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Dissesto

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Consegna prevista Ottobre 2026
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Giulio ha quarant’anni ed è rimasto disoccupato.
Tra proposte inaccettabili e colloqui detestabili risponde all’annuncio di una catena di supermercati che cerca Allievi Direttori.
Le sue fragilità rendono più difficile un percorso già abbastanza duro e improbabile di per sé. I desideri si fanno lontani, la vita sentimentale non ingrana, le aspettative della famiglia, che ragiona con altri schemi e per altre vie, incombono. E soprattutto, come una cappa opprimente, dominano il senso di rifiuto e la difficoltà a reagire, a trovare una soluzione che possa conciliare le necessità, le esigenze, i doveri e i fallimenti.

Tra un’estate molto piovosa e una spiccata tendenza a somatizzare i problemi arriveranno tempi di bilancio, una soluzione e una provocazione, per cercare risposte alle domande in sospeso con cui affrontare il proprio dissesto.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché volevo vedere se fosse vero che quello che ti succede puoi trasformarlo in qualcosa di buono. Forse è andata davvero così. Dentro questa storia ho messo tutto quello che ho visto accadere negli ultimi venti anni: pezzi di esperienze personali, di chi mi sta intorno, ispirazioni e pura immaginazione. Il titolo, secondo me, è la chiave di interpretazione della vita: cercare il nostro posto, cercare l’equilibrio giusto, tra un dissesto e l’altro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Una sera fa un colloquio per una startup. Gli fissano una call dopo l’ora di cena in cui raccontano la vision del progetto, l’importanza del team building, il grande plus della giovane età di tutti i componenti del board (“A proposito, per te sarebbe un problema avere un capo con la metà dei tuoi anni?”) e l’immenso privilegio di un mindset rampante, aggressivo, senza limiti.

A un certo punto gli chiedono quali siano i suoi interessi personali.

“Sì, i tuoi interessi personali, perché se vieni da noi è meglio che te li scordi.”

Bisogna uscire dalla confort zone delle otto ore da impiegato, si lavora per priorità. Sabato, domenica, notte, riposi, sono concetti superati. Anche la stessa idea di stipendio, tutto sommato, è un retaggio che sa un po’ di vecchio, è roba da operai. Adesso si valuta tutto in base alle performance, offriamo dei voucher calcolati in base agli obiettivi raggiunti. Ti interessa salire a bordo con noi?

All’ultima selezione del supermercato dal cuore d’oro, quando hanno valutato l’offerta economica, anche Agnes gli aveva chiesto quali fossero i suoi interessi nel tempo libero. Che musica ascolti, cosa leggi, se vai al cinema, qui spesso si va tutti insieme a bere, alla fine ci divertiamo. Giulio ha cercato di sorridere, dissimulare, non sembrare scortese. Adesso che immagina di chiedere a quelli della logistica di andare a vedere insieme un film di Almodovar, spera che Agnes non torni mai più sull’argomento.

***

Perché si vede che Giulio non è tranquillo.

Perché lei mina la tua sicurezza. Lei distrugge le tue certezze, mette bocca su ogni parola, pensiero e iniziativa. Agnes è esasperante, prepotente, presuntuosa, superficiale, crudele, ignorante, incapace di ascoltare, comprendere, ragionare. Agnes è ottusa, ogni regola è solo la sua, tutto il resto non vale niente. Ti prevarica, ti schiaccia, ti mangia, intercetta ogni tua minima incertezza solo per il gusto di sbranarti. Esige risposte immediate, richiede tempi di reazione fulminei, le cose vanno fatte tutte, subito e di corsa. Ma facendo le cose di corsa si sbaglia e al Pick succede che Giulio dia un comando alla linea meccanica prima del tempo, senza pensarci, probabilmente era già sotto di venti secondi sul tempo limite di performance e ci manca poco che ammazzi uno degli scimmioni con un pancale da mezza tonnellata. Brava Agnes, questo sì che è un bel modo di addestrare i tuoi direttori.

Tutti hanno i propri interessi personali.

***

Così come in logistica tutto il ritmo di lavoro era determinato dall’autorità inappellabile del Pick, al marketing è tutto un discorso di deadline.

Quand’è la deadline per la presentazione?

Quand’è la deadline di consegna materiali?

Qual è la deadline per fare l’ordine ai fornitori?

Qual è la deadline per l’on air?

