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Calcare, Cronache da Est Nord Est

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Consegna prevista Agosto 2023
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“L’acqua a nord est è dura come la vita.”

Gianca, Alan, Sandro e Caio sono nati a Trieste. Sono cresciuti nei quartieri popolari da madri assenti. In casa, niente è più definitivo del provvisorio, la rabbia si tramanda di padre in figlio come fosse un eredità, i soldi non ci sono mai, la città è una gabbia piena di vecchi dalla quale fuggire e la musica metal diventa l’unica possibilità di riscatto da un mondo che vuole costringerti a fare solo un lavoro inutile.

Calcare, Cronache da Est Nord Est è suoni devastanti, alcool, concerti abusivi nelle grotte del Carso, Carabinieri, pentoloni di Grand Pumpel, retate della Finanza sulla spiaggia, serate da coma etilico e perquisizioni in piazza. È rabbia che vibra sotto pelle, con le spille da balia nelle guance e gli autofilettanti nelle orecchie. La ricerca costante di qualcosa, che nessuno sapeva cosa fosse, ma che mancava come l’aria. “Nisun xe vivo in stà cità.”

Perché ho scritto questo libro?

In questo libro ho messo tutto il mio impegno e tutto quello che ho imparato in tanti anni, ho scritto capitoli dove mi tremavano le gambe e altri dove ho dovuto fare un giro del tavolo perché ero troppo eccitato per continuare. Un’idea forte è quello che mi muove, continuamente, costantemente da vent’anni. Ho scritto questo romanzo perché senza un’idea non riuscirei nemmeno ad alzarmi dal letto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRO

Tom Araya va a messa tutte le domeniche. L’ho letto su Wikipedia.

Magari non è una notizia, ma io non lo sapevo.

Dopo diciotto dischi con gli Slayer, Tom Araya dichiara che è diventato un cattolico praticante.

Non c’è niente di male nel diventare cattolico praticante. Ma se per tutta la tua vita hai diffuso nel mondo la cultura delle croci alla rovescia, vendendo 10 milioni di dischi, ispirato assassini come “Le bestie di Satana” a fare sacrifici umani nei boschi del Varesotto e inneggiato ai valori del diavolo e del nazismo, vuole dire che qualcosa nel tuo cervello è andato storto.

E forse anche nel nostro che gli siamo andati dietro.

Il metal, con tutte le sue declinazioni, è stata una rivoluzione che in realtà non ha mai detto niente di niente. I concetti erano spesso maldestri, banali, niente di poetico o generazionale; i testi inneggiavano a feste, alcool, donne, droga e follia, osannavano il male come simbolo, qualcosa che poi, nemmeno gli autori conoscevano esattamente, ma andava bene così. Erano suoni devastanti, tutto il resto lo faceva la gente. Le band avevano le maschere, i capelli lunghi, il rossetto e i musicisti andavano sul palco vestiti e truccati come una messa in scena.

In effetti lo era.

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Poi sono passati tanti anni, il rossetto e le maschere sono spariti, è crollato il muro di Berlino, anche le torri gemelle e noi siamo tutti cresciuti, compreso Tom Araya che ora di anni ne ha sessanta suonati. Ma i ricordi sono rimasti.

A Nord Est, gli anni ottanta ribollivano di Heavy Metal Italiano. ( Steel Crown “Sunset Warriors” Discomagic 1987)

A centinaia suonavano uno strumento. La scena rock pulsava e decine di gruppi cercavano di affermarsi. Era la rabbia di una città dimenticata da tutti, dove non succedeva mai niente di niente.

Poi, in realtà, trent’anni dopo, qualcosa era successo. Qualcosa che nessuno si poteva aspettare che succedesse. Qualcosa che stava tra la vita e la morte e non aveva una ragione.

Un mistero che faceva pensare.

Per questo avevo ricevuto quella telefonata.

Non ci sentivamo da più di vent’anni, non sapevo nemmeno dove fosse finito e lui ha esordito con un: “Dovemo scriver un romanzo”.

Abitava ancora nella stessa palazzina, allo stesso numero, nella stessa via.

