Una donna, un caffè, lo sguardo che si perde su distese verdi e sulla linea ferroviaria. L’appartamento è vuoto, ma affollato di ricordi: immagini rumorose, stancanti, impossibili da zittire.
In attesa di qualcuno che appartiene al suo passato, la donna decide di scrivere: è il momento di riscattarsi e di intraprendere quel viaggio interiore che rimanda da troppo tempo. I suoi pensieri scorrono fluidi, come i treni sui binari, trasportando vita, sogni e rimpianti. Racconta la propria storia senza mai rivelare il proprio nome, intrecciando le vicende di tre giovani donne che salgono sullo stesso treno diretto a Roma.
Nella capitale, fra suggestioni e contrasti, le tre iniziano il loro cammino: nuove opportunità nel mondo dell’editoria, amori inattesi, fallimenti brucianti, piccoli e grandi trionfi.
Tra occasioni perdute e desideri taciuti, resta un’unica questione da chiudere, perché il futuro, come un treno in arrivo, giunge sempre dal passato e si ferma nel presente.
Introduzione
La vita non aspetta.
Prosegue la sua corsa lungo i binari del tempo, snodandosi in spazi multipli e composti, con tutti i suoi bagagli.
Valigie colme di memoria, di quel passato che forgia e distrugge, di ogni attesa destinata a fallire o a fiorire. Di coraggio e paura. Di sogni.
Quanto rumore fanno i sogni tra le corde del cuore e la mente? Si mescolano ai profumi di infanzia e alle visioni di giovani aspettative; sono veri, sono nostri e reclamano ascolto.
A un certo punto, ci si ferma a osservare quel che è stato, volgendo, al contempo, uno sguardo timido al futuro che tanto spaventa. Si mette ordine tra le cartacce, si tirano le somme; si pretende verità.
Si punta a un domani ricco di promesse, senza dimenticare chi siamo: ogni ruga è figlia del tempo, ogni cicatrice un promemoria della battaglia vinta. Le lacrime sfumano in sorrisi indefiniti, di sale o di stelle.
L’anima cerca ristoro, chiede perdono e scusa la vita.
Un nuovo Big Bang, una nuova creazione: esplode ogni frammento represso di universo. È nascita.
Ogni storia inizia così: un cumulo di emozioni che non ha forma si riversa su fogli bianchi, e qui, domato, accolto, compreso, si lascia andare per dare origine alla vita.
La scrittura, come linfa, si mescola col sangue: parte dal cuore e passa per ogni organo vitale. Nel farlo porta con sé un pezzetto di tutto, e torna al cuore.
Nulla resta senza ossigeno.
Tutto diventa chiaro: una donna, questa donna, ora sa, ora vede.
Ora prende forma.
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Presentazioni
Un frastuono nella testa, una spaccatura, il profumo di melassa o forse è solo caffè. Dentro.
Fuori, tutto apparentemente immobile: distrattamente malfermi solo quei rami e quelle foglie, che si abbandonano al falso vento che i treni lasciano dietro di sé. Sì, da casa mia si vedono i treni.
I silenzi si fanno più assordanti di notte, quando tacciono i fischi e i lamenti delle locomotive, e iniziano a urlare nelle crepe della memoria.
Si accaniscono contro di me, come creature rabbiose venute fuori da una favola nera. Ma non ci sono streghe qui, né fate, né tanto meno principi ribelli pronti a salvare se stessi da un’esistenza di triste anonimato. Ci sono draghi, tuttavia, di quelli che alitano fuoco e che, spalancando le ali, ingoiano con la loro ombra di pece tutti i sogni e le speranze più audaci.
Ma cosa sono i sogni in realtà, se non piccole fenici? Forse non muoiono mai del tutto. Forse, si raggomitolano come dei bravi gattini in un angolo, e aspettano che qualcosa smuova le ceneri per risollevarsi e spalancare essi stessi le ali, riempire di luce le nere fenditure della notte; accarezzare un’alba che forse così bella non è mai stata.
Ed ecco che il giorno irrompe e io mi sveglio sognando il fischio del treno delle cinque e cinquantacinque che, ogni mattina, mi canta il buongiorno. Il treno che mi riporta indietro o forse quello che mi trascina fuori mentre, un attimo prima, ero dentro, nella mia testa.
Fuori… dentro. È un po’ che li confondo.
Sento che un pezzetto, seppur insignificante di me, vorrebbe prenderlo quel treno, ma poi non potrei più guardarlo da qui, immaginarne i passeggeri, il colore della loro pelle, delle iridi; non potrei immaginare il motivo del loro viaggio. Non potrei più rivivere, ricostruire: non potrei più ricordare.
La verità è che non provo più grande interesse per i viaggi, fisici perlomeno: troppo pesante il mio corpo con le sue valigie colme di anni risciacquati, strizzati e stesi al sole. È la mente che lascio viaggiare: è più veloce, anche se non meno leggera, ma le riesce ancora di volare.
Una mattina come le altre. Le sei e ventidue. Il caffè sul tavolo e lo zucchero di canna. Io seduta di fronte alla solita veduta. Il verde, l’azzurro, il grigio della ferrovia. Le ciliegie mature a qualche metro dai binari, le galline a beccare pigre il terreno dalla parte opposta.
Il mio balconcino sovrasta come un palchetto di teatro la scena. Ma la scena di quale spettacolo? Quella di sempre. Una soltanto. Treni bianchi o a fasce sbiadite che si susseguono nelle ore del giorno e della notte, con gli stessi intervalli bloccati in un loop temporale senza capo né coda. Eppure la coda sta nel vento che scompiglia i miei capelli, mentre sorseggio le ultime gocce di caffè. Ed è passato quello delle sei e trentacinque.
