Questi stregoni assetati di avidità, sfruttando le alte cariche ricoperte, si macchiarono di crimini orrendi, causando morte e sofferenza alle persone che avevano giurato di servire e proteggere. A quel punto, quelli ancora fedeli all’Originario Compito cercarono di contrastarli con tutte le loro forze, scatenando una sanguinosa guerra senza quartiere che durò più di due secoli.
La primavera stava finendo e il sole tramontava sempre più tardi. L’enorme parco che circondava New London era invaso dai giovani, intenti a scaricare lo stress di quell’anno scolastico quasi terminato.
Non per tutti, però, era giunto il tempo del riposo.
Quel venerdì pomeriggio, in uno degli appartamenti al quarantaduesimo piano della torre nordest dell’enorme città grattacielo, una tempesta chiamata Marcus Flinch stava infuriando minacciosa e implacabile.
L’ampio studio era un posto davvero raffinato e un po’ stonava con quello che vi accadeva al suo interno.
L’arredamento era composto da mobili antichi in noce scuro e delle eleganti tende di panno rosso erano raccolte ai lati di una grande finestra alle spalle della scrivania. Due delle quattro pareti erano coperte da scaffalature piene di libri di ogni tipo e, al centro della stanza, tre piccoli divanetti in pelle erano disposti di fronte a uno splendido caminetto in pietra, nel mezzo di una parete tappezzata di fotografie.
Il figlio quindicenne di Marcus era in piedi davanti alla scrivania del padre con le braccia lungo i fianchi e il capo leggermente piegato in avanti.
«Archibald, questa è l’ultima volta che tollero questo tuo disprezzo per le regole» disse l’uomo seduto sulla comoda sedia girevole cercando di darsi un contegno. Aveva usato il nome del figlio per intero, segno che era davvero molto deluso dal suo comportamento.
Cliff Bennett, il preside dell’accademia di Numis, nonché suo amico d’infanzia, lo aveva chiamato al giornale in cui lavorava per comunicargli che Archibald aveva aggredito con la magia un ragazzo waiasso, un “profugo d’oltre cortina” a cui era stato concesso di fuggire dall’inferno in cui erano caduti gli esseri umani.
In origine, il termine “waiasso” era stato coniato per sottolineare una natura imperfetta e priva di magia ma poi, nei secoli, quella parola aveva perso il suo significato dispregiativo ed era diventato un semplice nome comune con cui gli abitanti di Ancestral definivano coloro che non facevano parte del loro mondo.
Quella di Marcus era una delle famiglie più importanti di tutta la comunità e un comportamento così scorretto era a dir poco inaccettabile, specialmente in un periodo tanto delicato.
Aghata, la figlia di otto anni, era nascosta dietro la massiccia porta di quercia dello studio a origliare quella terribile lavata di capo che il fratello stava subendo.
La bambina era molto legata al ragazzo, che chiamava “il mio dolce Archie” in compagnia delle sue amichette.
Anche lui l’amava, ma aveva un modo tutto suo di dimostrarlo, trattandola sempre con finto distacco.
«Ti prometto che la prossima telefonata da parte della scuola ti costerà la caccia al folletto» continuò Marcus, consapevole di quanto il figlio ci tenesse.
Il Cobolorum Venari, o caccia al folletto, era una vecchia tradizione estiva che aveva luogo nelle foreste, in cui un gruppo di giovani stregoni cercava di catturare una di quelle sfuggevoli creature senza l’uso della magia. Era un compito tutt’altro che facile, ma chiunque riusciva nell’intento si guadagnava il rispetto degli altri compagni. Per di più, secondo la tradizione, catturarne uno donava fortuna per un intero anno.
I folletti erano esseri dalle folte capigliature, alti non più di una quarantina di centimetri, con grossi piedi pelosi e una pelle dura come il cuoio. Con grossi nasi a patata e orecchie lunghe a punta, di solito vestivano con le pelli dei piccoli animali di cui si cibavano. Non avevano poteri magici, ma in passato venivano catturati dagli stregoni perché i loro capelli erano l’ingrediente principale di alcune pozioni molto potenti. Ormai, però, i capelli di folletto provenivano solo da allevamenti certificati e la caccia a quello scopo era diventata inutile.
