“Non è lo specchio che riflette l’anima. È l’anima che chiede di essere vista.” Crescentina Cosciotti
In questa galleria non entrano solo quadri: entrano persone. E ogni persona porta una voce — un frammento di verità che, insieme alle altre, compone la mostra.
Confessione di un autore innamorato dell’anima Non l’ho inventata, Crescentina. Non del tutto. Crescentina esiste, e chi la conosce lo sa. Esiste nei suoi occhi che vedono oltre le maschere, nei gesti precisi come una danza, nella voce che ti accompagna come un canto antico. Io non ho fatto altro che seguirla: a volte con la penna, più spesso con il cuore. Il nome è solo un vestito, un abito cucito addosso a una donna che non ha mai amato le etichette e ha sempre indossato la verità. Questo è un luogo di incontro, un passaggio segreto tra chi si racconta e chi si lascia toccare: una galleria in cui le opere respirano e i personaggi si lasciano guardare anche quando sarebbe più comodo restare nascosti. Crescentina mi ha insegnato che esistere davvero è un atto artistico e che esporsi, con grazia, con dolore, con risolutezza è forse la forma più alta di spiritualità. Per questo ho scritto. In un mondo che chiede di semplificare, lei complica in modo ostinato e delicato. Mentre tutto urla, lei ascolta. Mentre tutti interpretano ruoli, lei è. Punto.
Queste pagine sono un tributo, un rito di passaggio, un atto d’amore ma anche un promemoria per chi ha dimenticato che esporsi è un gesto sacro. Crescentina esiste, e io, scrivendo, ho avuto il privilegio di vederla, forse anche di riconoscerla. E se qualcosa, tra queste parole, vi somiglia, allora forse anche voi siete stati guardati da lei. Milo Rozzarin
Capitolo 1: La galleria dell’anima Benvenuti nella mia galleria. È un luogo di opere d’arte, riflesso della mia vita: una tela dove il tempo ha lasciato i suoi segni, dove la verità, come il colore, continua a rivelarsi. Ogni angolo racconta qualcosa che va oltre l’apparenza. Vedere è un atto di meditazione. E io, Crescentina Cosciotti, sono una donna che osserva: le cose, le persone, le anime. Non si può essere una vera artista, una donna spirituale, senza saper guardare con occhi attenti. Qui, tra queste mura, non solo dipinti e sculture vivono: sono le opere stesse a muoversi, a respirare. Ogni figura che vedete è una manifestazione di ciò che sono e di ciò che sono diventata. Ma non temete: non sono qui per raccontarvi la mia vita come una semplice narrazione. Questo non è una biografia qualunque. Nel mio mondo ogni parola ha il peso di una pennellata, ogni capitolo il respiro lento di una tela che si srotola. Ogni personaggio che incontrerete è una vera opera d’arte. Non vi chiederò di giudicare: solo di guardare e, forse, riflettere.
Ogni galleria ha bisogno di una guida. Io sono la vostra. Non una guida turistica, né una saggia eremita: solo Crescentina, una donna che ha vissuto e continua a vivere con passione e risolutezza, ma anche con la grazia di chi sa che non si finisce mai di imparare. Mi sono sempre chiesta se il vero valore di un’opera sia la sua capacità di restare nel tempo, o il fatto che, ogni volta che la guardiamo, qualcosa di noi cambia. Col tempo ho capito che la risposta è nelle mani di chi osserva, non solo in quelle di chi crea. Io, creatrice della mia vita, come un’artista davanti alla tela vi mostrerò ciò che ho osato creare. Siete pronti a scoprire la prima sala?
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Capitolo 14: La stanza degli specchi (mentali) A pochi giorni dall’inaugurazione, Crescentina organizza in galleria un momento che chiama di raccoglimento e apertura. Nessuno capisce bene di cosa si tratti. È bastato vederla accendere una candela al centro del tavolo perché tutti entrassero in uno stato di allerta spirituale. Sono lì: Coso 1, con una sciarpa di seta impeccabile. Il Pensatore, in una posa studiata ma apparentemente casuale. Pierilde, che trafficava con due cellulari e un quaderno a spirale. Anestesia, mezzo addormentato. Il Critico, che osserva tutto come se fosse già un saggio in preparazione. E Crescentina, calma, luminosa, perfettamente nel suo elemento. “E se l’introspezione fosse un’opera d’arte in divenire?” chiede lei, sorseggiando il tè con due dita sollevate, da dama d’altri tempi. “Uno specchio che non riflette solo l’aspetto, ma il disegno dell’anima.” Coso 1 fa una smorfia, sistemando il polsino. “Con tutto il rispetto, allo specchio mi ci guardo ogni mattina. Ottima luce, zero filtri, tanta verità.