Quando ci siamo seduti al tavolo della sua cucina, io ho aperto il Mac e lui ha iniziato a raccontare quella che alla fine, è stata la storia più assurda che avessi mai sentito.

Una storia che inizia più di trentacinque fa, quando tutto è cominciato.

I protagonisti di questo romanzo non sono degli eroi.

Tutti i fatti narrati sono realmente accaduti.

( Nulla che si muove è innocente.)

CALCARE

( CRONACHE DA EST NORD EST)


PHANTOM CITY

1992
( parte seconda)

Trk 3 – Burning Tree : Burning Tree

Venerdì sera

Piazza Goldoni

Il traffico stava scemando.

Al capolinea degli autobus, il Cremcaffè aveva abbassato le serrande e qualche macchina era già parcheggiata davanti all’edicola. Il Raudo, arrivato con il Coyote da Servola e Berto con la 127 di Oscar scesi da Prosecco, stavano bevendo birra in lattina.

Piano, piano, arrivarono anche tutti gli altri: Tony Mastela, Dodo, Aristotele, Guerrino Scarpa, Jocalavita, Ciaociao, Robertin, Sveva, Apo, Jack Fassetta, Yure Bestia, Tommy Slayer, Piero, Stinco e Caio.

Una parte della piazza, la sera, si trasformava. Di giorno era una normale piazza del centro, la sera diventava il parcheggio di un Free Festival degli Hawkwind senza venditori di magliette tarocche.

Il marciapiede si riempiva di gente.

L’importante era distinguersi sempre e comunque, diversi da tutto, qualsiasi cosa andava bene: tatuaggi, magliette, croci alla rovescia, catene, spille da balia, chiodi nelle orecchie, bulloni, cicatrici sulle braccia. Non tutti ascoltavano metal, una parte andava avanti ad hardcore, con anfibi, bretelle e canottiera o a punk ’77, con le spille da balia nelle guancie e la boccetta della trielina in tasca.

Dopo le venti, decine di macchine e motorini bloccavano gli autobus davanti a Taverna Murago e c’era sempre qualcuno che doveva correre a spostare qualcosa. Un articolo sul Piccolo sconsigliava ai cittadini l’attraversamento di Piazza Goldoni durante le ore serali e notturne, specialmente nei week end.

Vidi Gianca scendere dall’autobus numero ventinove in via Giacinto Gallina. Attraversò la strada e ci raggiunse in piazza, davanti a Taverna Murago. Usava i mezzi perché non aveva un motorino e non lo voleva nemmeno avere. Non era in grado di guidare nemmeno un triciclo.

Il suo unico scopo, quella sera, era prendersi una bella piomba, prima che si spargesse la voce del danno. Non era entusiasta della situazione. Sapeva di essersi messo contro metà della scena musicale della città per una cazzata, perdendo la sala prove. Nessuno poteva più suonare che era l’unica cosa che aveva un senso in quella merda di città. L’unica alternativa possibile.

Con le mani in tasca si avvicinò agli altri come se niente fosse, qualcuno sorseggiava birra, mentre la macchina di Stinco sparava le chitarre elettriche dei Tankard dalle casse Peavy.

Stinco era il cantante dei Balance, la band di Gianca, nella vita aveva solo i Balance e un lavoro da metronotte che odiava.

Cosa femo stasera? – gli chiese Gianca.

  • Perché? Cosa xe de far? – si voltò Caio con le mani in tasca.

Apo si avvicinò a Gianca con la chitarra acustica a tracolla sulla schiena, disse che aveva un puntel sul tardi. Stinco alzò ancora il volume dello stereo, agitava i capelli biondi che portava lunghi fino alla schiena, con una fascetta color evidenziatore in testa.

  • Canoni? Gavemo? – gli chiese Gianca
  • No. Go cartine se te vol – rispose Stinco.
  • Sì, bravo.

Il fumo non c’era mai.

Se volevamo fumare, ci dovevamo muovere subito, immediatamente, sondare il terreno, capire chi poteva averlo e dove, sapere quando arrivava, dove arrivava, tutto sempre segretissimo.

Ma tanto il fumo non c’era mai.

Tutte le sere si faceva colletta. Nelle serate buone riuscivamo a mettere anche un buon deca a testa. …femo un bel trentin, no dei un cinquanta, femo cento, muli.

