ANTEPRIMA NON EDITATA
Premessa
È vero, non sono mai stato in Tasmania e non so nemmeno se ci andrò mai, ma questa guida è stata scritta con molta attenzione e, attualmente, è l’unico testo in italiano che permetta di capire e conoscere qualcosa di più su questo lontano paese.
Tutti i riferimenti geografici sono stati accuratamente verificati studiando Google Earth, mappe e cartine.
Tutte le notizie storiche sono vere, anche se per alcune mi sono permesso di attribuirle a questa isola lontana.
I protagonisti, invece, sono inventati, ma ho preso spunto da persone esistenti e sono sicuro che vi farebbe piacere incontrarli davvero.
Protagonisti
Tasmania: un’isola troppo lontana dall’Europa. Di solito snobbata nei viaggi in Australia, ci vuole davvero una buona ragione per andare fin lì. Il fascino di Taz, il suo diavoletto aggressivo e collerico, non penso sia sufficiente.
Ross: un villaggio caratteristico del centro dell’isola. Qualche edificio coloniale di cui andare fieri, tre chiese, strade a scacchiera con villette e giardino, un ottimo caffè sulla strada principale.
Gaia: giovane fiorentina appena diplomata che ha deciso di imparare bene l’inglese facendo l’esperienza di ragazza alla pari in una tipica famiglia Tassie.
David, Margaret e le loro figlie Mia e Sheila: la famiglia che ospita Gaia.
Alex: un giovane sportivo, aitante, con il suo immancabile aukuba, che coinvolge Gaia in avventure emozionanti, di vario genere, nella sua terra.
Simon: un anziano solitario, saggio ed enigmatico che vive in una capanna nei pressi di Ross e mentore di Gaia.
E poi molti altri che, con il loro contributo, hanno permesso di riempire un vuoto nelle guide di viaggio.
Introduzione al viaggio
La Tasmania, un altro di quei posti mitici, ma quasi irraggiungibile per noi italiani.
Si favoleggia della sua natura incontaminata, dei grandi spazi di wilderness, delle sue spiagge bianche e dei suoi percorsi di trekking duri, ma indimenticabili e della sua gente, dove scorre sì il sangue british, ma annacquato da uno stile di vita e mentale più schietto e alla mano.
Se ne favoleggia appunto, perchè me li sono immaginati così, e se non ci vai da turista, ma hai maniera di frequentarli da dentro, sono sicuro che non sono molto diversi da come gli ho descritti.
Ma io come ho fatto a conoscerli così bene? Ho mandato mia figlia a vivere come ragazza alla pari in una famiglia che vive in uno di quei piccoli villaggi all’interno della Tasmania, rimasti congelati al tempo della loro fondazione, Ross. Il posto l’ho scelto a caso, ma combinazione, c’è un affittacamere che si chiama L’albero di olmo e io ho un pezzo di terra che si chiama L’Orto di Olmo. Non poteva essere una semplice coincidenza.
E’ Gaia quindi che ci conduce alla scoperta dell’isola, ora andando con un amico, ora con la sua famiglia provvisoria, incontrando personaggi che hanno storie particolari da raccontare e che di solito non si leggono in una guida.
Sullo sfondo aleggia poi la figura di Simon, un indecifrabile vecchio, che conosce ogni cosa ed è un artista che a Gaia ricorda una persona molto cara e che in fondo è un autoritratto.
Insomma, anche qui, spero che il racconto di questa terra vi accompagni e che magari, un giorno, compriate davvero un volo per Hobart. Finalmente avrò la mia percentuale dall’ufficio turistico della Tasmania.
Simon e il grande bum
“Buuum!!” Il vecchio imitò molto bene il rumore di un esplosione, accentuandone il suono anche con il movimento delle mani, come a simulare la terra che si apriva sotto i suoi piedi.
“Bum! Era lo scoppio dell’ultima mina nella vicina cava di arenaria dei fratelli Bannok, l’avrebbero chiusa l’anno dopo. Peccato, era una delle arenare più belle al mondo. Mia madre, Rose, si ricordava bene di questa esplosione in particolare perchè aveva le doglie da ore e non si decideva a farmi, ma il botto la fece sobbalzare e io venni fuori, tra le mani di Miss Olive,l ‘ostetrica che ha fatto nascere almeno due generazioni di abitanti di queste zone”.
