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Fantasmagorian

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Consegna prevista Settembre 2026

Ryan, libraio newyorkese segnato dalla morte della moglie Susan, vive prigioniero dei sensi di colpa e di sogni che si confondono con la realtà. Nel tentativo di trovare un senso oltre la perdita, si lascia trascinare dall’amico Robert in indagini sul paranormale, cercando prove dell’esistenza dell’aldilà. Le loro esplorazioni li conducono in case dove regnano solitudine e malinconia, ma presto Ryan inizia a percepire qualcosa di più profondo e oscuro: una presenza che lo segue, un’ombra che si manifesta come un richiamo costante al suo passato e alla colpa che lo divora.
Parallelamente, in un’altra epoca e in un altro luogo, la famiglia Woodrod vive un dramma simile. L’aggressione brutale subita da Leese segna per sempre il figlio Dylan, che cresce tormentato da un male invisibile. Le due vicende, apparentemente lontane, si rivelano legate da un filo sottile: un’Entità Oscura che attraversa il tempo e si nutre della fragilità umana, insinuandosi nei sogni e nelle paure irrisolte.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché credo che l’orrore non sia solo mostri e ombre, ma ciò che nasce dentro di noi quando il dolore non trova voce. “Fantasmagorian” è nato dall’esigenza di dare forma a quei pensieri che restano sospesi, ai lutti che non si chiudono, ai sensi di colpa che diventano presenze silenziose nella nostra vita.
Il sovrannaturale, qui, è una metafora dell’anima: ciò che non affrontiamo si trasforma, ci insegue, ci parla nei sogni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Dylan, fai il bravo con la famiglia Monroe e bada a tua sorella, ci siamo capiti?” La signora Woodrod si voltò a guardare il figlio con uno sguardo severo. Era un torrido pomeriggio di agosto del ‘97, l’asticella del termometro sfiorava i trentacinque gradi. Quell’estate, l’umidità aveva stretto in una morsa tutto il Queens. 

Leese Woodrod si preparava per un pomeriggio di svago con le amiche.

“Dylan, hai sentito? Se il sig. Monroe mi chiama ancora supplicandomi di tornare perché gli stai facendo dannare l’anima, ti scordi che nel week end andiamo al Luna Park.”

“Va bene, mamma” rispose Dylan, alzando gli occhi al cielo e sbuffando.

Dylan detestava essere lasciato con il sig. Monroe. Il suo vicino di casa era un anziano vedovo che passava le giornate davanti al televisore, il cui incessante brusio sembrava riempire ogni angolo della casa. Ma quello che Dylan detestava ancora di più era fare da balia alla sua sorellina Beverly. La piccola era un turbine di energia e curiosità, e badare a lei richiedeva una pazienza che lui non aveva. 

Suo padre era un avvocato impegnato, e ultimamente un caso difficile pretendeva uno sforzo lavorativo maggiore portandolo fuori casa qualche ora in più del previsto. Così, con crescente frequenza, i ragazzi venivano lasciati alle cure del sig. Monroe, che si era gentilmente offerto di guardarli quando avevano bisogno di staccare la spina per un istante.

Era ormai sera quando la signora Woodrod rincasò. Parcheggiò l’auto lungo il vialetto illuminato dalle calde luci del crepuscolo, poi prese le chiavi dalla borsa e aprì la porta con un lieve scricchiolio. Un senso di tranquillità l’avvolse. Aveva passato un sereno pomeriggio di relax, e aveva ancora del tempo prima di dover prendere i suoi figli dal sig. Monroe. Decise quindi di approfittarne per iniziare a preparare la cena con un pò di serenità.

Accese la televisione per farsi compagnia. Sullo schermo, le avventure della famiglia Winslow di “Family Matters” scorrevano allegre sulla ABC. 

