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Come farfalle su proiettili

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Diana Costa cresce tra i giochi con la sorella nella scuola del paese e le giornate nel locale dei genitori, tra risate e piccoli segreti. Vive l’adolescenza fatta di prime cotte, amicizie che sembrano eterne e sogni troppo grandi per la realtà. Poi arriva l’età adulta: amori impossibili, incontri che cambiano tutto, scelte dolorose e occasioni perdute.

La sua vita scorre come un mosaico di attimi luminosi e improvvisi colpi di vento, delicati e graffianti insieme, fragili come farfalle che viaggiano su proiettili.

Tra le sue esperienze emergono le voci di chi le sta accanto – Sebastiano, Samuele, Cecilia –, ognuno con sogni, ferite e desideri.

In queste storie intrecciate si riflette il ritmo di un’esistenza che oscilla tra cadute e rinascite, tra dolcezza e impeto, senza mai fermarsi.

Prologo

Diana Costa fissava l’insegna luminosa del ristorante di famiglia come se la stesse leggendo davvero per la prima volta: eppure penzolava in balìa del vento, appesa a due catene un po’ arrugginite, da decenni. Sicuramente da prima che nascesse lei. Innumerevoli volte i suoi occhi avevano attraversato quelle lettere illuminate dalla luce al neon, ma solo adesso ne capiva realmente il significato; solo adesso ne avvertiva il mistero, complice anche l’ululato del vento che faceva fluttuare alcune ciocche di capelli sul suo viso, come fantasmi danzanti.

“La locanda del viandante” era il nome che il bisnonno di suo nonno aveva scelto quando si era avventurato nell’impresa di aprire quell’attività, alla fine del Settecento.

Davvero questo locale esiste dal 1770?

Sembra impossibile, ancor prima della Rivoluzione francese!

Immagino non esistano in zona altri esercizi pubblici di così lunga data!

Queste erano le esclamazioni, più o meno originali, che si lasciavano sfuggire gli avventori più attenti.

A forza di sentirle ripetere, anche Diana aveva iniziato a condividere lo stupore della gente, chiedendosi se fosse possibile che l’attività di famiglia esistesse da più di due secoli, e aveva voluto approfondire interrogando i nonni.

Aveva così saputo che l’idea della locanda era nata dalla volontà di Angelo Costa, bisnonno di suo nonno: pochi tavoli e sedie, una tettoia per la bella stagione e qualche tipico piatto piemontese a quei tempi erano sufficienti per lavorare e soddisfare i viandanti di passaggio con le loro carrozze.

Da qui il nome del ristorante, che non era mai cambiato.

L’attività si era poi tramandata di padre in figlio e così era toccato anche al nonno Antonello cimentarsi in questo mestiere, ereditandolo dai suoi genitori. Intanto i tempi erano cambiati, la clientela si era fatta più numerosa e raffinata, così Antonello aveva deciso, con l’appoggio di sua moglie Elsa, di costruire un nuovo locale, edificandolo su un ampio prato che da quel momento, per ovvie ragioni, non era più esistito.

Il locale, non più locanda, era diventato un ristorante, quello in cui Diana e la sorella erano nate e cresciute, in un misto di amore e odio verso quel mondo che – se da una parte avrebbe arricchito il loro bagaglio di esperienze – dall’altra le avrebbe private di alcune libertà negli anni giovanili.

Contemplando quell’insegna in una fredda sera di gennaio, Diana aveva di colpo realizzato che lì era custodita anche la sua storia.

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Antonello ed Elsa

Un tempo qui intorno era tutto prato: si pascolava il bestiame, non c’era nemmeno una pianta. Non ci pensammo molto e lo comprammo, indebitandoci.

Era il posto ideale per costruire il nuovo locale, così a bordo strada: avremmo avuto un parcheggio più ampio, un dehors con gli ombrelloni e i tavolini in pietra, un parco giochi da mettere a disposizione dei clienti.

Non ci spaventava l’idea che avremmo dovuto faticare giorno e notte per recuperare i soldi spesi per l’acquisto del terreno; erano tempi, quelli, in cui si pensava solo a lavorare per garantire un futuro alla propria famiglia.

Avevamo vissuto la guerra, nulla poteva essere peggio. Mio marito, a quel tempo quindicenne, aveva addirittura rischiato di essere preso dai tedeschi; per fortuna sua madre, che aveva una mucca da cui quotidianamente ricavava il latte fresco di cui erano golosi i soldati, lo aveva potuto barattare per la libertà di suo figlio.

A me avevano scambiato qualche volta per una tedesca, per via della mia carnagione chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri. Devo ammettere che ero una bella ragazza, anzi “una ragazzona”, come ripeteva sempre la gente del paese.

«È proprio una ragazzona, alta alta» dicevano.

«Bisognerà che trovi un uomo di almeno un metro e ottanta.»

E lo trovai. Di un metro e novanta, per la precisione. Era il più bello di tutti, con i capelli che facevano un’onda, come una cornice tratteggiata da un capo all’altro della fronte.