Nelle serate cattive solo moneta. ….femo un dodici? Magari rivemo a quindici, però no so, speta, conto de novo.

Poi, subito dopo, qualcuno intascava i soldi, prendeva il motorino e schizzava a Borgo San Sergio, Valmaura, Melara, Muggia e non ritornava più. Tutti a ciondolare in piazza ad aspettare a chiedersi dove fosse finito, magari l’avevano arrestato, magari aveva preso un sacco di botte e a farsi domande senza risposta. – quanto el ghe meti? perchè no el torna? cosa sarà suceso?

Quando ritornava dopo tre ore, non aveva trovato un cazzo di niente e ognuno doveva riprendersi i propri soldi. Un lavor.

Novelle Cousine by Gualtiero Marchesi.

Ricetta della felicità.

Prendi dei semi di Marjiuana, quelli buoni.

Li pianti a maggio.

Raccogli le piante in ottobre.

Fatto?

Prendi le piante e le metti nel congelatore per 24 ore, ( il THC, la molecola del principio attivo della cannabis si trova nella resina che sotto i 4 gradi centigradi si stacca dalla pianta, come la colla quando fa freddo che non tiene più niente)

Fatto?

Recupera una bacinella dell’insalata, (possibilmente di ceramica).

Ci avvolgi una calza di nylon, ( devi avvolgerla quattro o cinque volte, attorcigliando la calza ad ogni giro, tirando forte in modo che gli strati di nylon si tendano bene sulla bocca della bacinella).

Fatto?

Prendi un sacchetto di plastica, ci metti dentro la bacinella avvolta nel nylon, ma non la copri, ci avvolgi solo il sacchetto intorno, così non perdi nulla di nulla.

Fatto?

A questo punto, tiri fuori dal freezer una pianta congelata, la metti sopra il nylon teso come la rete di una racchetta da tennis e inizi a suonarci sopra la Lambada con due bei mestoli di legno.

Suona forte ma non troppo.

Suona per trenta secondi consecutivi ogni dieci grammi di Ganja.

Quando hai il freezer vuoto, togli la calza e quello che rimane dentro alla bacinella è il fumo. (Polline.)

Ma il fumo non c’era mai.

Oggi non ce n’era, e domani nemmeno. E l’importante era sempre oggi.

Con il fumo in tasca tutto era possibile, tutto era bello, si trovano un sacco di cose da fare e la città diventa un parco giochi.

Con un pezzo di ciokkobonzo tagliato con cacca di cane e plastilina, tenuto per ore nelle mutande di qualcuno e poi altrettante ore nella bocca di qualcun altro, tre litri di rosso pessimo per asporto e un bel panorama sul mare, si faceva festa ovunque: Barcola, Monte Radio, Sistiana, Grignano, Miramare, Prosecco,(sopra lo strapiombo che domina il golfo: una bomba) all’inceneritore.

Ma il fumo non c’era mai.

Perché quella non era una città come tutte le altre. Era una città sotto assedio, da confine caldo, da filo spinato, la porta dell’Est con la guerra in casa e forze dell’ordine ovunque e sempre.

I carri armati dell’esercito Yugoslavo nel ‘91 erano arrivati fino alla Chiesa Rossa a Gorizia, Italia, decretando l’inizio della guerra di indipendenza. Al confine Italiano di Fernetti era stato distrutto un carro armato da combattimento T – 52 della Jugoslavanska Narodna Armjia. A Rozena Dolina venne abbattuto un elicottero dei Federali che stava disertando.

Mentre, il ministro della difesa Janez girava a Lubiana in mimetica e pistola carica alla cintura, come l’amico di Sandokan.

I posti di blocco in città spuntavano come funghi in un bosco, Carabinieri, Finanza, Polizia, ragioni di sicurezza nazionale.

La città era il rifugio dei mercenari di tutte le razze e tutti gli eserciti in licenza dal fronte. Arrivavano dalla guerra in ex Jugoslavia militari, paramilitari, forze speciali, agenti segreti, spionaggio e controspionaggio, tutta brava gente che magari, due giorni prima in mimetica, sparava dalle colline di Sarajevo alle gambe dei bambini. Due giorni dopo, in pantaloncini corti, beveva birra seduto ai tavolini in Piazza Cavana.

