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Susanna crede che un suo super potere sia la masturbazione! Un altro potere che ha, meno importante, è quello di fumare molto e ciononostante, sentire tutti gli odori e i profumi. E i sapori. Susanna beve vino. Ha fatto vino. Ora vende vino. “L’ennesima” è il nome della sua enoteca. Gina è la sua gatta. Fosco insegna. E guida. Fosco ama le motociclette e la fisica, in questo ordine preciso, anche se nel mezzo metterebbe altro, tipo il sesso, le scarpe adidas bianche, il caldo dell’estate e rovinare la gita di pasquetta. Fosco e Susanna si incontrano, si amano, e si lasciano; più e più volte. Margherita è la moglie di Fosco, anche se in questa storia non è più la moglie di Fosco. Margherita è una donna, è una futura mamma ed è cristiana. Susanna, Margherita, Fosco e anche Gina sono tra le anime che ci abitano. Il contesto è la pandemia, la Claus, ed il racconto di come, alcune relazioni, non siano riuscite a vivere all’interno di vincoli che non le consideravano come “famiglia”.

Perché ho scritto questo libro?

Una storia d’amore, vissuta e immaginata. Scritta ispirandomi ad un autore che amo particolarmente (David Foster Wallace) senza avere la velleità di somigliargli neanche lontanamente. C’è un interlocutore, che fa domande, che non si leggono; si leggono le risposte e si percepisce come i vari personaggi variano nell’approccio a questa modalità interlocutoria analitica e affascinante. È un dialogo, con qualcuno, magari con se stessi, o forse no?

ANTEPRIMA NON EDITATA

FOSCO

 


Marzo.

2020.

Covid.

Fine!

Si dice che un personaggio muore, in letteratura, quando diventa superfluo! Io, Fosco detto Folli, classe ’76, sono schiattato perché nella vita, non sapevano più cosa farmi fare.

È vero, lo ammetto, vista così, sono stato uno stronzo. Sono stato uno stronzo soprattutto per essermi schiantato il 5 marzo, quando il 9, anche qua è iniziata la “Claus”.

Si esattamente quella “Claus”. Io mi sono seppellito da solo, senza cerimonie, senza pianti, da solo, da solo come uno stronzo.

È vero, ho fatto tutto io, io l’ho detto, io l’ho ritrattato.

Ma pensavo che mi avrebbe detto di no, che non avrebbe mai voluto passare la “Claus” con me, chiusi in casa, noi due, con la mia mania per la disposizione delle stoviglie, i piatti pronti, il Bloody-Mery, la candeggina e le scarpe Adidas bianche, non pensavo avrebbe accettato, l’ho detto così, tanto per dire, tanto per dire una bugia inoffensiva di quelle tipo “guarda sono sazio, però ottimo questo dolce!”

Non mi dica che non l’ha mai fatto, rispondere per circostanza, per far felice l’altro? Succede spesso, anche a Lei. E poi, non si sostiene che chi cambia idea ha una marcia in più, è uno che si mette in discussione, è un essere pensante, che non segue le masse, che si ascolta? Ecco, io, in fondo, ho solo cambiato idea!

A Fosco sembrava la conclusione giusta per la settimana insieme. A Susanna piaceva organizzare e a lui rompere i coglioni, provare potere e quella subdola eccitazione nella speranza che la gita, per l’esasperazione di pianificare scrupolosamente ogni dettaglio, saltasse. E invece, erano stati bene! Poi la radio aveva passato quella canzone che a lei pareva romantica, dal testo per lui inutile e banale; ma la notizia dominante era che qualcosa, da “Codo”, si stava espandendo.

Cosa facciamo se ci chiudono, perché pare che succederà?

Vieni a vivere con me!

Davvero?

E il lavoro?

Credo lavorerò da casa per un po’, ma abbiamo una settimana per organizzarci, mettiamo il mio pc in salotto e tu ti prendi la cucina.

Grazie. E Gina?

La porti qui

E tu?

Vi sopporterò…

Quello Fosco aveva detto in auto, mentre lei guidava, quello Susanna voleva sentirsi dire!

Solo che poi, la defaiances con tanto di disperazione.

La mattina del 5 marzo lui capì che una relazione, sotto lo stesso tetto, non la voleva più! Si svegliò, la guardò sorridergli e panico!!! Si girò dall’altra parte, non riusciva a guardarla, non riusciva a parlare.