Per quanto riguarda l’anima… lasciamo stare, è un concetto troppo vintage.” Il Pensatore accenna un sorriso, guardandolo da sopra gli occhiali. “Ti ammiri, non ti osservi. C’è differenza, Coso. L’introspezione richiede spoliazione dell’ego.” “No, no, vi prego, risparmiateci gli echi filosofici, interviene Anestesia con voce lenta. Per me l’introspezione è come cercare il telecomando infossato nel divano. Sai che è lì, da qualche parte, ma dopo un po’ ti passa la voglia e guardi il soffitto.” Pierilde annuisce vigorosamente. “Sì! E poi ti distrai! Stamattina ci stavo provando, sul serio. Mi sono messa allo specchio e ho pensato: “Chi sono?” Poi ho visto una ragnatela in alto a sinistra. Sono finita a pulire la libreria. Però ci stavo, eh… più o meno.” Il Critico sospira con eleganza. “La verità è che nessuno ha davvero voglia di vedersi per ciò che è. Preferiamo raccontarci, costruirci, illuminarci come sculture perfettamente posizionate. Fa meno male.” Crescentina lo guarda con dolce fermezza. “Anche una scultura, se abbandonata, si sgretola,” risponde.
“L’introspezione serve a tenerci in piedi. È il restauro silenzioso di noi stessi.” Per un attimo, nella stanza cala un silenzio strano. Non imbarazzato. Carico. Ognuno di loro pensa al proprio “specchio mentale”: Coso 1 alla macchia sul quadro, il Pensatore nella sostanza e il Critico nel ruolo alla crepa che sente farsi largo…. Anestesia alla lettera che ha appena scritto, Pierilde alle tele incompiute, La candela al centro del tavolo brucia piano. La fiamma si riflette sui loro occhi. Crescentina li guarda a uno a uno. Non ha bisogno di aggiungere altro. In quella stanza di specchi invisibili, per un istante, ognuno di loro si vede un po’ di più. Non come vorrebbe apparire. Ma come è. E, senza saperlo, la mostra è già cominciata. Dentro di loro.
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Capitolo 22: L’opera fantasma La galleria era vuota, ma non davvero silenziosa: le tele trattenevano un brusio sottile, le sculture sembravano respirare in attesa. Il giorno dopo ci sarebbe stata l’apertura al pubblico. Tutto era pronto. O almeno così pareva. Crescentina stava per chiudere quando la vide. Un quadro, appoggiato a terra contro la parete più lontana. Nessuna targhetta. Nessuna firma. Solo una cornice semplice, grezza. Dentro, una tela quasi bianca. Quasi. Al centro, una sola traccia, una lama rossa, sottile, in diagonale. Una fenditura nella quiete. Si avvicinò. Il bianco non era vuoto: vibrava. Quella linea sembrava una cicatrice fresca, una ferita che non aveva ancora deciso se chiudersi o restare aperta. “Chi ti ha portata qui?” mormorò, più a sé stessa che al quadro. La galleria non rispose, ma Crescentina era certa di una cosa, quella tela non c’era, la sera prima. Nessuno dei suoi artisti ne aveva parlato.
Fece per spostarla, poi si fermò. Era come se fosse la tela a guardare lei. Non chiedeva un posto migliore, chiedeva solo di essere vista. Non era solo un’opera. Era un appello. La voltò con delicatezza. Sul retro, una sigla a matita, una “P” minuscola, quasi timida, quasi vergognosa. Il Pensatore? O qualcuno che non aveva trovato il coraggio di dirsi per intero? Forse l’arte più vera arriva da chi non riesce a parlare, pensò. Rimase a lungo davanti a quell’opera fantasma. Non sapeva se fosse arte, provocazione, confessione. Ma una cosa era chiara, apparteneva a quella mostra. Non poteva ignorarla. Decise di non toccarla. La lasciò dov’era, contro la parete. Al posto della targhetta, prese un cartoncino bianco e scrisse, a mano, con inchiostro nero: Opera senza autore Lasciata nel silenzio. Viene da chi ha scelto di non essere visto ma non ha resistito al bisogno di esserci. Posò il cartoncino. Spense le luci. Uscì, chiudendo la porta alle sue spalle.
Non vide la figura nascosta dietro una tenda, immobile, in penombra. Restò lì, a fissare la tela, come una presenza che non sa se desidera essere scoperta o dimenticata.
