiese come, non chiese perché. Solo un’affermazione. Una certezza.

«Tu…» le parole mi sfuggirono prima che potessi controllarle. «Chi sei?»

Lei non si mosse, non cambiò espressione.
Inspirò appena, come se la risposta fosse troppo grande per essere trattenuta a lungo.

«Quella che ha aspettato che il tempo tornasse a scorrere.»

Si voltò, indicò il sentiero.

«Vieni. La strada davanti a noi non aspetterà ancora.»

E senza aggiungere altro, iniziò a camminare.

Seguii Auren lungo il sentiero, mentre il paesaggio intorno a noi sembrava disfarsi di tutto ciò che aveva di familiare. Non era un cambiamento brusco. Era qualcosa di più sottile, come assistere alla dissolvenza di un ricordo che si ostina a non voler scomparire del tutto. Le forme rimanevano riconoscibili, ma i contorni si sfumavano, si inclinavano leggermente, perdendo quella stabilità che dà al mondo la sua consistenza. Ogni volta che sbattevo le palpebre, avevo l’impressione che qualcosa fosse diverso da un istante prima.

Auren camminava pochi passi davanti a me. Non si voltava, ma sapevo che percepiva ogni mio pensiero come una vibrazione nell’aria. Sembrava muoversi con la sicurezza di chi ha percorso quella strada centinaia di volte, eppure c’era qualcosa nel suo passo che tradiva un’ombra di esitazione. Un ritmo leggermente spezzato, quasi impercettibile, come se ogni tanto dovesse ricordare a se stessa dove mettere il piede successivo.

Il fiume apparve solo quando la terra scese abbastanza. Non era largo. Non era profondo. Ma l’acqua aveva una qualità che non apparteneva al mondo di superficie. Rifletteva il cielo in modo sbagliato, come se la sua superficie fosse uno specchio opaco che tentava di ricordare come si comporta la luce ma falliva volontariamente. Ci fermammo sulla riva. L’aria aveva un odore metallico, tagliente, come se fosse stata incisa da qualcosa che non potevo vedere.

Auren parlò senza guardare l’acqua.

«So cosa hai letto nella lettera.»

Non risposi. Lei continuò.

«E so cosa hai sentito quando hai visto il corvo.»

Inspirai lentamente. Ricordavo solo un’ombra di quel momento, come se non fossi io ad averlo vissuto, ma un altro me stesso di cui avevo ereditato solo la sensazione.

«Non capisco cosa sta succedendo,» dissi.

Lei abbassò le spalle, un movimento appena percettibile.

«Non devi. Non ancora.»

Poi si voltò verso di me. I suoi occhi sembravano assorbire la luce invece di rifletterla. Non erano vuoti. Non erano pieni. Erano… in ascolto.

«Ma devi sapere una cosa prima che attraversiamo.»

Spostò lo sguardo verso l’orizzonte, dove il mondo sembrava piegarsi su un punto di luce invisibile.

«Non sono io ad averti mandato la lettera.»

Il gelo mi attraversò come un filo teso. Sentii la pelle reagire prima della mente.

«Ma era firmata A.»

«Lo so.»
 Abbassò lo sguardo. «È questo che la rende ancora più pericolosa.»

Un silenzio si stese tra noi, pesante come un presagio. Il fiume scorreva lento, ma il suo suono era ovattato, distante, come se provenisse da un luogo che non coincideva con quello in cui ci trovavamo.

«Allora… chi l’ha scritta?» chiesi.
 «Qualcuno che vuole che tu venga qui.»
 «Perché?»
 «Perché tu ricordi.»

Quelle parole mi colpirono più di qualsiasi rivelazione avrei potuto immaginare. Era come se qualcosa dentro di me si fosse incrinato, non abbastanza da rompersi, ma abbastanza da lasciar filtrare una luce che non ero pronto a vedere.

Auren fece un passo verso l’acqua. Io la seguii.

Il fiume non era freddo. Non era caldo. Era come posare la mano su un pensiero che ancora non ha deciso che forma prendere. Scendemmo lungo la riva fino a una zona dove le pietre si facevano più lisce, come levigate da secoli di attesa.

«Qui,» disse lei.

Si inginocchiò. Io rimasi in piedi, osservando il modo in cui sfiorava l’acqua con la punta delle dita. L’acqua reagì al suo tocco con un bagliore quasi impercettibile, come se riconoscesse la sua presenza.

«Devi capire una cosa prima di passare.»

Inspirò lentamente, come se stesse scegliendo le parole con estrema precisione.