Qual è il modo giusto per dire a chi vi ama, vattene? Qual è la motivazione giusta per ritrattare, per l’ennesima volta perché è vero, non era la prima volta ma la quinta, una promessa fatta? Qual è il valore di un cambiamento di idea? Sinceramente, lei lo sa?

Non la voleva. Fosco non voleva nessuno, nessuna domanda, nessuna preoccupazione, niente parole, niente affetto, niente amore che avrebbe preteso qualcosa in cambio. Le disse che non era convinto, raffazzonando un discorso condito con qualcosa di tragico e vestito da vittima del sistema educativo cattolico. Lei prese le sue cose e, inchinandosi lentamente, senza espressione, né abbracci, né parole, se ne andò.

È così che è finito tutto; ora che ci penso è stato facile. Con lei sparita, senza troppe cerimonie, sono uscito per l’ultimo giro in moto, con il mio vestito migliore, i miei stivali preferiti, facendo ciò che amavo! Sono finito; ricordo che ho pensato, “la quarantena? Macché scherziamo! Susanna, pure Gina? Basta, basta così!” Mi è capitato, nella vita, di pensare “basta, basta così”, dopo mio padre, dopo le botte, l’università sbagliata, il cliché dell’uomo disturbato che indossavo, ma il coraggio di prendere in pieno quel muro davanti alla curva, mi è sempre mancato. Fino ad oggi.

Mi sento un gran figo.

Un gran figo esatto! Sembrerà stupido, però sono orgoglioso, molto orgoglioso di me! Dicono che mi sono distratto, che sono scivolato e che, tac, mi si è spaccato tutto! Tutto vero, per chi ci crede, è tutto fottutamente vero!

SUSANNA

I bambini mi hanno sempre chiamato con l’articolo davanti. I miei clienti pure. Qui da me, la grammatica italiana è come una persona di cui hai sentito parlare, ma che in fondo non conosci bene. Qui da me, dove vivo, anche i nomi propri hanno l’articolo davanti, e appunto perché sono propri che devono avere l’articolo davanti, è un rafforzativo alla proprietà del nome. La Susa. Io mi sono sempre sentita Susanna, anche quando mi chiamavano con l’articolo davanti.

Eh, per quel che posso ricordare, ho sempre avuto due costanti nella mia vita; i numeri e la masturbazione. In realtà, ho sempre cercato di scopare tantissimo, con questo intento proprio, il desiderio di contarli, di elencarli sulle dita ricordandoli prima di dormire, come le pecore che saltano la staccionata nei fumetti dei personaggi insonni. Solo uomini, non ho mai avuto esperienze diverse dal pene, neanche da un pene solo intendo! Ma non per pregiudizio eh, solo per non eccitazione all’idea di prendere quell’occasione.

Quella del non pene intendo.

Mi è capitato si, di essere corteggiata da donne, o da più donne. Ma, niente, mi sentivo imbarazzata, non eccitata ecco. A me attrae l’uomo, l’uomo sensibile quindi sempre un po’ scompensato dall’epoca in cui siamo, però mi piace il cazzo. Il sesso è sempre stato qualcosa da conquistare, da possedere, da vincere; non ti dico quando ho capito che avevo un certo potere, in quanto donna…

I numeri dici?

Conto, e un tic che ho da sempre. Conto le cose, cose a caso, le lettere delle scritte sulle buste di patatine, le lettere delle parole di una frase che mi rimane impressa, il pezzo di una canzone, un’insegna, un’etichetta, la targa dell’auto davanti a me, conto le lettere, sommo il numero che ne esce e sono felice o meno del risultato.

Un esempio? Leggo “Associazione italiana sommelier” sul mio diploma…sommo le lettere…sono ventinove, senza spazi…ventinove sono due e nove, due più nove fa undici, undici è uno più uno, uno più uno fa due…due! 

I numeri pari mi piacciono di più, da sempre, senza motivo, o senza un motivo cosciente. Se la somma delle lettere da un numero pari, gioia, se da tre è sempre gioia, se da sette è meno gioia. Non so perché, ma lo faccio; mi capita di vedermi assorta nei miei pensieri, con le dita che tamburellano tra loro come se dovessi suonare un pianoforte o un flauto, ma in realtà non e musica, sono numeri.

Sicuro mia madre. Fa la commercialista, anche se ora è in pensione, i numeri sono sempre girati tanto in casa mia. La spesa, i vestiti, le scarpe, i soprammobili, la polvere sopra i soprammobili, si contava tutto in casa mia.