Il vecchio stava cercando di ritornare con la memoria al momento della sua nascita, non perchè se lo ricordasse, ma perchè lo aveva sentito raccontare molte volte.
“Era stato un BUM particolare” riprese a raccontare il vecchio, “ perchè qui a Ross mi fece nascere da Maggie, mia madre, mentre a circa 17.000 chilometri di distanza, quasi nello stesso momento, Oliver, mio padre, stava diventando il testimone di uno dei BUM più potenti mai sentiti fino allora”.
Lo guardai ancora più curiosa di sapere cosa mi stesse rivelando e gli notai uno sguardo compiaciuto, nonostante gli occhi fossero infossati tra pesanti rughe, ma le pupille erano ancora di faina.
“Nella prima guerra mondiale il fronte era molto statico. Gli eserciti inglese e francese fronteggiarono quello tedesco spesso per mesi, spostandosi di poche centinaia di metri e siccome non sapevano come sfondare una linea nemica difesa dalle mitragliatrici senza perdere migliaia di uomini le provarono di tutte, dal gas alle mine, scavando tunnel di centinaia di metri sotto terra fino ad arrivare accanto le trincee nemiche, dove ci mettevano centinaia di tonnellate di esplosivo.
“L”esercito inglese aveva formato delle compagnie speciali di “talpe”, con soldati specializzati nello scavare gallerie, scelti sopratutto tra minatori,
Iniziò così una strana guerra fatta prima di piccole gallerie ed esplosioni locali, per diventare sempre più una gigantesca caccia di gatto con il topo dove ognuno scavava, ma cercava anche di interrompere lo scavo dell’altro, intercettando le gallerie attraverso il suono emesso dagli attrezzi di scavo, ma noi eravamo più bravi. Alla fine ci fu la madre di tutte le mine, posata sotto un saliente, un avamposto tedesco che dava parecchio da torcere, presso il paesino di Messines, nelle Fiandre.
Furono quindi create diciannove mini caricate con circa 50.000 chili di esplosivo ciascuna, che il 7 giugno 1917, alle 3.17 di mattina in Francia, esplosero … ma qui era il primo pomeriggio.“
Il vecchio fece silenzio, quasi come si aspettasse l’arrivo dell’ultimo eco dell’esplosione, ma l’unico suono che si poteva udire era quello delle foglie mosse dal vento.
“Lo scoppio fu così potente che lo udirono distintamente a Londra, e a Lillà, i primi sismografi lo registrarono come un potente terremoto. Il generale Plumer, che aveva pianificato lo scoppio, ebbe sicuramente ragione quando disse che se non potevano cambiare la storia avrebbe sicuramente cambiato la geografia. Ma le cose andarono molto peggio ai tedeschi. L’esplosione polverizzò letteralmente circa 10.000 soldati che morirono perchè catapultati in aria, altri furono praticamente schiacciati contro le pareti della trincea dallo spostamento d’aria. Chi sopravvisse era completamente scioccato, e i nostri ebbero finalmente una vittoria, anche se molte perdite furono causate più dalle mine stesse che dai tedeschi”.
“Quando sono stata sulle Dolomiti ho sentito anche io una storia simile, di una montagna fatta scoppiare perchè c’erano gli austriaci, ma mi sembrava impossibile”. Dissi a Simon, che proseguì nei suoi ricordi.
Fu anche il battesimo di fuoco di mio padre, Daniel, che era partito nel 1916 come volontario, attirato dalla voglia di vedere il mondo. Una malattia che in famiglia ci portiamo dietro ancora oggi”. Precisò con un sorriso.