Capitolo 23: La porta si riapre La mattina dell’apertura arrivò con la stessa luce di sempre. Ma Crescentina sapeva che l’idea di un giorno uguale è un’illusione. Era cambiata lei. Erano cambiati loro. Non nei gesti, nei dettagli impercettibili, come la polvere che, posandosi, cambia il peso dell’aria. La galleria era ancora vuota, ma già abitata da ciò che stava per accadere. Crescentina camminò tra le opere. La tela incompiuta di Pierilde. Il silenzio scritto di Anestesia. Il ritratto tagliente di Coso 1. La scultura scelta dal Pensatore. E poi, lei, l’Opera Fantasma. Sempre lì. Sempre muta. Presente come una parola che non ha mai trovato il coraggio di uscire. Accarezzò il bordo della cornice. Sul retro, la lettera “P” era ancora lì, minuscola, ostinata, come un sussurro. Si voltò e incrociò il proprio riflesso in una vetrata. Il viso le parve più segnato. O forse solo più vero.
Sorrise. Pensò, Non siamo pronti. Ma siamo vivi. Andò verso l’ingresso. Girò la chiave nella serratura. La porta si aprì. E il libro riprese da dove tutto era iniziato. Solo che, stavolta, nessuno era più lo stesso.
Capitolo 35: Dopo lo specchio, la strada La galleria era tornata silenziosa. Non il silenzio carico di attese della prima mostra, ma un altro, quello che arriva dopo aver detto tutto ciò che si poteva dire. Io Crescentina, camminavo tra le sale ormai svuotate, con i riflessi delle cornici che si rincorrevano sulle pareti come fantasmi benevoli. Ogni quadro, ogni opera vivente che avevo ospitato, aveva lasciato un segno, visibile e invisibile. Sentivo che mancava qualcosa. Avevamo guardato dentro noi stessi. Fino allo sfinimento, a volte. Avevamo scavato, riso, tremato. Ci eravamo spogliati di ogni difesa, o almeno così credevamo. Ma la verità, quella che sussurra solo quando non la cerchi più, mi stava raggiungendo piano: l’introspezione è solo metà del cammino. Chi siamo, lo abbiamo visto. Ma cosa ne facciamo di quella consapevolezza? Mi tornavano in mente i volti dei miei “quadri umani”: Coso 1, che aveva avuto il coraggio estremo di mostrarsi nudo, ma che già sentivo tornare a cucirsi addosso nuove armature. Pierilde, che aveva accettato la sua incompiutezza, ma con un’irrequietezza ancora senza pace.
Il Pensatore, capace ormai di sentire, ma ancora timoroso di vivere davvero. Anestesia, che aveva intravisto per un istante la propria sostanza, salvo poi svanire di nuovo, come una nebbia che teme il sole. E il Critico… che aveva cominciato a smettere di giudicare, ma forse non ancora a lasciarsi toccare del tutto. Eravamo tutti lì, sospesi tra il vedere e il fare. Tra l’essere e il diventare. Seduta nella mia galleria vuota, con la luce del tramonto che carezzava le travi alte del soffitto, ho capito: la prossima mostra non sarebbe stata uno specchio. Sarebbe stata una strada. Una strada fatta di scelte, di tentativi, di errori splendidi. Una strada dove la felicità non fosse solo un concetto da ammirare, ma un rischio da correre. Dove la bellezza non fosse più solo introspezione, ma presenza viva, gioia piena, vita che pulsa e si offre senza paura. Ho chiuso gli occhi e respirato a fondo. Guardarsi dentro è importante, mi sono detta. Ma scegliere di essere felici… è l’opera più coraggiosa che esista. Fu allora che ho deciso: era tempo di ricominciare. E questa volta, l’arte avrebbe avuto il volto della gioia.
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Capitolo 38: La galleria dell’emozione Benvenuti. Di nuovo. Questa galleria è la stessa, eppure completamente diversa. Proprio come noi. Se la prima mostra fu uno specchio dell’anima, questa è una finestra aperta sul mondo. Non più: «Chi sono io?» Ma: «Come sto?» E: «Cosa scelgo di donare?» Io sono sempre Crescentina. Non più soltanto una “donna risoluta”, oggi mi sento soprattutto una donna in ascolto. Non cerchiamo più la perfezione, né verità assolute. Cerchiamo qualcosa di più fragile e prezioso, quella felicità silenziosa che si nasconde nei dettagli. Mi rimane una domanda che punge il cuore: può durare? Per risponderle ho richiamato loro, quegli spiriti inquieti, buffi, profondi e “sbagliati” che dieci anni fa misero a nudo la loro identità. Ora li vedrete non come erano, ma come sono diventati. O, forse, come hanno imparato ad amarsi oggi. In questa nuova mostra, ogni sala è una stanza del cuore.
Ogni opera, una confessione lieve. Ogni volto, una domanda nuova: Può l’arte nascere dalla gioia? Entrate, se volete. Niente sarà spiegato. Tutto sarà sentito. Siete pronti a scoprire la prima sala?
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