In seconda liceo.

Si è stato tardi, avevo 15 anni. Ho perso la verginità a 16. La cosa che mi colpisce ad ogni ciclo è che indosso sempre nello stesso modo l’assorbente, nello stesso esatto modo in cui mi insegnò mia nonna. Scartare l’assorbente, stendere le mutande, indossarlo ermeticamente, chiudere le ali e tac, il gioco è fatto. Adesso poi hanno fatto quelli con le ali che non si incrociano, te lo dicono proprio, sono fatte di una geometria per cui, sotto la mutandina, non si accavallano, li hai mai visti?

Certo che no, scusa.

Comunque ogni volta vorrei vedere, sotto la mutandina, se non si sovrappongono davvero.

Non l’ho mai fatto, ma lo farò.

Mi ricordo che alle medie ero l’unica femmina della mia classe a non avere avuto ancora il ciclo, l’unica della classe che pesasse tra i 28 e i 35 chili. E mi vergognavo per cui iniziai, calcolando matematicamente il mio ciclo-fake, a portarmi a scuola regolarmente assorbenti per mostrarli integri alle compagne nel chiedere “Profe posso uscire?” È stato frustrante, ora che lo ricordo è come una prima idea di quella che sarebbe stata, per molto molto tempo, la mia tendenza al farmi accettare piuttosto che all’ascolto di me.

È successo tutto così, in modo per me molto naturale; la verginità non e mai stata un bene prezioso da conservare, più un’idea di esplosione avevo, sentivo il grande desiderio, la grande voglia di toccarmi, da sola, di esplorare, di pensare a come sarebbe stato che quando è stato, è stato.

Ricordo solo del gran sangue, un po’ ovunque.

E lui ci rimase male perché poi non lo volevo più.

Non so bene cosa vuoi sapere, però direi calda, si sono calda. Mi piace la doccia bollente, le tisane anche d’estate, la minestra, i marubini di mio nonno, la zuppa atomica…

Atomica, come calore…

Si che quando la finisci il piatto fuma ancora. Mi piace la sensazione di calore in bocca, quella avvolgente del vino bianco maturo è la mia preferita! L’acqua calda la amo molto, quando mi faccio il bidè, l’acqua dev’essere bollente, è quasi un preludio alla masturbazione: quando leggo di sesso, quando guardo film e vedo scene di sesso, io voglio fare sesso! Odio le bevande fredde, mi congelano i denti; il gelato, mi ghiaccia la testa e se aspetto troppo, perché è troppo freddo, mi gocciola tra le mani. Odio l’acqua del mare fredda, dell’oceano fredda, del torrente fredda, la trovo rigenerante ma ho la sensazione che mi porti via i piedi, le dita, o i capelli dalla testa. Di contro però odio il caldo fuori, quando arriva l’estate e fa caldo, la temperatura mi spossa, mi impedisce qualsiasi cosa, vorrei solo dormire d’estate. Ecco io andrei in letargo al contrario, io d’estate andrei sottoterra, dove fa fresco, e li starei fino all’autunno. Quindi si, sono una persona calda dentro, che odia il caldo fuori perché il caldo fuori acuisce il caldo dentro e io d’estate ho sempre fatto dei casini, perché caldo più caldo, fa esplodere, mi fa vivere intensamente le ore fresche e in quei frangenti, faccio dei disastri, consapevoli, perché è il caldo, il sudore, e si può ballare fuori, bere fuori, stare fuori. È tutto troppo d’estate, anche il caldo.

Si sono calda, anche nell’intimo, passionale, devo toccare, abbracciare, baciare, sentire le persone attraverso il corpo.

Il termine tiepido non mi piace, le cose tiepide non mi soddisfano, le sento prive di ambizione, di obiettivi. Il freddo mi piace all’esterno, se all’esterno fa freddo, sprigiono tutto il mio calore e ne godo, è quiete, aria gelata nelle narici che diventa calda in gola, il fiato sulle mani a coppetta che fa molto film noir, nebbia, atmosfere grigie, vedersi velati, trovarsi a parlare stretti nei locali, uscire come kamikaze per fumare sigarette cortissime, tenersi vicini per scaldarsi come fanno i pinguini nei documentari, per poi scoprirsi, spogliarsi solo sotto le coperte e cercarsi, per scaldarsi, avvinghiarsi con il fiatone di chi ha corso per essere lì, ma in realtà è solo il freddo che fa battere i denti e il cuore a mille, fa sentire di avere un cuore; amo il freddo, e sento che il sentimento è reciproco.

