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Come foglia

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Maya Martìn ha quasi vent’anni quando la sua vita si spezza in un istante, lasciandola sospesa tra ciò che è stata e ciò che potrebbe ancora diventare. Quando si risveglia dal coma, scopre che nulla è più come prima: il passato ha appena bussato con forza, portando con sé legami inattesi, verità taciute e scelte capaci di mettere in dubbio ogni certezza.

Tra amore, dolore e desiderio di rinascita, Maya dovrà capire chi è, cosa è disposta a perdonare e se è possibile ricominciare quando il destino sembra aver già deciso.

Capitolo 1

A un certo punto sei costretto a torturare il tuo cervello affinché prenda una decisione. “Qual è la prossima mossa, amico?” gli ripeti costantemente.

Vorresti riuscire a immaginare la strada giusta da percorrere, sperando di non fare errori che ti portino indietro, di nuovo al punto di partenza.

Per questo provi a programmare la tua vita, plasmandola affinché il risultato sia esattamente quello che immaginavi.

Ma ovviamente non sai che, per quanto tu possa provare a organizzare ogni singola cosa in ogni minimo dettaglio, niente va come lo avevi pianificato.

E forse è giusto così.

Solo che a volte mi sembra di essere la protagonista di un videogioco e che i comandi non siano nelle mie mani: salto disperatamente da un fungo all’altro come in Super Mario e non so effettivamente perché lo sto facendo, ma per inerzia continuo a correre prima che il mostro Tempo mi raggiunga e mi superi, facendosi beffe di me e guardandomi mentre dietro di lui mi agito e sudo da ogni parte del corpo, quasi servisse a qualcosa.

Consigli? Be’, se c’è una cosa che ho capito è che crescere non è per niente facile e forse rientra in quella lista di cose di cui si ha paura – al secondo posto, proprio dopo i serpenti.

Ciò che devi sapere è che puoi decidere di non avere un incontro ravvicinato con un rettile (forse), ma non puoi contrastare un meccanismo di vita così inevitabile.

La crescita personale prevede l’itinerario – non completo – di un viaggio per cui serve solo un biglietto per un unico passeggero: tu! Tutto peserà sulle tue spalle inesperte, non ci saranno più bolle di sapone in cui i tuoi genitori ti nascondevano da piccola per proteggerti ogni volta che potevano, anche inconsapevolmente.

E per quanto questo ti facesse sentire amata, quella bolla ti ha protetto così tanto da ogni difficoltà, che se adesso ne arrivasse una proprio sotto al tuo naso, non sapresti riconoscerla… né affrontarla.

Un po’ come quando i nostri anticorpi non riescono a rilevare i propri nemici, dimenticano come usare i loro pugni magici d’acciaio e d’un tratto ci ritroviamo con l’influenza. Mia madre era così protettiva che probabilmente nemmeno quella mi avrebbe mai colpito, facendo però uno degli errori educativi più grandi: quello di sottrarmi al dolore e alle delusioni, cercando di farsene carico anche lei, rendendo così i miei pensieri negativi meno pesanti, moltiplicando poi in realtà la mia condizione di disagio e smarrimento… seguendo quasi una confusionaria e imprecisa equazione matematica.

A volte i genitori sanno che la cosa giusta da fare è lasciarti libera di sbagliare, perché gli errori sulla propria pelle sono maestri di vita più efficienti, ma alla fine non sono mai pronti a vederti cadere. Ed è proprio quando sono precipitata sotto gli occhi increduli di completi sconosciuti, ho sentito il bisogno di trovarmi in quella bolla ancora per un altro po’.

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Capitolo 2

Sono precipitata come un frutto da un albero frustato dal vento, come una palla di neve lungo una discesa… Lasciata sul suolo come foglie in pieno autunno.

In realtà posso dire che non è stata del tutto colpa mia, anche se la mia goffa camminata, simile a quella di chi aveva praticamente buttato giù due o tre bottiglie di vino tra bianco e rosso, mischiati come si fa con le salse dei pub, e la mia famosa tendenza al disordine, potrebbero essere prova del contrario in qualsiasi tribunale immaginario.