E in tutto questo, la polizia se la prendeva con i più strani.

Quelli che ciondolavano in piazza per una canna di ciokkobonzo che non arrivava mai e se ne andavano a casa senza aver fumato.

Tutti quelli che andavano fuori dalla normalità. Normalità sancita dai chi si autoproclama normale.

Quando in piazza si fermava la pattuglia di turno con il lampeggiante acceso, tutta la compagnia vuotava le tasche con già i documenti in mano per risparmiare tempo. Ormai sapevamo cosa fare, ci avevamo fatto l’abitudine. Succedeva anche cinque volte nella stessa sera, nella stessa piazza.

  • La fazi quel che la vol, ma semo sempre i stesi de una mezoreta fa. – e tutti faccia al muro a gambe larghe davanti al capolinea della sedici.

Caio, sopra al cofano aperto del Coyote, stava parlando di valvole e di entrata della coppia con il Raudo, argomento che a Gianca, non solo non fregava niente, ma detestava anche. Non sopportava tutto ciò che aveva un funzionamento perché poteva sempre decidere di non funzionare più, diceva.

Apo e la sua chitarra stavano andando al Tortuga, era molto probabile ci fosse una festa a casa di Sandro. Sandro era l’unico che aveva la parabola per vedere MTV via satellite, ma non c’era niente di sicuro.

Quando Apo si avviò sotto i portici verso via Battisti, la maggior parte del gruppo lo seguì. Non c’era niente altro da fare.

Gianca rimase in piazza, non aveva soldi per bere. Aveva bisogno di prendersi una bella piomba, non poteva di certo andare al Tortuga a vedere bere gli altri. Gli serviva una dritta che cadesse dal cielo.

Si voltò e vide arrivare Alan, dietro di lui, Maurizietto a traino.

Alan afferrò Gianca per un braccio, e sottovoce disse solo un nome: Emril Schreiber.

Era il miracolo.

Primo obiettivo: mollare Maurizietto.

PHANTOM CITY

2018
( parte terza)

Trk 3 – Opeth: Goblin

Sabato mattina

Via Silvio Piccolomini

  • …è depressione papà, una malattia. Devi curarti.

Phil, nella calda cucina di quella casa, odiava suo padre. Odiava tutto di lui, come si vestiva, la musica che ascoltava, come parlava.

Piero Galanda detto Alan seduto al tavolo con la testa bassa era un guerriero che aveva perso la sua battaglia. Per fortuna non gli veniva ancora da vomitare. Suo figlio aveva ragione, doveva curarsi, doveva fare qualcosa, lo sapeva lui e lo sapevano tutti.

Alla fine alzò la testa.

  • Basta Phil, go deciso: cambio vita. No bevo più.

Perse l’equilibrio, cadde dalla sedia. Si rimise in piedi.

  • Lascia stare papà, non cambierai mai.
  • Questa xe la volta bona.
  • Lo hai detto mille volte.
  • Questa volta te lo giuro.
  • Hai già detto anche questo. Non ti credo più.

Phil sbuffò e se ne andò in camera sua. Una mosca ronzava intorno alla lampada in cucina sopra la testa di Alan che alzò la voce per farsi sentire.

  • Perché te me ga mandà quel mesagio?Dime chi te ga impinì la testa con tute le storie de

alimenti, avocati e racomandate?

Phil si ripresentò a petto nudo. Aveva un fisico scolpito dallo sport, i pettorali gonfi con due braccia possenti. Strinse i pugni.

  • Tu pensi che io abbia ancora cinque anni? Ne ho venti, papà, VENTI, sono grande e ragiono con la mia testa – si puntò un dito alla tempia. – La verità è che non te ne frega niente di me; della mia vita, della mia musica, della mia scuola.

Alan volteggiò un indice per aria.

  • Queste no xe parole tue. Xe stada Lorena vero? Xe stada tu mare a riempirte el zervel de stronzade, de avocati e compagnia cantante?
  • Io voglio studiare per costruire ponti, amo i ponti da quando sono piccolo, ho solo poster di ponti in camera mia, il Golden Gate, il ponte di Brooklyn. Ma tu non lo sai, non ti interessa, non sai niente. Solo quella merda di Metal è importante, solo la tua musica.
  • Perchè? Esisti qualcosa altro?