«Comunque, per non rischiare che tu possa dimenticare questa nostra chiacchierata, ho deciso di requisire la tua bacchetta fino a nuovo ordine.»
«Ma, papà, non puoi…» iniziò a dire il giovane bloccandosi subito. Non aveva mai visto il padre cambiare espressione così all’improvviso.
«Non posso?» ribatté lo stregone battendo i pugni sulla scrivania, alzandosi lentamente dalla sedia.
Quando fu in piedi, superando il figlio in altezza di almeno quindici centimetri, Marcus allungò la mano verso Archie e questi, a testa bassa, gli consegnò la bacchetta rosso fiammante.
«Come farò per le lezioni a scuola?» chiese il giovane quasi in un sussurro.
«Ho già parlato con il professor Ignatius e abbiamo trovato una soluzione pratica. Userai una delle bacchette che la scuola ha in dotazione.»
«Ti prego, dimmi che non parli sul serio» disse il ragazzo, sconvolto dalla cosa. «Come speri che possa diventare un grande stregone se mi farai usare una di quelle bacchette da morto di fame?»
A quelle parole lo stregone, sospirando, ricadde scoraggiato sulla sedia imbottita.
«Prima cosa: quelle bacchette “da morto di fame”, come le chiami tu, sono le stesse che usavo anch’io quando frequentavo la scuola; tuo nonno non mi ha mai viziato come purtroppo ho fatto io. Seconda cosa: non è la bacchetta che ti farà grande, ma solo quello che hai nel cuore e, mi duole dirlo, se continui ad avere queste idee infelici, avrai poche possibilità di diventarlo.» Marcus sapeva di aver usato delle parole pesanti, ma non sopportava quella scarsa considerazione per le persone meno fortunate. «Ti posso assicurare che molti dei più potenti stregoni che ci hanno preceduto non devono il loro successo a una bacchetta da duemila talleri come quella che ti abbiamo regalato tua madre e io.»
Quando lo stregone ebbe finito, tra i due ci fu qualche secondo di assoluto silenzio. L’uomo attendeva un qualche segno di pentimento da parte del figlio, che però non arrivava.
Marcus sapeva quanto il ragazzo fosse orgoglioso e testardo: due caratteristiche che gli ricordavano tanto il suo amato fratello, e un’altra ombra calò sul suo animo già messo a dura prova.
«La tua punizione non finisce qui» continuò. «C’è un’altra cosa.» Un sorriso a malapena percettibile affiorò sulle labbra dello stregone. «Dovrai badare a tua sorella mentre la mamma e io saremo a cena dai Ferendeles.»
«Sììì!» L’urlo di gioia della bambina arrivò schietto e spontaneo da dietro la porta.
«Quella peste. Non ha ancora perso il vizio di origliare» disse Marcus rassegnato, guardando verso la porta chiusa.
Lo stregone si aspettava una replica immediata da parte del figlio, ma stranamente non successe niente.
In realtà, Archie era alquanto contrariato dalla prospettiva di passare quel venerdì sera da solo con la sorella, ma non voleva dare al padre un pretesto per altre punizioni.
Dannazione! pensò stringendo i pugni. Proprio stasera che dovevo andare al cinema con gli altri.
Marcus apprezzò molto quella prova di autocontrollo e decise di non infierire ulteriormente. A quello avrebbe pensato la monella nascosta dietro la porta.
«Per me può finire qui. Sappi, però, che se te la sei cavata così a buon mercato è solo grazie a tua nonna Kristeen. Fosse stato per me, avresti già detto addio ai tuoi folletti.»
Grande, nonna! pensò Archie.
«Ora puoi andare.»
Il ragazzo girò i tacchi e, senza aggiungere altro, uscì dalla stanza.
Non appena Archie fu fuori, Aghata gli si fiondò letteralmente tra le braccia.
«Quanto sono felice. Questa sera sarai il mio cavaliere.»
«Hai ascoltato tutto, eh? Sei una scimmietta malefica!» disse il ragazzo scrollandosela di dosso.
La bimba era abituata a quelle strane dimostrazioni d’affetto e, tutta eccitata, corse in cameretta a prepararsi per la serata.
Anche Archie andò nella sua stanza e, sdraiato sul suo morbido letto ad acqua, ripensò a tutte le cose successe quel giorno.
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