La cucina si riempì in fretta di un piacevole profumo di verdure fresche, mentre le sue mani abili tagliavano carote, zucchine e peperoni con un ritmo quasi ipnotico. Di tanto in tanto, le gag della famiglia Winslow le strappavano una risata. Non si accorse, tuttavia, che una presenza inquietante aveva varcato la soglia della sua casa. 

Mentre era intenta a sistemare i pezzi di verdura in una ciotola, un’ombra silenziosa si insinuò alle sue spalle, fissandola come farebbe un gatto curioso, studiando ogni suo movimento.

Era una serata estremamente calda, che concludeva una giornata soffocante. 

Una goccia di sudore le discese dalla fronte, giù verso lo spazio fra i due seni che si intravedevano dalla camicetta appena sbottonata. Portò il polso verso la fronte e in un gesto molto mascolino, si asciugò il sudore che le bagnava i ricci capelli corvini.

La presenza dietro di lei calò un unico colpo sordo, colpendo con precisione la zona parietale del suo cranio. Uno spruzzo di sangue schizzò sul tavolo della cucina, macchiando le verdure.

Leese crollò a terra, frastornata e disorientata.

Appena ebbe il tempo di registrare il dolore, un pugno devastante le arrivò dritto al naso, forte e potente come un treno merci lanciato a tutta velocità. Il pugno successivo glielo ruppe definitivamente. Un fiume in piena di sangue le sgorgò dalle narici, e cercando di tamponare l’emorragia, si portò istintivamente le mani tremanti al volto.

Il panico e lo sgomento le impedivano di reagire, i suoi neuroni avevano staccato la spina, erano in allarme rosso e non riuscivano a connettersi con il cervello.

La vista le si offuscò, rendendole impossibile distinguere l’aggressore, sentì soltanto una presenza oscura incombere su di lei.

Fu tutto talmente rapido, talmente improvviso ed ignorante, che non le riuscì nemmeno di proferire parola. L’ultima cosa che vide prima di svenire definitivamente, fu la figura scura assestargli un altro pugno che le ruppe la mascella con un suono agghiacciante.

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Si risvegliò lentamente, avvolta in una nebbia di dolore e confusione. Si trovava nel Queens hospital Center, distesa su un letto di ospedale, con il corpo che urlava in agonia.

Il suo cranio pulsava con un dolore costante, un trauma cranico che le faceva sentire i battiti del cuore come colpi di martello. Con cautela, portò una mano alla testa sentendo le bende avvolte strettamente attorno ad essa. Il ricordo dei colpi violenti che aveva ricevuto le attraversò la mente come un flash accecante.

Anche il naso le faceva un male cane, gonfio e deforme, ed ogni respiro che emetteva era accompagnato da una fitta di dolore. Per non parlare della mascella fratturata, bendata e completamente immobilizzata.

L’unica cosa che riuscì a sussurrare fu “Uomo..” e “Oscuro…”

I detective presero nota delle uniche sue parole, e le diramarono in: “Caccia all’Uomo in Nero.”

Per gli investigatori fu una sfida senza precedenti. Non c’erano prove tangibili da seguire, nessuna traccia che potesse condurre ad un sospettato. Non si potè parlare di furto, poiché non mancò nulla dalla loro casa. 

Il sig. Woodrod  aveva un alibi di ferro: stava trascorrendo quelle ore in ufficio con i colleghi, rivedendo meticolosamente la sua arringa per il caso importante. 

Così, il caso fu archiviato, lasciando la famiglia Woodrod a confrontarsi con il trauma e l’incertezza del perché.

Perché diavolo qualcuno aveva scelto di aggredire in quel modo così brutale Lesse?

Perchè? Si chiese Leese, e se lo chiese talmente tante volte da diventarne pazza.

La sua sanità mentale iniziò a sfaldarsi lentamente, deliri di persecuzione la assalivano sempre con maggior frequenza, trasformando le sue giornate in un vortice di sospetti e paure irrazionali. Ogni rumore improvviso le scatenava scatti d’ira, che le destabilizzavano l’anima come un terremoto emotivo, trasformando la sua vita in un incessante tormento psicologico.