Alan buttò la schiena indietro e si fece spazio tra i piatti sporchi per mettere i piedi sul tavolo. Quando beveva gli facevano male le gambe doveva tenerle alte.

  • Guardime Phil. Ghe vol una certa dose de E DU CA ZIO NE. No te pol tratarme così. Son

imbriago disfà ma sempre tu pare.

Il ragazzo si voltò.

  • No! Non sei mio padre, non puoi esserlo, guardati in faccia. Se ci mettiamo vicini non sembriamo nemmeno della stessa razza. Sei un ubriacone, sei un fallito
  • UN FALIDO? GO PRODOTO QUATRO DISCHI VENDUDI IN TUTO EL MONDO!

alzò una mano Alan, segnando quattro con le dita.

  • Ma che dischi e dischi. Non sono niente, papà, lo vuoi capire che non sono niente? Sei come i bambini.

Era stato Alan a scegliere il nome Phil, in onore del chitarrista dei Motorhead, Phil Campbell, una delle poche cose che aveva potuto decidere in famiglia in tanti anni. Lo aveva cresciuto a pane e Metal. Gli aveva fatto ascoltare di tutto, fin da piccolo. Roba durissima, la scuola del rock la chiamava. Il risultato era che adesso Phil, a vent’anni, ascoltava solo musica Trap, detestava l’alcool, le droghe, i miti del passato, la plastica, la guerra e la politica, non aveva tatuaggi, si era diplomato al Volta con 100 centesimi e voleva diventare ingegnere per costruire ponti.

Il Metal gli aveva sempre fatto cagare.

  • See! Eccolo qui, Piero Alan Galanda, il grande produttore discografico. E dove sarebbero tutti questi dischi? Perché non siamo ancora ricchi sfondati come 6IX9INE?
  • Go dito che li go vendudi in tuto il mondo, no go dito quanti. – allargò le mani Alan. – pochi dischi, ma in tuto il mondo.

Phil lo mandò a cagare con un gesto. Suo padre era un cazzone.

  • Che poi, non ho mai capito cosa c’entri Piero con Alan? Cazzo c’entra, eh? Sei un ossimoro papà. Se non hai i soldi per pagarmi l’università, non mi interessa, vai a lavorare, fai un secondo lavoro, affari tuoi, io devo studiare. Altro che dischi.
  • Perché taio alberi e no guadagno centomila euro l’anno in un uficio con l’aria condizionata come l’avocato, el papà del tuo amico? No son un fenomeno mulo mio, me dispiasi, no son un genio e forsi, no son gnanche mediocre. Se fa quel che se pol nella vita e a la fine sucedi. E sucederà anche a ti, te vederà
  • Che cosa mi succederà?

Alan tolse i piedi dal tavolo posando le suole a terra.

  • Tuto sucedi a tuti, prima o poi. Tuto riva. Riva la vita, quela vera, e le ferite, quele che no pasa mai, quele che no te pol farghe proprio niente, riva e basta.

Alan si tirò su la maglietta, si avvicinò per fargli vedere bene la cicatrice dell’incidente che gli aveva squarciato la gamba, scendeva verso l’inguine. Non si abbronzava più in quel punto, come pelle morta.

  • La vita non xe una storia a lieto fine, xe una storia che finisi mal per forza. Basta spetar. MONA! Ghe semo tuti dentro. Ognidun con la sua storia diversa, che combati una guera diversa. Tuti feriti che vaga, chi più chi meno. Feriti vaganti.  – 

Poi girò la testa, posò gli occhi sulle bollette inevase che erano appese in cucina.    No Phil! A venti anni no te pol giudicar proprio nisun.

Phil si era veramente rotto il cazzo, lo avrebbe ucciso, roteò un dito in aria che poteva comprendere tutto il palazzo.

  • Certo papà, dopo tutto questo casino, credi anche di potermi fare prediche ubriaco alle cinque del mattino? E SAI CHE ODIO IL TRIESTINO. Parla Italiano. SIAMO IN ITALIA!