La cosa interessante è che nessuno conosce queste risposte. Il Marketing è la terra di nessuno. È la zona grigia in cui Agnes può dare il peggio di sé con le sue velleità da Direttore Creativo: è lei che boccia i layout, lei che parla direttamente con gli account delle agenzie senza confrontarsi con il resto del gruppo di lavoro, lei che monta e smonta le proposte, le campagne, i testi, corregge i claim, manda mail incomprensibili che paralizzano i piani editoriali e lo sviluppo dei progetti, ci vogliono giornate intere per decifrare un capriccio e per ricevere una risposta. Agnes, anche qui, tratta tutti come pupazzi, più che altrove, più che mai.

***

Anche nei brutti uffici del Marketing ci sono disordine, relitti impolverati, scrivanie abbandonate, scartoffie e cartonati, computer sommersi da cartacce, si respira un’aria generale di panico e concitazione, disorientamento e precarietà. Si vive male, si vive di corsa.

Passa un’altra notte con gli occhi sbarrati a immaginare fughe improvvise e a desiderare la calma dei farmaci. Una pastiglia perché l’angoscia evapori, dieci gocce per i tuoi pensieri. Una ricetta medica, una coda impaziente in farmacia, lo sguardo colpevole, ormai ai malati di nervi ci hanno fatto l’abitudine, di corsa a casa con le mani che tremano e perdere i sensi sul divano. Anni fa ha avuto un mal di denti atroce, il medico di guardia gli ha dato un derivato della morfina e lui ha capito perché la gente si droga. Basta così poco quindi?

Manca poco, ma non ce la fa più. Comincia a cedere. Si sveglia con l’angoscia, passa tutta la giornata con l’angoscia, la sera torna a casa angosciato. Mette insieme una cena sciatta con quello che trova, stira la camicia e i pantaloni per il giorno dopo e poi è già ora di andare a dormire. Sarà così anche domani, sarà così tutti i giorni. Non vede una via di uscita. Lo stipendio è la sola motivazione per essere il pupazzo di Agnes. Si è ridotto ai minimi termini, isolato da tutto quello che gli piaceva e lo faceva stare bene. Vede poco i suoi amici, dal punto di vista sentimentale l’unico guizzo è stato Michele, ha smesso di conoscere altri ragazzi. Respira un’aria tossica e viziata, gli vengono fantasie di fuga, le sole che lo calmano. Bastava un minimo di serenità. Un altro, forse, reggerebbe meglio, di più, lui no. In treno, la mattina, in queste mattine così dure con il buio ancora pesto e l’aria fredda nonostante la primavera inoltrata. Quanto sarà inospitale l’arrivo dell’inverno? Qual è il limite giusto per dire basta?

***

Giulio è il terzo di tre fratelli, gli altri due hanno dieci e quindici anni più di lui. I suoi genitori vivono la loro intera vita con valori ben definiti: il lavoro, la famiglia, l’onore e la rispettabilità. Con la sua omosessualità ha portato scompiglio, peraltro senza mai riuscire a fargliela digerire del tutto. Sua madre chiamava Alberto “l’amico del cuore di Giulio”, suo padre non pervenuto. I fratelli si sono sforzati ma era un argomento distante anche per loro. La famiglia di Giulio resta a una distanza siderale da lui, dai suoi desideri, dalle sue inclinazioni. Giulio sta provando disperatamente, in tutti i modi, ad adeguarsi a modelli logici fatti di obiettivi sociali e traguardi condivisi. Il jolly della libertà se l’è già giocato con la vita privata: va bene, ti lasciamo passare il capriccio che ti piacciono gli uomini, però adesso devi dimostrare il doppio sul lavoro. Lascia perdere quella cagata di fare l’insegnante e trovati un vero mestiere, perdio. Già hai fatto la puttanata di laurearti in lettere, ma che cosa ti eri messo in testa? Questa posizione da allievo direttore è l’ultima possibilità di stare in linea con le aspettative professionali attribuite alla sua età. Dovrebbe ringraziarla, Agnes, per averlo raccolto dalla strada e avergli dato l’occasione di mettersi alla prova come si deve. I libri te li leggi la sera quando torni a casa.

Giulio sa che hanno ragione. È per questo che quando non lo vede nessuno continua a piangere. Perché non ha alternative e si sente in colpa. Lo sa che sono brave persone. Non sono cattivi. Ma Giulio non ce la fa, non riesce a stare nei loro schemi.

Ogni tanto entra in contatto con altre aziende e continua a non capire che cosa non funzioni.