“Era nel glorioso 40mo battaglione, assegnato alla 10 brigata della 3 divisione australiana. Partirono da Hobart con la HMAS Berrima il 1 luglio del 1916, ma il loro primo combattimento fu proprio a Messines, quasi un anno dopo, Dei 1023 uomini partiti, 350 erano già stati uccisi o feriti. Era nel plotone del sergente Lewis McGee, che era nato a Campbell, ma viveva a Ross e quindi Daniel lo conosceva molto bene, che nella battaglia di Broodseinde Ridge, conquistarono una difficile posizione tedesca, grazie proprio al merito di Lewis che sorprese i crucchi armato solo di una pistola. Questo atto di eroismo gli fece conferire la Victoria Cross, la più alta onorificenza dell’impero britannico, ma non lo salvò dal suo destino. Una settimana dopo, nella terribile battaglia di Passchendaele, il cui l’unico ricordo di David era un odio indicibile per il fango, Lewis fu ucciso.
Nel 1919 a Ross ritornarono mio padre, con un polmone conciato male, e un feretro con una Victoria cross”.
“Che cosa terribile è la guerra” dissi , accorgendomi della banalità della risposta, detta da chi in realtà non l’ha mai provata sulla sua pelle.
“Ti racconto un ultima curiosità; ci sono ancora 4 mine inesplose la sotto. Il 17 giugno del 1955, durante un temporale, un fulmine ne raggiunse una escoppiò. Morì una mucca.” Le rughe intorno alla bocca si allargarono in un sorriso.
“Grazie Simon” gli dissi mentre mi alzavo dalla sedia davanti alla sua capanna, ombreggiata da due vecchi olmi. “E’ sempre un piacere ascoltarti, mi fai viaggiare non solo in posti diversi, ma anche nel tempo. Non ho mi amato la storia ne la geografia, ma tu mi vai venire voglia di riprendere in mano libri che ci fanno viaggiare, almeno con la fantasia”.
“Sai dove trovarmi Gaia, mi fa piacere raccontare quello che so e che ho visto. E’ l’unica maniera di conservare una minima traccia di memoria”.
Mi stupiva sempre quel vecchio Simon. Avevo inteso che era vecchio, ma dopo la storia di oggi, calcolarne l’età fu facile.
Siamo nel 2017.
Ha cento anni!
Eppure non li dimostra, almeno come testa. Sembra si ricordi tutto di tutti. Si vede che è vecchio dalla pelle raggrinzita, con tante rughe, ma espressive, con quegli occhi ancora brillanti e curiosi.
Erano più o meno queste le considerazioni che mi facevo tutte le volte che tornavo a casa dopo aver parlato con Simon.
Dove diavolo sono
Ma dove diavolo sono, vi starete chiedendo. Nell’unico paese dove il diavolo c’è davvero; la Tasmania.
Sono venuta qui per il mio anno sabbatico, dopo aver finito le scuole superiori in Italia, si perchè sono una ragazza italiana, anzi di Firenze, e ho scelto la Tasmania perchè volevo andare in “capo al mondo”, anzi forse sarebbe meglio dire “ai piedi del mondo.
Stavano cercando delle ragazze alla pari per badare ai bambini di una famiglia in questo piccolo paesino all’interno dell’isola, ed eccomi qui, a Ross, dove abito in una villetta che ha come nome Elm Tree.
Un caso davvero curioso, anche mio babbo, a Firenze, ha un posto che chiama il bosco di Elm e la capanna dove vive Simon, mi ricorda quella che babbo ha nel suo orto. Forse li dovrei presentare l’un con l’altro.
Ma perchè proprio Ross? Perchè non mi piacevano le altre famiglie contattate. Una era a Strahan, al Wilderness Lodge, ma la cittadina era troppo lontana da tutto. Il posto però doveva essere bello; davanti al fiordo di Macquarie. I proprietari mi avevano detto che la loro casa era stata costruita nel villaggio minerario di Gormanston alla fine dell’800 e che l’avevano comprata nel 1979, tagliata in 11 pezzi e fatta trasportare su dei grossi camion fino a dove era ora. Un’altra ad Hobart, il capoluogo dell’isola, era troppo centrale. Non so nemmeno bene io cosa volessi, ma sicuramente non era di vivere in un centro cittadino, anche se Hobart, a livello di traffico, rispetto a Firenze, era un paradiso.