Alan allargò le braccia.

  • Va ben. Son triestin, parlo in triestin, bevo come un triestin e alora? Me son vomitado adoso, fumo, piso in strada e a le cinque de matina son qua, sfato, con tuti i miei sogni in te’l cul e le mie stronzade nel zervel. Xe colpa mia? Sicuro. Alora metime in crose. Te vol coparme? Go tute le colpe del mondo. Te pensavi veramente che i podeva intestar una strada con el mio nome?    Alan fece due passi indietro. Si toccò sotto la cintura. –  Anzi, dime sta roba Phil. Se in quel incidente nel 1987 gavesi perso le gambe? Magari tute e due. Te se imagini? Tu pare storpio in sedia a rodele. Te podevo servir a qualcosa senza gambe? No credo, no te saria qua, a spudar sentenze. No te saria neanche nato, mona. Te go fato mi.

Gli arrivò vicino quel tanto che bastava per fargli sentire il suo alito. La stessa puzza di fumo e alcool che Phil odiava da sempre.

  • E za che semo, dime anche questa altra roba: se morisi adeso, qua, stanote, in sto momento preciso. BOOM infarto e casco per tera morto. Dime cos’te fa? Sentimo. Opur meti che me ciapa un ictus, xe posibilisimo. Cosa te fa? Tra un’ora, cinque ore, domani, dopodomani, tra un anno.

Phil non sapeva cosa dire, sapeva solo che suo padre era pazzo. Alan si avvicinò ancora. Si fermò solo ad un millimetro dal suo naso. Suo figlio rimase immobile.

  • Rispondi Phil se te ga coragio deso: TE SERVO PIU’ DA VIVO O PIU’ DA MORTO?

Alan uscì sbattendo la porta, scese le scale, uscì in strada. Fuori stava quasi albeggiando. La bomba era ormai scomparsa. Guardò lo smartphone che faceva le cinque e venti. Stava albeggiando. La città si sarebbe risvegliata a breve, tutto quel traffico di gente che va e viene in un’insolita voglia di vivere, quella degli altri. Che cosa avevano tutti da ridere? Quella schifosa allegria ostentata di circostanza, battute da bar, da osteria, tra colleghi sempre uguali, battute che non fanno ridere, battute stanche che alla lunga portano alla nausea. La noiosa pausa pranzo tutti insieme, impiegati in giacca e cravatta, operai in tuta sporca, tutti che fanno un lavoro del cazzo.

Per il momento la città era ancora un fantasma nascosto in un armadio, solo qualche uccellino cantava tra gli alberi. L’aria fresca dell’alba gli fece il giro dei polmoni. Era una boccata d’ossigeno. Alan ripercorse esattamente la stessa strada di prima, quella sul viale XX Settembre che porta in via Battisti. Qualcosa lo spingeva ancora in quel punto. Doveva sapere. Era come se, dopo mille domande, la vita ad un tratto gli avesse risposto.

Quando arrivò in testa al viale, un’ambulanza parcheggiata spense i lampeggianti alle sue spalle. In quel momento poco sopra, una finestra del palazzo si accese. Forse qualcuno stava andando a lavorare. Non ci fece caso, s’affacciò dritto sparato sotto il portico, ma nulla. C’erano solo cartacce portate dalla brezza del mattino.

Il cinghiale bianco non c’era.

Tornò indietro e si accorse che era scomparso anche il barbone. Forse lo avevano portato via con quella ambulanza senza sirena. Magari era morto davvero, pensò. Sotto il portico erano rimasti solo la coperta e le scarpe appaiate nell’angolo. Piero Galanda detto Alan prese lo smartphone e cercò su internet il numero del centro di igiene mentale.

Avrebbe chiamato il giorno stesso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Massimiliano Rotti
Massimiliano Rotti, ex musicista ora tecnico del suono. È nato a Trieste negli anni settanta, oggi vive in provincia di Como. Ha tre figli, una compagna food blogger e un gatto.
Scrive per passione da vent’anni, ha frequentato diverse scuole di scrittura creativa, ha pubblicato una raccolta di racconti, questo è il suo primo romanzo.
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