Fu Dylan a trovare la madre quella notte, immersa in un bagno di sangue, con il volto macchiato e i capelli attaccati alle piastrelle del pavimento. Quell’immagine lo perseguitava ogni giorno. Ogni notte si svegliava di soprassalto con attacchi di panico.

La notizia si diffuse rapidamente per tutto il quartiere, i vicini cercarono di aiutare, in parte per proteggere anche loro stessi, con delle ronde notturne che durarono qualche mese. Ma i pettegolezzi si insinuavano, serpeggiavano tra una casa ed un’altra, da un vicino all’altro, e Dylan vedeva, sentiva.

“Se lo sarà fatto da sola!” oppure “Chissà cosa avrà fatto per meritarselo!” e anche “Impossibile che entrino in casa così…”

Non era più un bambino piccolo, vedeva, sentiva e cazzo se capiva.

Perchè sparlavano di lei? Perché lo guardavano con quegli occhi compassionevoli come se fosse un bambino che vive per la strada? Ma soprattutto: dove cazzo erano i vicini quando sua madre veniva aggredita? 

Anche a scuola, Dylan e Beverly, erano diventati l’argomento preferito per i loro compagni.

Ogni giorno, nell’atrio e nei corridoi, le voci riecheggiavano con neanche troppa velata malizia, e i bulli non tardarono a colpire, con la loro immancabile stupidità adolescenziale.

Un evento in particolare, che successivamente costrinse il signor Woodrod a far cambiare scuola ai suoi figli, rimase ben impresso nella mente di Bill Cheer, il bullo più temuto della St. Mary Global School.

Quella mattina, Bill, stanco di sputare palline di carta umidiccia e fradicia di saliva con la sua cerbottana sui capelli dei compagni in prima fila, decise che fosse cosa buona e giusta cambiare obiettivo. Così, tanto per risultare il più simpatico e carismatico tra i suoi altri amici bulli.

Quale preda migliore degli emarginati fratelli Woodrod? Pensò sorridendo maliziosamente.

Dopo aver enunciato ai suoi amichetti la notizia, attese la ricreazione e quando furono finalmente tutti in giardino, con una platea perfetta per le sue nefandezze, colpì.

Come un predatore astuto che individua la sua preda nella savana, localizzò tra la folla di ragazzini, Dylan e Beverly. Si avvicinò con prepotenza alle spalle di Dylan, scagliandolo con violenza a terra, facendogli affondare gli incisivi nella sabbia.

“Hey Stramberia!” esortò Bill protendendo le braccia al cielo come un gladiatore che cerca di incitare la folla di un’arena.

“Devi stare attento alle spalle, se non vuoi che l’Uomo in Nero venga a prenderti a ceffoni come alla tua mammina. Vuoi assaggiare anche tu un bel pugno in bocca?”

La frase scatenò un’esplosione di risate tra la combriccola di Bill, come se fosse stata la più esilarante di tutte le battute, e l’euforia di Bill cresceva, alimentata dall’attenzione e dal timore che suscitava nei suoi compagni.

(Sono il più temuto di tutta la scuola) pensò.

Dylan si rigirò su un fianco, sputando polvere mentre cercava di mettere a fuoco Bill. Il sole lo costrinse a coprirsi gli occhi con un braccio, ma riuscì a distinguere la sua sagoma, un bullo che svettava sopra di lui come un tiranno.

“Non osare Bill, non osare parlare di mia madre” ringhiò Dylan, con la voce carica di rabbia.

Bill rise di gusto. “Oppure cosa, Stramberia? Che fai, ti alzi e me le dai? Sarebbe una bella novità per la tua famiglia. Ma nooo, non credo proprio. Credo invece che rimarrai a terra a leccare ancora un po’ di polvere e a piagnucolare in un angolo con la tua sorellina.” 