Sì, lo definirei immaginario, perché finche non mi sveglierò devo lasciare spazio alla mente; se anche solo volessi alzare un pollice per dire che è tutto ok, che sono viva e che riesco perfettamente a sentire mio padre russare accanto a me praticamente ogni notte, non ci riuscirei.

Ho il corpo addormentato e paralizzato, le cellule del mio apparato motorio si stanno concedendo una lunga pausa, mentre quelle del sistema nervoso hanno organizzato una grande festa, sono in continuo movimento e mi trasportano in posti sempre diversi spingendomi a perdere il contatto con la realtà; è come se facessi dei lunghi viaggi e poi tornassi per sentire il ronfo di mio padre – con mio piacere, poiché è un rumore che mi ricorda casa, il luogo in cui si torna sempre quando le cose ci spaventano troppo e tutto ciò che ci circonda sembra stringercisi addosso sempre di più. E ora mi sento proprio così, incollata a questo letto chissà da quanto tempo… Ma oggi non è un giorno qualunque! È il mio compleanno, e compio precisamente vent’anni.

Lo so perché ho sentito mia madre canticchiare “Tanti auguri a te” nel mio orecchio tirandomi i lobi venti volte: è una tradizione a cui non riesce mai a dire addio.

Poi l’ho sentita piangere, così tanto che le lacrime cadevano e toccavano il mio viso pallido.

La maggior parte delle volte mi sembra di sognare e altre di vivere ancora la mia vita, ma solo ascoltando le voci quasi soffuse e sempre più distanti della mia famiglia.

Ricordo poco di quel giorno.

Era estate, eravamo ritornati dopo anni nella nostra casa estiva a San Diego in California, rifugio segreto e sicuro di momenti di gioia e spensieratezza che hanno costruito la mia infanzia felice.

Avevamo deciso di tornare per fare visita anche ad alcuni parenti di mia madre e vecchi amici di famiglia: dopo tutto quel tempo, i miei genitori erano decisamente invecchiati e io ormai avevo l’aspetto di un’adulta con un bel po’ di centimetri in più.

La casa aveva una vista sul mare e la strada per raggiungerlo era breve. Amavo trascorrere del tempo sul balconcino che dava sull’oceano, respirare il suo odore e starmene sdraiata con gli occhi chiusi facendomi cullare dalla tranquillità del mese di luglio e dai ricordi che avevo in ogni angolo di quel paradiso terrestre.

Ricordo che quando ero piccola mia madre segnava la mia altezza sul muro con una matita colorata, il mio sorriso e i suoi occhi lucidi nel vedere quanto velocemente crescessi ogni anno; ricordo quando giocavo con gli amici dei vicini sul vialetto che portava alla spiaggia… C’erano Erika, Paul, Sophia e suo fratello, un bambino ricoperto di lentiggini e ricci dorati che gli coprivano il viso, con cui spesso disegnavo le forme e le immagini che vedevamo nascoste nelle nuvole. Adoravo quel gioco, perché mi permetteva di dare sfogo alla mia creatività mentre guardavo il cielo riempirsi di tutti i suoi colori più belli.

Ricordo anche quando durante una gara con le bici, lungo una discesa, mi sono slogata il gomito… ma poi ho continuato ad andare al mare anche con il gesso che copriva tutto il braccio.

E come dimenticarsi delle cene che organizzavamo con tutto il quartiere, all’aria aperta, con i piedi nella sabbia e i bicchieri pieni per festeggiare e assaporare ogni singolo momento di felicità.

Ma torniamo al presente…

Avevo comprato un cappello, di quelli un po’ grandi, perché il venditore mi aveva detto che esaltava e impreziosiva la mia figura e il mio stile, e anche se al novantotto percento ero convinta lo avesse detto solo per convincermi ad acquistarlo, alla fine lo avevo preso affidandomi a quel misero due percento che mi spingeva ancora a credere nell’umanità, caratteristica che probabilmente da anni si è trasferita e oggi popola un altro pianeta.

Era di paglia, con un foulard rosso attaccato e copriva dal sole cocente delle due del pomeriggio. E questo era decisamente un ottimo motivo per tenerlo sulla testa.

Avevo scelto un orario molto caldo per andare al mare, un punto morto della giornata, perché era raro trovare anche i pesci nelle immense acque americane.