Che senso ha che lo chiami una multinazionale di import/export, gli faccia perdere l’ennesimo pomeriggio per scapicollarsi in sede e solo in quel momento gli dicano “Ci serve un esperto in lingua araba e cinese”? Lui l’ha scritto sul curriculum che sa solo l’inglese. Perché nessuno lo legge?

I sogni, saranno quelli che ci hanno fregati?

Mamma e Papà hanno vissuto la ricostruzione, i nonni facevano lavori umili, il loro boom è stato sopravvivere. Il Fiat-Nam, l’Ilva, la Palazzina LAF, l’Eternit, si doveva dire grazie. Di che cosa ci vogliamo lamentare adesso? Giulio vorrebbe solo renderli orgogliosi. Vorrebbe che si godessero la loro età con la serenità di aver fatto il meglio possibile e di sapere che le loro migliori intenzioni hanno attecchito. Vorrebbe che pensassero a lui sapendo che è tranquillo e sistemato, ma ogni volta c’è qualcosa che non va secondo i piani. Quando era piccolo, suo padre diceva che “Gli impiegati sono tutti ricchioni”. Era il suo modo per dire che i veri uomini sono quelli che si forgiano dentro gli stabilimenti delle fabbriche, quelli che si spaccano la schiena e hanno le mani sporche di grasso, che hanno sì una scarsa istruzione ma portano a casa il pane e se la sanno cavare in tutte le occasioni, sanno stare al mondo e affrontano le difficoltà. Gli impiegati, invece, come gli insegnanti e gli obiettori di coscienza, sono rammolliti, raffinati, sensibili, fragili, destinati a soccombere. Ricchioni, per l’appunto. Il padre di Giulio si è sentito in difetto quando ha abbandonato l’altoforno e ha vinto il concorso come postino. Pensa ad avere un letterato dentro casa.

***

Il mito della pensione sta dentro i paesaggi. Sulle strade ai piedi delle montagne, in centro a Pavia, in piazza a Vigevano, sulla terrazza di una chiesa sconsacrata in mezzo al Monferrato. Sull’autostrada per Torino, nel loggione di Bergamo Alta, alle trattorie di Parma, sul lago di Como, in una pizzeria fatiscente di Piombino. Dentro i paesaggi ci sono i luoghi in cui desideriamo fuggire perché li immaginiamo posti migliori, come ogni tanto Giulio fantasticava nelle settimane dei viaggi fatti insieme a Michele. Giulio ci pensa ancora adesso, a questa cosa dei paesaggi, mentre vanno a trovare i genitori di Sonia fuori Milano, con la Cupra nuova che si è comprato Paolo e Sonia che si è portata prospetti di planimetrie e preventivi. Vorrebbero sistemare casa prima di sposarsi.

Il mito della pensione sta dentro i ricordi del padre di Sonia, che

ha 66 anni, gli occhi luminosi e una stretta di mano potente. Racconta di imprenditori lungimiranti che hanno commesso la leggerezza di lasciare i loro imperi ad eredi viziati e con evidenti deficit di attenzione. Dopo due infarti e dodici chili in meno ha accettato l’accompagnamento alla pensione prima che diventasse un accompagnamento al cimitero, però parla dei suoi anni da lavoratore con parole felici.

Ma è tempo passato, adesso ci si dedica ad altro.

Ci sono Sonia e Paolo da aiutare per ristrutturare casa.

Giulio pensa che siamo una generazione di figli. Accettarlo ha un sapore di resa incondizionata. È come mollare la presa. Somiglia al perdono.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Davide Depalo
Sono nato in provincia di Milano nel 1982.
Mi sono laureato al Dams andando fuori corso per vari motivi: demotivazione, lavoro, incertezze.
Dal punto di vista professionale ho passato undici anni in un negozio di giocattoli e poi sono passato alla pubblicità, prima come copywriter e poi come coordinatore di progetti.

La scrittura è sempre presente, a volte in modo più evidente, altre in modo più discreto. Ci siamo anche allontanati, ma poi ci siamo ripresi.
Nel frattempo ho scritto “Monete”, uno spettacolo teatrale sull’omosessualità al giorno d’oggi, un po’ di racconti, un libro dedicato al mestiere del barbiere, un fumetto su un mondo immaginario (dominato da dittature molto reali) e un podcast di riflessioni e bilanci.
“Dissesto” è il mio primo romanzo scritto da solista.
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