Rimaneva Ross, “un piccolo villaggio con una grande storia”, questo il motto dell’ufficio informazioni locale. E in effetti qui c’erano alcuni edifici che erano tra i più antichi dell’Australia, mentre il vanto del paese era il solido ponte costruito nel 1836 con la celebre arenaria rossa locale. A osservarlo bene aveva poi scolpito sul parapetto di pietra, decine di animali,piante, insetti e fiori, molti ritratti delle persone illustri di quel tempo e infine molti simboli celtici perchè lo scalpellino che fece il lavoro era originario dell’Irlanda.
Ero arrivata il giorno prima e per riprendermi dal jet lag di 30 ore di volo stavo passeggiando per la via centrale di Ross, Church Street dopo aver attraversato il ponte, quando una signora mi incrociò sul marciapiede e mi disse, “ehi!, ma tu sei nuova di qui!”. La guardai stupita, ancora inebetita, come se mi mancasse qualcosa, e mi venne in mente una storia che mi raccontava il babbo, a proposito di indigeni assoldati da un esploratore, il quale non capiva come mai si fermassero ogni poco e che si sentì rispondere che dovevano aspettare la loro anima. Così anche la mia, forse ,era ancora sull’Oceano Indiano.
Ma mi ripresi subito e gli risposi; “Si, in effetti non sono ancora tutta qui! Mi chiamo Gaia”.
Sfoderai anche un bel sorriso. Non volevo partire male in questo posto che mi avrebbe accolto almeno un anno.
“Benvenuta a Ross! Non ci sono molti stranieri qui… piacere Gaia, sono Patricia, Patricia Reed e mi piace conoscere gente nuova. Vieni, prendiamo un cappuccino alla Bakery 31.”
La Bakery 31 era l’unico negozio che assomigliava a una bar pasticceria delle mie parti e lo raggiungemmo in meno di un minuto lungo Church Street, un lungo e ampio viale ombreggiato da grandi tigli.
Per fortuna c’era un tavolino libero fuori e ci mettemmo a sedere. Il negozio, con i suoi colori marroncini demodè, la struttura in legno a doghe, la verandina dal sapore vittoriano, dava una piacevole sensazione vintage al momento. Mi sembrava di essere anche in un altra epoca, se non fosse per le macchine parcheggiate davanti. Chissà a che punto era la mia anima,mi venne da pensare.
“Gaia, dovresti assaggiare la specialità della casa” disse con enfasi Patricia, “Qui hanno inventato la Tasmanian scallop pie!” aggiunse per rimarcare l’eccezionalità della cosa.
Ricordandomi il buon detto When in Rome, do as the Romans do, accettai la proposta di Patricia e ci aggiunsi un black coffe, mentre lei ordinò un altra specialità della casa, agnello fritto e bacon.
E’ a dieta la signora, mi venne da pensare.
In quell’oretta di conversazione venni a sapere tutto o quasi di Ross, intanto che per 400 abitanti c’erano ben 3 chiese e tutte antiche, almeno per gli standard della Tasmania. E poi mi parlò del famoso convitto, da cui venni a sapere che a popolare per primi la Tasmania, ma anche l’Australia, furono i delinquenti inglesi.
Invece di affollare le carceri in madrepatria, li mandavano nelle colonie più sperdute dove, nella migliore delle ipotesi, morivano subito o, nella peggiore, contribuivano a formare una nuova colonia con il loro lavoro forzato.
“E poi ci sono tre chiese!” aggiunse con entusiasmo. “Pensa, in un paese di 400 persone…”
Ci pensai poco, in realtà non ero nemmeno battezzata, ma risposi per educazione; “incredibile!”
“Cìè la St John’s Church degli anglicani”, riprese a spiegare Patricia, “poi la Uniting Church dei metodisti, e la chiesa dei cattolici. Anzi degli irlandesi.” aggiunse quasi a farne una marcata distinzione che mi sembrò in senso negativo . “Ti aspetto dai metodisti domenica, c’è un bellissimo organo che accompagna il servizio.”Così terminò la conversazione Patricia andando a pagare il conto. “Grazie” gli dissi e con un gesto della mano, come per dire, che sarà mai, Patricia rispose; noi abitanti di Tassie siamo così!”.
“Tassie?” domandai curiosa. “Si, come ci sono gli Aussie, noi siamo i Tassie. Ciao, a domenica!”
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.