La prima volta che lo vidi fu sulla pista da ballo, una domenica pomeriggio.

Come sempre avevo percorso la strada a piedi con Agata e Lucina fino alla cappella della Madonnina, dove nascondevamo le scarpette in una busta di carta. Le incastravamo al di là della grata, dietro la statua della Vergine Maria, e le recuperavamo ogni domenica, il giorno che ci era concesso trascorrere lontano dalle faccende quotidiane.

Quando raggiungevamo la cappella, mettevamo quelle scarpe eleganti sotto il braccio e continuavamo fino alla discesa che conduceva al lago, dove avremmo incontrato altri giovani dei dintorni e ci saremmo scatenate sulla pista da ballo.

Agata era sempre in attesa di Leandro, il figlio del fabbro, mentre Lucina concedeva balli alternati a Ugo e Giacomo, che lavoravano come muratori nel paese vicino.

Io avevo diversi pretendenti, ma spesso erano più bassi di me e questo mi faceva sentire un po’ a disagio, così non riuscivo mai a muovermi come avrei dovuto.

Quel giorno però venne a chiedermi di ballare un ragazzo che non avevo mai visto: alto, slanciato, con un’aria spavalda che metteva allegria.

«Finalmente una ballerina fatta apposta per me» aveva detto.

Dopo pochi mesi di fidanzamento, Antonello chiese a mio padre il permesso di sposarci e iniziammo la nostra vita insieme, fatta di poche cose semplici e di valori condivisi.

All’inizio lui era impegnato nella locanda di famiglia solo nel fine settimana, perché gli altri giorni girava i paesi vendendo stoffe; io badavo alla casa e a mia suocera, che era anziana e malata.

Quando nacque la nostra prima figlia, faticai a badare a lei e alla madre di mio marito contemporaneamente, ma ero tenace e con molta buona volontà riuscivo a soddisfare le esigenze di entrambe.

La sera, quando Antonello rincasava, mi consegnava i soldi, che riponevo in una scatola di latta nel cassetto del comodino in camera da letto, poi cenavamo raccontandoci come avevamo trascorso la giornata.

In una di quelle conversazioni serali ci venne l’idea di aprire una locanda tutta nostra che però continuasse la tradizione della famiglia di mio marito.

A pochi anni dall’apertura arrivò un altro figlio.

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Ieri

La famiglia Costa, costituita da Diana, sua sorella Giovanna e i genitori Mario e Manuela, abitava in una frazione di un piccolo paese arroccato a settecento metri d’altezza.

Un paese montano di trecento anime, con cascine e boschi intricati, in cui tutti si salutavano e in cui ci si sentiva figli dei vecchi e genitori dei giovani.

2025-06-27

Aggiornamento

La campagna ha raggiunto il primo obiettivo di 200 copie preordinate e così "Come farfalle su proiettili" verrà pubblicato! Grazie di cuore a tutti... Avanti con il secondo obiettivo!
2025-05-31

Aggiornamento

Avanti con la seconda presentazione...questa volta a Magnano,paese in cui sono nata e cresciuta e a cui continuo ad essere sinceramente affezionata! Non mancate!!
2025-05-19

Aggiornamento

Siamo a metà campagna e abbiamo quasi raggiunto le 150 copie pre-ordinate!!! GRAZIE INFINITE a tutti coloro che mi stanno sostenendo!
2025-05-17

Evento

Piverone Ecco la locandina della mia prima presentazione,che farò proprio nel mio paese! Vi aspetto numerosi!!!!
2025-04-20

Aggiornamento

Dopo 20 giorni di campagna,abbiamo raggiunto il 50% dei pre-ordini!! GRAZIE INFINITE A TUTTI
2025-04-12

Aggiornamento

Un laboratorio di claviardage per parlare di "Come farfalle su proiettili", accogliendo prime impressioni e consigli. Grazie di cuore a Sabrina e Rita!

Commenti

  1. Alessia Sacchitella

    (proprietario verificato)

    Una storia che rapisce il lettore già dalle prime pagine; il ritmo è incalzante. L’autrice è molto brava a descrivere ogni singolo dettaglio, ogni respiro dei personaggi. Si evince la speranza, l’amore per la propria vita e non solo. La voglia di scrivere giorni migliori, senza perdere la fiducia nel domani.

  2. (proprietario verificato)

    Una lettura in cui perdersi…
    Consigliato!

  3. (proprietario verificato)

    Ultimamente, siamo talmente abituati a vivere giorno per giorno la nostra vita che ci dimentichiamo di apprezzare e metabolizzare le fasi della nostra crescita. Questo libro, già dalle prime pagine, invita a riflettere sulle tappe che ognuno di noi deve affrontare lungo il proprio percorso.

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Stefania Broglino
È nata a Biella nel 1990. Cresciuta in un piccolo paese della provincia biellese, dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Torino. Dal 2015 insegna Lettere alla scuola secondaria di primo grado. È appassionata di musica, arte e viaggi. “Come farfalle su proiettili” è il suo primo romanzo.
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