Tutti approfittavano di quell’intervallo di tempo per mangiare a riva facendosi bagnare i piedi dalle onde fino a che il sole non spariva del tutto o per starsene a casa a schiacciare un sonnellino, ricaricare le batterie e poi tornare al dolce far niente.

Alla fine, la vacanza è proprio questo: un modo per permettere a ogni parte del corpo di rilassarsi dopo un pesante inverno freddo; anche i pensieri dell’anno trascorso preparano le valigie insieme a te, e poi ti aspettano alla porta quando rientri.

Quel pomeriggio stavo mangiando anche un gelato, rigorosamente al limone – un classico che non smette mai di regalare quelle giuste vibes estive.

Dopo essere arrivata a San Diego, avevo conosciuto un ragazzo, direi “un figlio del mare”; probabilmente neanche esisteva davvero, anche se io ero sicura di averci parlato più volte ed era il motivo principale – o forse direi l’unico – della mia presenza al mare a quell’ora.

Si chiamava Peter.

Ricordo che l’ultima volta che l’ho visto, la sua tavola da surf aveva urtato in pieno la mia testa vuota.

In acqua sono davvero una frana, chiudo ancora le narici del naso con le mani, ho paura di tuffarmi da scogli o punti alti e i miei occhi si perdono nel blu quando sono da sola, restando imbambolata senza far niente. E quindi scontrarsi con un oggetto mi era sembrato il minimo, vista la mia distrazione.

2025-10-08

Aggiornamento

E anche i 250 sono stati raggiunti!! Questa è stata una grandissima sorpresa e un enorme regalo 🎁!! Grazie ancora a tutti quelli che hanno supportato un piccolo grande sogno che custodivo nel cassetto da anni e che ho avuto il coraggio di tirare fuori, e che adesso sta prendendo forma sempre di più! Restate insieme a me per continuare questo viaggio insieme che è ancora tutto da vivere!🙏✨ Non vedo l’ora che “Come foglia” sia vostro✨
2025-09-18

Aggiornamento

Abbiamo finalmente raggiunto il primo obiettivo! Si, “abbiamo” perché tutto questo è anche grazie a tutti voi che mi avete accompagnato e supportato in questo viaggio. Ringrazio ogni singola persona che con l’acquisto della copia, mi ha dimostrato affetto e amore sincero. Adesso parte il prossimo obiettivo, ma io sono già molto soddisfatta di tutto questo che stiamo creando. Immensamente grata, Stefania🍂✨♥️
2025-07-14

Aggiornamento

Sono felice di poter condividere con voi l’articolo meraviglioso che “il caffè quotidiano”, in magazine online, ha scritto sul mio primo libro “Come foglia”🍂 incarnando ed esprimendo al meglio il senso, scopo e il significato di tutta la storia. Questo è il link: https://www.ilcaffequotidiano.com/2025/07/14/foglia-la-fragilita-si-forza/ Ne vale la pena♥️

Commenti

  1. Stefania Pistone

    https://www.ilcaffequotidiano.com/2025/07/14/foglia-la-fragilita-si-forza/ Questo è l’articolo scritto sul mio libro, se vi va di leggerlo, incarna il senso e lo scopo di tutta la storia ♥️

  2. (proprietario verificato)

    I primi due capitoli mi hanno incuriosito molto.. la trama è davvero intrigante e non vedo l’ora di continuare a leggere!

  3. Mena Piccolo

    I primi due capitoli, mi hanno incuriosita, sarà sicuramente un libro interessante.
    Non vedo l ora di leggerlo.
    Auguro alla scrittrice di realizzare il suo sogno, complimentandomi x la sua bravura e fantasia.

  4. Sandro Nasto

    (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di continuare a leggerlo! Gia dai primi capitoli capisci che sarà un libro che ti rimarrà dentro! Brava alla scrittrice.. ha saputo trasmettere cosi tanto, in così poche righe!

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Stefania Pistone
Nasce a Napoli nel 1998, dove vive e lavora come istruttrice musicale. Inizia a danzare a cinque anni e consegue un diploma e una laurea magistrale in Scienze motorie. È appassionata di lettura e scrittura: “Come foglia”, il suo primo libro, è un progetto che segna l’inizio del suo percorso letterario.
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