Guardo il portatile che mi fissa ammiccando con la sua linea nera. Guardo i tasti e le letterine schierate come soldatini pronti per la battaglia. Sento da molto tempo una forza che mi sospinge nella sua direzione, verso un esame di coscienza che dir si voglia, o semplicemente verso il resoconto della mia vita o della parte più decisiva di essa.
Pigio i tasti e mi ritrovo a comporre parole, gorgheggi di pensieri esternati, depositati, condivisi.
Inusuale, ma necessario è omettere la mia identità. Nascondermi nella trasparenza del vento o confondermi col nero della notte fa lo stesso.
Passeggio ignota tra queste pagine, le calpesto con discreta sollecitudine, tracciandone i segni che pian piano formeranno i contorni della mia persona. In fretta, per paura di scompormi un’altra volta.
Frastagliata, vestita di tensioni e di incertezze corro come un treno, affinché non smarrisca questo coraggio. Perché ricca di nuova determinazione, ridisegni il mio fato e accarezzi le stelle.
Sono sul mio balcone, su queste pagine, sono su quel treno una mattina del 1984.
Antonio Pasquale
La scrittura del romanzo Da casa mia si vedono i treni assume un ruolo cardine all’interno del percorso della narrativa contemporanea, a cui sta a cuore l’ accuratezza semantica, la delicatezza delle descrizioni e la profondità degli stati emozionali, così come tratteggiati dall’autrice.
Rosanna Pasculli ci regala altresì un progetto di lettura poetica, altamente espressiva ed icasticamente innervata di nostalgia e simbolismo senza indugiare in recessi dell’animo eccessivamente involuti. La sua scrittura piana e ricercata sostanzia la trama narrativa incentrata sull’esigenza di trovare se stessi, affrontando le difficoltà del proprio percorso di vita, inoltrandosi oltre le barriere di protezione, che spesso assumono sembiante di maschere e vere prigioni esistenziali, da cui la protagonista dovrà emanciparsi.
Il treno diviene il riferimento topico dell’ origine e del ritorno, ma anche tramite e protagonista del percorso delineato dalla scrittrice esordiente.
Si possono rintracciare intimi e calibrati echi letterari nella scrittura del romanzo, abilmente disegnati dalla penna colta e sagace dell’ autrice.
Un invito alla lettura per scoprire come la complessità dell’io e gli stilemi della vita, possano essere comunicati con disinvoltura e delicatezza senza distensioni narrative eccessivamente prolisse, ma centrate sulla cura del dettaglio e la fruibilità di una storia non semplice, che contestualmente cattura il lettore e concedendo la facoltà di immaginare future evoluzioni della trama.
Antonio PASQUALE
Francesca Butti (proprietario verificato)
Questa storia mi ha colpita profondamente per la sua capacità di raccontare il viaggio non solo come attraversamento di luoghi, ma come lenta migrazione dell’anima, fatta di ricordi che bruciano piano, scelte necessarie e ferite che imparano a respirare. Il simbolismo dei treni accompagna la narrazione come un battito costante: binari che promettono la fuga e, allo stesso tempo, riportano sempre alle proprie radici, a ciò da cui non si può davvero partire.
I personaggi, e in particolare la protagonista, vibrano di un’autenticità fragile e luminosa, così umana da diventare subito familiare. L’amicizia, l’amore e la scrittura si intrecciano come fili sottili ma resistenti, trasformandosi in riparo, in salvezza silenziosa contro il peso del mondo. La storia d’amore, imperfetta e dolorosa, è raccontata con una sincerità disarmante, priva di idealizzazioni, capace di ferire e consolare nello stesso istante.
Nel complesso, questa lettura è stata per me un’esperienza intensa e malinconica, una di quelle che restano addosso come il rumore lontano di un treno nella notte: colma di dolcezza, attraversata dalla nostalgia, ma sempre aperta a una speranza ostinata, che resiste anche nei momenti più bui.
Luana Finzio
La storia segue tre giovani donne che salgono su un treno diretto a Roma, ognuna porta con sé un desiderio di cambiamento. Alla fine del romanzo capirete chi sono le tre protagoniste. Non è un viaggio solo fisico. I treni, le rotaie, le fermate… diventano metafore della vita, delle scelte che facciamo e di quelle che non abbiamo il coraggio di fare.
L’autrice ha uno stile molto poetico, è uno di quei libri che non puntano sull’azione, ma sulle emozioni. È perfetto se vi piacciono le storie che parlano di rinascita, di identità e di momenti in cui bisogna trovare la forza per ripartire.
È una lettura interessante che lascia qualcosa su cui riflettere.
Vi lascio con questa citazione
“Si tende a dimenticare quel che è non si vuol ricordare, e a tenere a mente quel che pensiamo ci faccia bene, ma la memoria è una trappola a volte ci depista ci indebolisce e cadiamo, vittime della nostalgia “
Alessia Sacchitella (proprietario verificato)
Ogni storia nasce da un viaggio. Ogni viaggio racchiude un’emozione diversa, unica. Nella vita, ci sono tanti viaggi e mille treni, metafore di scelte da intraprendere che richiedono coraggio e fiducia in noi stessi/e. L’autrice riesce a raccontare, creando delle bellissime suggestioni le fasi della vita, tra alti e bassi, ciascuna intrecciata all’altra. Ricordi che diventano lontani, un futuro ancora da scrivere e un presente che ha voglia di verità. Quanto sono importanti i sogni se non riusciamo a realizzarli, rischiando così di appesantire la realtà? Allora meglio rischiare e salire sul treno della vita, quella che noi possiamo creare, scoprire e custodire nella sua primordiale bellezza, nella semplicità di un caffè preso nel posto giusto con la persona che può salvarci, indicandoci il prossimo treno su cui salire. Prossima fermata: Autenticità.