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Consegna prevista Dicembre 2026
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Nel deserto del Namib, la morte di un contractor, porta Giorgio, suo vecchio amico, in uno sperduto angolo dell’Alaska per la cerimonia funebre. Una equipe di archeologi, scompare al confine fra Sudafrica e Namibia, mentre un funzionario di alto profilo iraniano, chiede aiuto ad un anziano signore della guerra Afghano.
L’addio ad un vecchio amico, si trasforma presto in una nuova missione per Giorgio.
In Africa, i rapitori affrontano, una sfida ben più ampia di quanto previsto. Il fedele funzionario, sbattuto su di un’isola gelida alla fine del mondo, dovrà affrontare un pericolo mortale e soprattutto le contraddizioni della sua coscienza.
Dalle acque del mare Artico, ai deserti africani, dall’Italia alla Russia, tutti cercheranno di superare le difficoltà, le paure più intime, per portare a termine quello che si rivelerà essere “la missione”.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo raccontare come oltre la tecnologia, ci siano degli esseri umani. Con le loro passioni, le loro più o meno riconosciute sofferenze, soprattutto con i loro demoni interiori. Il conflitto tra onore e ambizione, tra la volontà e la necessità di compiere azioni che spesso travalicano la morale. I limiti dell’amicizia. Quando il “bene superiore” può portare su un abisso in cui è impossibile calarsi senza uscirne comunque vittime. Non superuomini, ma uomini tra gli uomini.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

CAPITOLO 1          

6 Km sud Gunsbewys Farm. Deserto del Namib

I due uomini si fermarono a riprendere fiato sul ripido fianco della duna. Il primo, quello più avanti, abbassò la shemagh ocra dalla faccia e tracannò un sorso d’acqua dalla borraccia.

“Maledetta macchina del cazzo!” ringhiò, sputando polvere e rabbia verso la montagna di sabbia che li rallentava.

“Datti una calmata, Steve, e risparmia il fiato, che ne hai poco”

“Se ci avessero dato una macchina decente invece di questa schifezza cinese, non saremmo qui a romperci il culo per trovare quel fottuto italiano e la sua macchina!”

L’altro scosse la testa, rassegnato.

“Saliamo su questa maledetta duna. L’ultima posizione GPS lo dava qui vicino, vedrai, sarà sicuramente rotolato oltre la cresta di questa barcana”

“Spero si sia spaccato l’osso del collo, così almeno il mio culo dolorante avrà una giustificazione”

“Muoviti, Steve. Più stiamo qui, più ci arrostiamo. Prima lo troviamo, prima torniamo alla base con l’aria condizionata”

Eddy, si coprì di nuovo il volto con la shemagh e riprese a salire, un passo avanti e mezzo indietro nella sabbia rossa che scivolava come traditrice.

Il sole saliva rapido. Tra poco la temperatura avrebbe trasformato il deserto in un forno crematorio. L’aria fredda della notte era già un ricordo; ora la sabbia rifletteva impietosamente il calore.

Steve notò le tracce sinuose di una lucertola sulla superficie ancora intonsa. Alzò lo sguardo: la cresta era vicina, pochi metri.

Si voltò e con disappunto vide Eddy fermo alla base della salita, braccia incrociate.

“Porca puttana, Eddy! Pensi di fare il simpatico?”

“Non me ne frega un cazzo di essere simpatico. Sono il caposquadra, decido io. Tu vai su e dimmi se li vedi”

Steve ingoiò la risposta anche se bruciava in gola, aveva ragione lui, come sempre, pochi passi e raggiunse la cresta in silenzio.

Appena oltre, il sole lo colpì in pieno viso, abbagliandolo. Le onde di calore lo avvolsero come una coperta bagnata e bollente. Si fece schermo con la mano e guardò in basso, verso il corridoio d’ombra tra le due dune.

Ci mise qualche secondo a mettere a fuoco.

Il fuoristrada era lì, capovolto come un insetto morto. Ruote all’aria, cabina mezza sepolta nella sabbia. Intorno, nessuna impronta recente. Nessun segno di vita.

“Ed! È qua sotto!” gridò verso la base della duna.

“E secondo me dovrai muovere il tuo prezioso culo da caposquadra fin quassù, perché da solo non lo tiro fuori di sicuro”.

 

CAPITOLO 2. 

Fairbanks. Alaska.

 

Il Boeing 737-800 dell’Alaska Airlines sobbalzava come una carrozza a cavalli sulle polverose piste del Far West, cigolava e gemeva rumorosamente, in aperto contrasto con il preoccupato silenzio dei passeggeri, quasi tutti aggrappati ai braccioli con entrambe le mani.

Nonostante l’assistente di volo, accomodata sul sedile ribaltabile, ostentava la consueta maschera di serenità professionale. Giorgio, lesse sul suo volto, una sottile vena di disgusto, un’ombra che tradiva il suo disagio.

