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Corpo alle parole. La mia storia “capovolta”

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C’è un momento in cui le parole smettono di restare in superficie e chiedono di essere attraversate e abitate: sono uno spazio fragile e necessario, in cui l’esperienza prende voce e la voce trova finalmente un corpo.

Tra frammenti, immagini interiori e pensieri essenziali, si apre un viaggio non lineare, fatto di rovesciamenti, soste e piccoli inciampi. Un percorso che non cerca risposte definitive, ma ascolto. Che non teme il paradosso, riconoscendolo come una forma autentica del vivere.

La scrittura si muove tra leggerezza e profondità, tra la parte adulta che comprende e quella bambina che ancora si stupisce. Ne emerge un invito a stare, a sentire, a riconoscere che ogni parola può diventare gesto, e ogni gesto memoria viva.

Quella bambina chiamata Marta

Dalle pagine di diario

In una piccola città, in una bella casetta, vivevo con la mia famiglia, mamma e papà, spesso la nonna, e anche degli animali domestici a farmi compagnia. Avevo tanti giochi e tanti libri e vivevo tranquilla, serena e contenta.

Avevo imparato a gattonare veloce veloce e a buttar fuori la roba dei cassetti. Mi piaceva fare il bagno nella vasca con mamma e papà, guardare il mio corpo cicciottello e i loro nudi senza imbarazzo. Gustavo già allora senza risparmiarmi tutti i cibi che mi offrivano.

Gli adulti intorno a me mi proponevano tantissimi giochi diversi: le costruzioni, i chiodini, i Lego, i puzzle, i pentolini per fare da mangiare con le foglie o il cibo per far finta di cucinare. Poi c’erano il pongo, i disegni con il riso e la pastina, i colori, i collage…

Oltre a mamma e papà, da un po’ più grande stavo soprattutto con la nonna Irene e con L., che chiamavo zia. Con lei giocavo alla parrucchiera, a fare i massaggi, alla maestra, ai giochi in scatola…

Gli adulti intorno a me raccontavano e leggevano tante storie, a volte ne inventavamo insieme. Mi potevo muovere poco, vedevo poco, però mi è piaciuto fin dall’inizio giocare con le parole, sono sempre stata curiosa, a cinque anni sapevo già leggere. Spesso, la sera prima di dormire, raccontavo io le storie, inventando con fantasia o spiegando quello che mi era successo nella giornata, passandomi tra le dita un nastrino di velluto che mamma mi aveva cucito.

A volte avevo paura, a volte mi toccavano dolori fisici ma con l’amore di chi mi stava vicino tutto passava in fretta.

Com’è normale, cercavo le cose più comode per me. Facevo un po’ fatica a rompere il ghiaccio con i gruppi degli altri bambini, avevo sempre bisogno di un grande che mi stimolava. Poi, però, ci stavo bene, e mi piaceva, anche se a volte avevo bisogno di isolarmi tra i libri. Ricordo comunque con piacere tanti momenti, tra cui i travestimenti, le feste di carnevale con gli amici dei miei o a scuola: per esempio quella volta che tra indiani e cowboy facevo la vecchia squaw che sfilava per le vie di Arcore sulla carrozzina, reduce da uno dei diversi interventi, quella volta alla gamba.

Una delle cose che più mi piaceva era giocare con Mattia, mio cugino, della stessa età. Con lui si facevano partite di Monopoli, costruzioni con i Lego, si inventavano storie animandole con i peluche: anche lui aveva tanta fantasia, e si riusciva a chiacchierare bene insieme.

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Mamma quercia

Dallo scrigno magico

Buona sera, io sono Mamma Quercia e vorrei raccontarvi una storia.

Sono piuttosto vecchia e un po’ saggia, perciò vi dico cose che tutti, piccoli e grandi, possono ascoltare a modo loro: l’essenziale è che si faccia soprattutto con il cuore.

È una storia semplice e comune, e insieme unica e speciale: la cosa più importante che vorremmo trasmettervi è stare nell’attimo presente.

In questo viaggio ci aiuta e accompagna il nostro buffo amico alieno Capovolto, piombato sulla Terra da non so quale strano pianeta. Non ha una sua forma, prende ogni momento quella più adatta, ma soprattutto ha la specialità di saper sempre vedere le cose da una prospettiva diversa e insolita…

Non vedo l’ora di partire!

Vi starete chiedendo cosa ci faccio io qui a parlare con voi, a farvi immaginare mondi vicini e lontani. Dovete sapere che Marta è venuta a cercarmi nel folto del bosco in un momento di crisi, in cui era disorientata e smarrita. Io l’ho accolta con amore, ascoltata con le profondità del mio cuore legnoso e sapiente, infine l’ho guidata e accompagnata dentro sé stessa, a scoprire la mamma albero che abita solida dentro di lei e dentro ciascuno di noi e ci rende casa.

In questo viaggio, Marta ha trovato delle pergamene, appena un po’ ingiallite, su cui iniziare a scrivere di sé. Ora ci leggerà, leggera, alcuni suoi racconti per cominciare.