Con sguardo di sfida, Bill si avvicinò prepotentemente verso Beverly, facendo il gesto di schiaffeggiarla. Lei si ritrasse istintivamente, coprendosi  il volto con braccia e mani.

“Non toccarla, brutto coglione!” urlò Dylan, tentando di rialzarsi.

“Cos’hai detto, Stramberia? Come mi hai chiamato?”

“Picchialo, Bill! Fagli sputare un bel dente come ha fatto l’Uomo in Nero con sua mamma” esortò uno dei bulli, e subito tutto il gruppo di delinquenti concordò che era cosa buona e giusta. Anche Bill convenne che lo era.

Motivato dagli amici e dalla folla che ormai si era radunata attorno come spettatori avidi di violenza, Bill si inginocchiò davanti a Dylan in un istante. Lo afferrò per il bavero della maglietta e gli assestò un discreto destro sull’occhio, che gli avrebbe procurato un bel ematoma violaceo per tre settimane buone.

Dylan era già abbastanza alto per la sua età, ma non  aveva ancora la muscolatura che avrebbe sviluppato in seguito, così stramazzò nuovamente a terra con le braccia divaricate per il colpo appena ricevuto. Cercò la presa su qualsiasi cosa potesse essergli di aiuto, ma trovò soltanto sabbia. Ne strinse un bel mucchio nella mano destra e la scagliò dritta dritta sulla faccia di Bill, il quale sputò e annaspò come se gli avessero appena spruzzato dello spray al peperoncino. Con la manica della maglietta, si strofinò furiosamente il viso. 

“Brutta diarrea ambulante, questa me la paghi cara!” borbottò Bill, sputando altra sabbia che gli era finita in bocca.

Mentre Bill si posizionava a cavalcioni su Dylan, pronto a impartirgli una lezione memorabile, i suoi amichetti lo incitarono in coro a finire il lavoro in maniera esemplare. “Puniscilo…puniscilo…puniscilo…PUNISCILO…PUNISCILO…PUNISCILO!” cantarono.

Strinse con gran forza le dita in pugno.

(Come si permetteva Stramberia di reagire in quel modo e di fargli fare la figura del coglione davanti a tutti) pensò  Bill, mentre pregustava il sapore della vendetta.

Poi Beverly, con gli occhi gonfi di lacrime, si gettò sopra il corpo di Dylan poco prima che la tempesta di pugni potesse abbattersi su di lui. I suoi lunghi capelli  neri, si sparsero come un manto in protezione del fratello, nascondendolo completamente sotto la sua moltitudine.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Super!! Non vediamo l’ora di leggerlo ! 💘

  2. (proprietario verificato)

    Avendo avuto l’onore di vederlo nascere e crescere, vederlo prendere il volo qui mi dà una gioia immensa. Questo libro è una parte di te che amo quanto amo te.

  3. (proprietario verificato)

    Promette benissimo, non c’erano dubbi che uscisse qualcosa di spettacolare. Non vedo l’ora di leggerlo. Bravissimo ♥️

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Daniele Albanese
Daniele Albanese (1988), audioprotesista di San Donà di Piave (Venezia), coltiva da sempre una forte passione per il cinema, i giochi di ruolo, i boardgame e la cultura horror in tutte le sue forme.
La sua scrittura non si limita all’orrore psicologico, ma abbraccia anche l’orrore cosmico, quello viscerale e disturbante, in cui il mostruoso diventa riflesso dell’animo umano.
Con Fantasmagorian, il suo esordio narrativo, esplora l’orrore attraverso atmosfere oniriche e distorte, dove il sovrannaturale diventa metafora del dolore e dei fantasmi emotivi che accompagnano l’essere umano. Il romanzo intreccia perdita, colpa e ricerca, mostrando come l’amicizia e il confronto con i propri demoni possano diventare strumenti di sopravvivenza.
La sua scrittura cerca di essere visiva e cinematografica.
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