Comunque fosse, non vedeva motivi per stare tranquilli: da quando erano decollati da Seattle, la turbolenza non aveva mai mollato la presa mettendo a dura prova il personale che aveva distribuito la colazione a fatica, tra bicchieri rovesciati e passeggeri dalla faccia verdastra. La giovane hostess lo fissò per qualche secondo. Giorgio, le regalò mezzo sorriso di circostanza. Lei ricambiò, poi distolse lo sguardo, stanca, verso gli altri passeggeri della piccola prima classe. Le turbolenze ripresero vigore proprio in discesa verso Fairbanks. Erano all’Inizio dell’estate, l’Alaska era flagellata da perturbazioni artiche anomale: venti gelidi in picchiata, temporali improvvisi, pioggia che sembrava grandine. Giorgio stringeva il bracciolo, ma non per paura dell’aereo, quello teneva, quanto per la fretta di toccare terra. Tre ore di volo gli erano bastate. Ne aveva davanti altre due e mezza su un aggeggio molto più piccolo e molto più sincero con le raffiche. Il campanello di chiamata continuava a suonare nonostante il segnale delle cinture. Lui guardò di nuovo l’hostess, alzando le sopracciglia in segno di solidarietà. Lei sorrise, fece un piccolo no con la testa e mimò un gesto di diniego. Alzarsi era fuori questione.

Fuori dal finestrino, solo grigio. Nubi dense dal Golfo dell’Alaska allo Yukon. L’ala oscillava e si fletteva come una lama di coltello. La luce stroboscopica di posizione rimbalzava sugli aghi di ghiaccio, creando un alone spettrale.

Un vuoto d’aria più forte degli altri strappò un coro degno di un Roller-Coster e gridolini di paura. Poi, finalmente, uscirono dalle nubi.

Sotto, la tundra: un mare piatto di verde sporco punteggiato da migliaia di laghetti e torrenti. Macchie di neve residua, chiazze di alberi nani, code di nubi basse che accarezzavano un fiume color fango. La pioggia scorreva a rivoli sul finestrino mentre la pista si avvicinava veloce.

Il carrello uscì con un tonfo sordo ed i fermi scattarono metallici. Il fiume Tanana passò sotto di loro come un viscido serpente marrone. Finalmente, l’aereo toccò pista con un colpo che fece tremare la fusoliera, poi rimbalzò due volte prima di scorrere lungo la pista frenando bruscamente.

Solo quando imboccarono il raccordo i passeggeri ricominciarono a respirare. Giorgio scese per ultimo. Salutò l’hostess con un cenno e lei ricambiò con un sorriso vero, quasi complice.

“Chissà”, pensò mentre camminava sul finger “forse oggi sono stato il suo passeggero preferito”.

L’aeroporto di Fairbanks era un lungo corridoio anonimo: check-in, nastri bagagli, gate, tutto in fila. Pochi viaggiatori. La stagione turistica, da queste parti, era ancora lungi dal cominciare.

Prese la sua valigia, che come sempre arrivò per ultima, e si avviò verso il banco della Wright Air Service.

Dietro il desk, un ragazzo sovrappeso sui vent’anni fissava il telefono come ipnotizzato. Giorgio attese che si accorgesse di lui, ma senza risultato.

“Buongiorno. Mi perdoni se la disturbo dal suo impegno” disse Giorgio in tono ironico.

Il ragazzo sobbalzò arrossendo: “Buongiorno! Mi scusi… Lei è il signor… Malemi?”

“Esatto. Sono in anticipo o il volo è già partito senza di me?”

“No, no… lei è l’unico passeggero di oggi. Almeno per ora. E dubito ne arrivino altri: il Caravan è pieno fino al tetto di casse di birra e carne in scatola” rispose sorridendo.

“Perfetto. Servizio esclusivo”

“Se vuole prendere un caffè faccia pure. L’aereo atterra fra mezz’ora, poi rifornimento e carico. La chiamerò io. Diciamo un’ora e mezza in tutto”

Giorgio si sedette sulle poltroncine di plastica, gambe allungate. Unico passeggero, aereo carico come un mulo. Meglio così: nessuno con cui parlare.

Il volo era diretto a Barter Island, una manciata di capannoni sulla costa del Mare di Beaufort, dove lo avrebbe atteso il fratello di Bella che viveva portando rifornimenti ai villaggi inuit con il suo aereo. Poi, altra ora e mezza fino a Barrow, Bella lo aspettava laggiù.

Sul Cessna Grand Caravan si ritrovò stretto tra il finestrino e una cassa di manzo surgelato. Salendo a bordo, salutò il pilota, un anziano con la faccia da carta topografica stropicciata che grugnì qualcosa che poteva essere un saluto. Il ragazzo del banco fece il briefing di sicurezza in trenta secondi netti, salutò con un sorriso di circostanza, chiuse lo sportello e sparì.