Il buco della sete

Dallo scrigno magico

In una piccola casa, in un villaggio di media grandezza, sopra una grande collina vivevo con la mia famiglia, i genitori e la nonna, tanti libri, giochi e anche degli animali domestici a farmi compagnia.

Ero una bambina normale, come ogni altra, o almeno così mi sentivo e gli altri mi facevano sentire… in realtà qualcosa di diverso c’era, potevo muovermi poco e vedevo solo da molto vicino, ma la mia vita era felice e serena. O meglio, lo era per un po’, poi iniziarono a farsi strada le difficoltà, le differenze e le fatiche. Ma mi ero abituata a sorridere sempre, a non esprimere mai il mio punto di vista soprattutto se era negativo: gli altri mi vedevano sempre contenta, mi apprezzavano per questo, perciò mi sentivo in dovere di essere sempre così anche quando non lo ero, per non deludere nessuno, e poi mi sembrava più facile che provare a cambiare…

Un giorno mi scoprii un buchino nella pancia, cercai di non guardarlo e di non pensarci per star tranquilla, tanto solo io riuscivo a percepirlo: nessun altro per fortuna se ne accorgeva… ma pian pianino il buco si ingrossava, finché divenne enorme e non potei più evitare di vederlo né di sentire un gran fastidio.

Il freddo passava attraverso quel maledetto buco e facevo fatica a scaldarmi, anche se mi coprivo con vestiti morbidi e pesanti che i miei cari mi davano. Avevo bisogno di affetto per riempirlo, ma non era facile chiederne e ottenerne. Sentivo il bene della famiglia, ma avrei avuto bisogno di sentirmelo dire, di dare e ricevere baci e abbracci…

Dal buco uscivano mostri che mi impaurivano e divoravano ogni cosa, soprattutto la mia positività. Il più cattivo era il mostro della paura, mi bloccava e non c’era verso di fare qualcosa di nuovo e diverso, di andare verso i miei compagni con atteggiamento aperto, anche se lo desideravo… mi toccava aspettare sempre che qualcuno facesse il primo passo, ma nel frattempo ero prevenuta verso tutti, così mi ritrovavo sempre più sola e delusa.

Provai allora a riempire fino in fondo il buco di cose buone, soprattutto dolci, spesso ingollati velocemente, in gran quantità e di nascosto; provai accumulando carta, libri e parole scritte… provai a chiudere l’odiato buco, cancellarlo, far finta di non vedere ogni emozione negativa, tutto quello che non volevo sentire di me, che mi sembrava brutto… ma il buco dentro diventava sempre più grande, nero e profondo.

Poi un giorno pensai che dovevo trovare il tappo adatto e mi furono offerti tappi di vari tipi. Ne provai alcuni dolci e altri pieni di parole e storie. Apparentemente erano buoni ma… continuavo a star male; cercavo e cercavo, ma non riuscivo a trovare il tappo giusto; provai a riempire il buco di gesti buoni verso gli altri… finalmente stavo meglio ma niente, il buco era sempre lì… infine smisi di cercare. Stavo male, mi sentivo stanca, triste e arrabbiata e cominciai a piangere. Quando smisi, nel silenzio udii una voce che mi diceva: «Smetti di cercare fuori, cerca dentro di te».

Allora intuii che quella voce aveva ragione… mi accorsi di mondi magici, colorati e ricchissimi che iniziai a esplorare in un viaggio, sentii che a volte era una riscoperta di qualcosa che già un po’ conoscevo. Spesso trovavo angoli bui o piccoli mostriciattoli, ma riuscivo a guardarli senza troppa paura, a volte provavo perfino a dargli un nome, magari buffo; ma soprattutto, facevo queste esplorazioni sola, senza aspettare che qualcuno mi convincesse a camminare o mi prendesse per mano… dopo tutto, anche la solitudine poteva essere una condizione piacevole!

Felice della scoperta, cominciai ad avvicinarmi agli altri in modo più aperto, a osservarli più attentamente… sorridevo, facevo loro domande e proposte accettando che potessero andare bene oppure no… Scoprii che tutti, come me, avevano il loro buco ricco di luci, colori e qualche ombra e che le persone più belle per me erano quelle consapevoli di avere un buco e che vi si immergevano ogni tanto.

Pian piano, il buco diventò più piccolo, ma fortunatamente la porta di quel mondo magico non scomparve mai.

2025-06-30

Aggiornamento

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Marta Bidoglia
Ha quarantotto anni e vive a Monza. È laureata in Lingue e Letterature straniere, con indirizzo Comunicazioni. Lavora in Comune come amministrativa ai servizi sociali ed è stata operatrice di uno sportello stranieri. È attiva nel volontariato: in particolare, insegna in un doposcuola e in un corso di italiano. Porta avanti da tempo percorsi di crescita personale, principalmente attraverso la scrittura autobiografica e creativa.
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