«La Frattura non è solo un luogo.»
 «È un confine?»
 «È un confine… ma non tra due luoghi.»
 Sollevò lo sguardo verso di me. «È un confine tra ciò che sei stato e ciò che potresti essere. E non tutti sopravvivono al momento in cui quelle due versioni si incontrano.»

Il vento soffiò appena. O almeno credetti fosse vento, ma il movimento dell’aria non aveva direzione. Sembrava provenire da dentro di me, come un respiro trattenuto troppo a lungo.

«E io cosa devo fare?» chiesi.

Lei si alzò lentamente, la postura rigida come se un peso invisibile trattenesse le sue spalle.

«Segui me. Non fermarti. Non voltarti. Qualunque cosa tu senta, qualunque voce tu creda di riconoscere, non lasciare che il tuo nome venga pronunciato.»

Deglutii, la gola secca.

«Perché?»

Lei avvicinò il volto al mio. Non per intimità. Per precisione.

«Perché se il tuo nome viene pronunciato, non sarai più tu a rispondere.»

Si voltò verso l’acqua e, senza esitare, fece il primo passo dentro il fiume. L’acqua le arrivò alla caviglia, poi alla tibia. Non fece rumore. Non si increspò. Semplicemente la accolse.

Io la seguii.

Il fondo era solido, ma non capivo di cosa fosse fatto. Non era pietra. Non era sabbia. Era qualcosa di più simile a una memoria solida. Ad ogni passo sentivo sotto i piedi una resistenza lieve, come se il terreno ricordasse tutti quelli che avevano camminato prima di me.

A metà del fiume l’aria cambiò improvvisamente. Non più densa, non più liquida. Era come se avessi messo la testa sott’acqua pur respirando perfettamente. Un ronzio basso mi riempì le orecchie, un ronzio che non veniva da fuori. Era dentro la mia testa. Dentro il mio petto.

Poi il ronzio si trasformò.

In voci.

Non parole complete. Frammenti. Echi di qualcosa che un tempo forse era stato un dialogo, o una promessa, o un addio.

Ritorna.
Non dovevi…
Non ancora.
Elian.

Il mio nome. Sentii le labbra irrigidirsi, il cuore battere un colpo più forte.

Auren si voltò di scatto.

«Non ascoltarle.»

La sua voce attraversò il rumore come una lama. Inspirai, cercando di ignorare le vibrazioni che aumentavano.

L’acqua cominciò a brillare. Non come riflesso, ma come luce che nasce dal fondo. Una luce azzurra, pulsante, instabile. Ogni impulso sembrava sincronizzato con il mio respiro. A ogni bagliore avevo l’impressione che qualcosa mi sfuggisse — un ricordo, un nome, un volto. Cercai di aggrapparmi al presente, ma il presente era come una corda che si assottigliava.

Auren aumentò il passo.

Io la seguii, ma un sussurro attraversò l’aria con una chiarezza che mi paralizzò per un istante.

Non lasciarla entrare.

Mi voltai.

Solo per un istante.

La riva alle mie spalle non era più la riva. Era… una stanza. La mia stanza. Il mio letto. La finestra semiaperta. Il profilo di una figura seduta accanto a me. Non vedevo il volto, solo le mani, poggiate sulle ginocchia, e un tremito impercettibile.

Una voce soffocata, familiare.

Elian… devi svegliarti.

La pelle mi si gelò.

Auren gridò qualcosa.
Non capii la parola.
Sentii solo l’urgenza.

Mi voltai di nuovo verso di lei.
La stanza sparì.
L’acqua brillò come una lama appena estratta dal fuoco.

La vidi tendermi la mano.
La afferrai.

E il mondo crollò.

Non verso il basso.
Verso l’interno.

L’acqua esplose in un bagliore bianco, e per un istante ebbi la sensazione di essere sospeso in uno spazio senza forma, senza peso, senza respiro. Poi la luce si ritirò, lasciando solo silenzio.

E quando la percezione tornò, non eravamo più nel fiume.

Eravamo altrove.

Lo capii dal modo in cui il suolo pulsava sotto i piedi, dalla qualità del silenzio — un silenzio che osserva, che registra, che aspetta — e dalla presenza pesante dell’aria, come se fosse stata compressa per anni e solo ora ci fosse stato concesso di attraversarla.

Auren si raddrizzò lentamente. Il suo volto era più pallido. I suoi occhi più scuri.

«Benvenuto,» disse.
 «Siamo nella Soglia.»

Mi guardai intorno.