D’estate ho creato dei mostri.

Con Fosco per cinque anni, ad aprile, iniziavano una danza che faceva si che a giugno, fossero single, incazzati, con la pura consapevolezza che non si sarebbero mai più visti, mai più, la relazione non funzionava, l’avevano scoperto, giusto in tempo per l’estate. E finiva così, Susanna si arrabbiava per motivi che a Fosco sembravano futili, per mancanza di attenzione, per privazione momentanea di interesse, per cambio di rotta o deviazione di sentimenti, e litigavano, discutevano con la promessa di avere qualcosa di speciale da salvaguardare, ma a giugno, il finale era sempre quello; basta, separiamoci, non siamo fatti per stare insieme, ci abbiamo provato.

Da soli per il sociale, erano sulla “piazza”! Ma poi, in autunno, si riavvicinavano, con iter diversi, corteggiamenti, fiori, promesse, fino alla riunione in una sorta di danza tossica. Stavano da soli, tre, quattro, anche cinque mesi, ma cercavano, in ogni storia, “NOI”.

Esistono delle relazioni che sono dissonanti, poco armoniche, distanti per dinamiche e per caratteristiche interne degli esseri che la compongono, ma loro avevano una cosa in più. La relazione era distruttiva; avevano vissuto in famiglie nelle quali, entrambi per motivazioni diverse, erano costantemente sminuiti, screditati, non visti o ascoltati. “Cosa pensi di poter fare? Perché devi sempre essere quella/o diversa/o? Mi raccomando oggi non farmi fare figure di merda! Non rovesciare i bicchieri come sempre, non correre come sempre, non fare quello che fai sempre, sei sempre la solita! Sei sempre il solito! Sei la mia disperazione! Perché si, perché lo dico io…” Questo retaggio abituale, mai rielaborato perché era “normale”, era lo stesso modello che riproponevano in relazione, inconsapevolmente era identico. Entrambi, non erano mai abbastanza l’uno per l’altro; avevano paura dell’altro; ma amavano l’altro di una attrazione folle; soprattutto perché i loro corpi, erano uno!

Hai mai avuto la sensazione, toccando qualcuno, di sentirlo parte del palmo della mano, di abbracciarlo e di sentire i vostri corpi combaciare perfettamente? Ti è mai capitato di baciare qualcuno e in quelle labbra ritrovare le tue, nell’intreccio delle gambe sentire di essere una cosa sola, uno scherzo, un tutt’uno separato da tempo? Io quando toccavo Fosco stavo così, come quando ci si immerge in un sospiro di sollievo, in silenzio e in pace. Io non lo abbracciavo, noi quando scopavamo, combaciavamo. Lo baciavo. Credo di averlo baciato sempre tantissimo. Lo baciavo perché quella bocca era la mia. E la sensazione inspiegabile era provata da entrambi. Illogico, irrazionale, ma esistente, e io su questa esistenza ho investito 5 anni della mia vita. Solo d’estate mi prendevo il tempo per riprendermi.

Perché? Il nostro mood in relazione era la performance, niente poteva essere sereno, la serenità non esiste, se si sta bene, tra poco si starà male; un’altalena, una montagna russa, un tagadà, vuoti d’aria, respiro, affanno, paura, gelosia, terrore, vertigine. Dovevamo essere perfetti, senza sapere quale fosse, per l’altro, l’idea di perfezione. Perfetti pur non anelando razionalmente alla perfezione. Perfetti!

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Serena Lampugnani
A quarantatré anni non mi illudo più di vivere e scrivere storie, che non siano comunque anche un po’ storie d'amore. Io nella vita colleziono patenti. Disagio. Sex toys e tappetini yoga. Bottiglie di vino che bevo e dimentico. E amicizie. E fidanzati. Anche amanti. E gatti. O forse sono loro che collezionano me? Vivo in Val d’Arda dove faccio il vino dopo aver mandato in frantumi una ventennale relazione con i file Excel. Ma vivo anche a Cremona dove ho le mie solide relazioni d’amore! Scrivo per vedermi, l’ho sempre fatto da quando ho pastelli, fogli e una calligrafia incomprensibile. Meno male che ora ho una tastiera e un Tablet per leggermi meglio. Racconto. La mia vita. La condisco con la mia fantasia che non si esaurirà tanto facilmente perché ho sempre il fottuto desiderio di volermi moglie!
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