Una volta in volo, il piccolo turboelica ballava come una foglia nelle raffiche gelide, con il carico che restava fermo più per pietà che per le reti.

Sotto di loro, una tundra infinita, fiumi che si attorcigliavano come vene, laghi che brillavano come schegge di specchio sotto un cielo basso e cattivo.

Cercò di non pensare al motivo per cui era lì, non ancora.

Avrebbe avuto tutto il tempo, una volta arrivato, di capire come stesse Bella, e, soprattutto, cosa dirle.

Per ora voleva solo guardare la terra scorrere sotto di lui, così vicina che gli sembrava di poterla toccare allungando una mano.

 

 

CAPITOLO 3

Iran orientale. Periferia meridionale di Taibad.

 

Il taxi si fermò bruscamente a lato della strada alzando una nuvola di polvere rossastra. Il guidatore della macchina seguente, lo evitò all’ultimo momento scatenando un piccolo concerto con il clacson inveendo verso gli antenati del conducente.

Il tassista, sudato e coperto di polvere, scese rispondendo per le rime alle imprecazioni, poi aprì velocemente la portiera porgendo la mano al cliente in abito chiaro seduto sul sedile posteriore, il quale rifiutò con atteggiamento sdegnato l’aiuto offerto.

“Siamo arrivati! Ecco il santuario di Zeinoddin Abu Bakr, purtroppo non posso portarla dentro, è proibito alle autovetture. Devo attenderla o la passo a prendere quando ha finito?”

L’uomo scese dal taxi, cercando di scuotersi di dosso la onnipresente polvere rossastra. Guardò con indifferenza, gli occhi protetti da un paio di occhiali da sole impenetrabili, il tassista, che appariva impaziente di andarsene. Immaginò che avesse fretta di fermarsi a bere tè e mangiare pistacchi con i colleghi alla stazione dei pullman. Rispose con gesto della mano, intimandogli di stare tranquillo e soprattutto in silenzio.

Guardò l’ampia piazza su cui si apriva l’accesso al santuario, unico punto degno di nota di quella città, il cui unico merito era quello di trovarsi a poco più di una quindicina di chilometri da Islam Qala il principale punto di confine fra la Repubblica Islamica di Iran e la neo-risorta Teocrazia Afghana.

Nonostante la relativa importanza, il monumento e l’area circostante sembravano in stato di abbandono. Le automobili correvano sulla strada periferica nel tipico indisciplinato traffico proprio delle città asiatiche.

Avrebbe dovuto intervenire sul consiglio islamico locale per sollecitare il sindaco ad un maggior interesse nella custodia dei monumenti della Fede. Di certo non mancavano i fondi per sistemarne almeno le parti più importanti.

Ma dato che era li per ben altri motivi, si limitò ad annotare mentalmente la cosa e decise di liberare il tassista che era rimasto immobile ed in silenzio come ordinato.

“Sei un bravo fedele non ho dubbi” disse togliendosi gli occhiali e fissandolo con uno sguardo acuto e penetrante.

L’uomo si sentì mancare riconoscendo il tono e il modo di fare dei guardiani della rivoluzione, in particolare di quelli di grado elevato.

“Si signore” balbettò abbassando lo sguardo “Lo sono sempre stato, e cerco di migliorare sempre”

“Prendi” rispose porgendogli con fare altezzoso il denaro “non andare a spenderlo in cose futili, fila a casa da tua moglie e dai figli se ne hai!”

“Certo Signore, vado subito, Khili mamnun, dorud bar shma!”

“Ehi!” lo richiamò mentre stava salendo nella macchina, “sono anche sicuro che ti sei già dimenticato di me…” aggiunse con tono minaccioso.

L’uomo salì sul taxi senza rispondere e senza guardarlo, fuggendo via inseguito da una nuvola di polvere rossa.

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Roberto Malaguti
Sono nato a Finale Emilia, nel lontano 1960, e da li poi cresciuto a Roma. Grazie al mio lavoro, ho avuto il privilegio di volare e camminare su tutti i continenti, Antartide compreso.
Lettore appassionato da sempre, con la passione di raccontare storie. I miei autori preferiti: Isaac Asimov, Ray Bradbury, Arthur C. Clarke per la visione, Wilbur Smith e Cecil Scott Forester, per la capacità di descrivere i luoghi, Patrick Robinson e Tom Clancy per il ritmo e l’azione.
Dopo alcuni articoli tecnici a carattere aeronautico su riviste specializzate, ho pubblicato in self publishing il mio primo romanzo “Atlantico”. Ho partecipato a due edizioni del concorso letterario “voci di hangar” giungendo secondo nel 2025.
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