Il mondo non era ancora mondo.
Era un insieme di linee incomplete, forme in divenire, pensieri che tentavano di diventare materia.

Altrove stava respirando.
E noi eravamo nel suo primo respiro.

La Soglia non aveva un confine definito. Non era un luogo e non era un passaggio. Era più simile a una decisione che non aveva ancora scelto la propria forma. Il terreno sotto i nostri piedi sembrava solido, ma vibrava, come se respirasse al ritmo di qualcosa che non apparteneva al nostro mondo. Ogni volta che poggiavo il piede, un impulso tiepido risaliva la gamba, una pulsazione che poteva essere un richiamo o un avvertimento.

Auren avanzò con lentezza, i capelli che le scivolavano lungo le spalle come se il movimento stesso dell’aria li accompagnasse. Il suo sguardo non era rivolto a un punto preciso. Sembrava osservare l’intero spazio allo stesso tempo, come se ogni dettaglio meritasse attenzione. La luce — se così si poteva chiamarla — non proveniva da un’unica fonte. Era un chiarore diffuso, incerto, che si accendeva e si affievoliva seguendo un ritmo che non riconoscevo.

Mi accorsi che non riuscivo a sentire il mio respiro. Inspiravo, espiravo, ma non udivo nulla. Né il battito del cuore. Né il rumore delle mie scarpe contro il terreno. Era come se la Soglia avesse inghiottito ogni suono, come se avesse deciso che, per ora, l’unica cosa da ascoltare fosse se stessa.

«Non fermarti,» disse Auren.
 La sua voce sembrava provenire da molto più lontano, nonostante fosse a due passi da me.

Feci un passo avanti. La luce cambiò tonalità, un lieve bagliore violaceo che attraversò la superficie sotto i nostri piedi come un’onda silenziosa. Era come se il terreno stesse registrando la nostra presenza, catalogandola, pesandola. Non sapevo se fosse un bene.

Proseguimmo.

La Soglia iniziò a mutare, non lentamente ma a scatti, come un’immagine che tenta di stabilizzarsi dopo una lunga distorsione. Una linea retta apparve alla mia sinistra, sottile come una fenditura nella realtà. Poi svanì. Al suo posto, una massa scura si modellò in qualcosa che richiamava vagamente un muro, ma non aveva superficie. Era trasparente e opaco allo stesso tempo, come un ricordo che non vuole farsi afferrare.

«Stai vedendo troppo,» mormorò Auren senza voltarsi.
 «Cosa significa?»
 «La Soglia ti sta leggendo. Cerca ciò che temi.»

Deglutii. Non c’era nulla di rassicurante in quell’affermazione.

Il terreno si incurvò leggermente verso il basso, costringendoci a un cammino lento e inesorabile. Avevo l’impressione che più avanzavamo, più qualcosa dentro di me si separasse, come se una parte di me restasse indietro a ogni passo, trattenuta da un’ombra che non ricordavo.

Fu allora che lo sentii.

Un suono. Un singolo battito. Non mio. Non di Auren. Era come un cuore che si risvegliava dopo un lungo silenzio. Proveniva da qualche parte davanti a noi, ma non riuscivo a definire la distanza. Avrebbe potuto essere a pochi metri o a chilometri. Ogni vibrazione sembrava piegare l’aria, al punto che la luce cambiava direzione a ogni impulso.

Il battito divenne una presenza più che un suono. Una presenza che avanzava.

Sentii la pelle del collo tirarsi, come se fosse stata sfiorata da un soffio.

«Non guardare a destra,» disse Auren con voce più tesa, quasi spezzata.
La mia mente urlò di obbedire, ma il corpo esitò. Era come se qualcosa cercasse di trascinarmi verso quella direzione, una curiosità tanto innaturale da sembrare imposta.

Chiusi gli occhi e feci un passo avanti.

Il terreno tremò appena.

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Jennifer Melany Fiore
Sono una ragazza determinata e sensibile, con una forte curiosità verso il mondo e le persone che mi circondano. Frequento l’ultimo anno di scuola superiore e affronto ogni esperienza con impegno e spirito critico, cercando sempre di migliorarmi. Amo approfondire ciò che studio e mettermi alla prova in nuove sfide. La scrittura rappresenta per me uno strumento essenziale di espressione: attraverso le parole riesco a dare forma ai pensieri, alle emozioni e alle riflessioni più profonde. Prediligo uno stile chiaro ma intenso, capace di unire semplicità e significato. Il mio obiettivo è costruire un futuro che rispecchi le mie passioni, coltivando creatività e determinazione.
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