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Il battito dei pedali

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Consegna prevista Dicembre 2026

Nato con una malformazione cardiaca, Andrea affronta due interventi al cuore. Il secondo non lascia speranze, ma lui sopravvive. Da quel momento ogni battito diventa una scelta, non un caso. Il battito dei pedali racconta la sua rinascita attraverso il ciclismo: le salite della Romagna si trasformano in metafore di resistenza, resilienza e lucidità, il ritorno in sella diventa un atto di coraggio, la lotta per l’idoneità agonistica una sfida contro diagnosi e pregiudizi. Tra ricordi familiari del legame con il nonno che gli ha trasmesso l’amore per la bici, momenti di verità senza filtri e poesie, Andrea impara a fidarsi del proprio corpo e della propria mente. Dalla Novecolli Gravel all’Altro Percorso, fino al traguardo tagliato per primo, scopre che la vittoria più grande non è una medaglia, ma la scelta quotidiana di non fermarsi. Un libro per chi affronta salite visibili e invisibili, e ha bisogno di ricordarsi che la vita non è una gara, ma un viaggio da pedalare con coraggio.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché non potevo più tenere dentro la mia storia. Dopo due interventi al cuore e aver guardato la morte negli occhi, ho capito che dovevo trasformare paura e rinascita in un messaggio per chi oggi affronta malattia, limiti o silenzi. Credo nella forza mentale, nella spiritualità e nella capacità umana di rialzarsi. La resilienza è una scelta, la speranza un atto di coraggio, perché ognuno ha una salita da affrontare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il ciclismo, metafora della vita

Per me il ciclismo è la metafora della vita.

Ci sono pianure, salite, discese.

Si gioisce, si soffre.

A volte tutto scorre liscio, poi la strada inizia a salire e il dolore inizia a farsi sentire.

Arriva prima chi è in grado di resistere di più al dolore, questa è la crudele realtà.

Una volta arrivato in cima alla salita, puoi godere del panorama, di quella sensazione stupenda che senti dentro, perché sai che ce l’hai fatta.

Poi inizia la discesa, resti concentrato ma puoi respirare, puoi rilassarti per un po’, poi tutto si ripete.

Ho praticato tanti sport nella mia vita, ma nulla mi ha dato il dolore e la sofferenza, la gioia e la soddisfazione, che mi ha donato questo sport.

Domani proverò a fare qualcosa che non ho mai fatto, perché voglio sfidare me stesso e vincere.

Perché alla fine non vinci quando arrivi primo, vinci solo quando riesci a superare te stesso.

Capitolo 1 – Il primo colpo di pedali

Se respiro, attacco.”

— Bernard Hinault

Fine giugno 2020.

Olimpia, classe ‘73.

Una bici da corsa d’epoca, la mia compagna di strada di mille avventure e altrettanti pensieri. Telaio sottile ma pesante, i segni del tempo impressi sulla vernice, ammaccature sparse un po’ ovunque, il manubrio duro, la sella rovinata, ma per me era bellissima. Cambio Campagnolo originale, sei velocità. Avevo accarezzato più volte l’idea di risalire in sella, ma ogni volta il dubbio mi assaliva. E se il cuore non reggesse? Se un colpo di pedale fosse troppo? Se fosse davvero finita?

Poi una voce dentro di me sussurrò: “Sali, pedala, solo così potrai scoprire e superare i tuoi nuovi limiti”.

Il ricordo dell’ultimo intervento era ancora vivo, troppo vivo, ricordavo il dolore alla ferita, la fatica ad alzarmi dal letto, la paura ad ogni battito irregolare. Le camere bianche, l’odore di disinfettante, urli di dolore e i suoni laconici dei dispositivi ai quali, tutti noi, eravamo collegati, sotto stretto controllo dei medici in guardiola. Dopo il secondo intervento, per la prima volta nella mia vita, avevo davvero pensato che nulla sarebbe più stato possibile: lo sport, la libertà, persino la mia stessa autonomia erano diventati un enorme punto interrogativo che aleggiava sulla mia testa come una spada di Damocle. Era passata appena una settimana da quando mio padre mi aveva lavato sotto la doccia, con la ferita avvolta nel Domo-pack e mia madre mi aveva pulito dopo essere andato in bagno, con la sensazione di vergogna e il calore dell’amore materno, ma quella mattina, con il sole di giugno alto che filtrava tra i maestosi alberi di castagno del viale della stazione di Gambettola, avevo deciso di provarci. Non importava percorrere qualche metro, fermarmi subito, l’importante era tornare in sella.

Feci un respiro profondo. Fino a qualche mese prima, quel gesto sarebbe stato naturale, ora aveva il sapore di una sfida. Scavalcai il telaio e mi sedetti sulla sella, le mani tremavano leggermente afferrando il manubrio. Il cuore batteva forte, non per lo sforzo, ma per l’emozione. Spinsi sui pedali e sentii la bici muoversi sotto di me, il vento leggero sul viso, il suono delle gomme che marcavano l’attrito sull’asfalto

Un respiro. Poi un altro. Stava andando tutto bene.

Percorsi il viale della Stazione, forse neanche un chilometro, non ricordo con precisione la distanza, ma fu sufficiente, sufficiente per ricordarmi chi ero, sufficiente per sentire che la vita non mi aveva ancora sconfitto, sufficiente per tornare a sorridere. Quel giorno, in sella a Olimpia, decisi che sarei tornato davvero, a qualsiasi costo.

2006: il primo intervento

Ma facciamo un passo indietro, cominciamo dall’inizio. Correva l’anno 2006, avevo appena subito il primo intervento cardiochirurgico e dovevo affrontare un percorso di riabilitazione ma non sapevo ancora quale sport sarebbe stato il primo ad accompagnarmi nella mia nuova vita con una nuova valvola cardiaca, una valvola biologica, dono di un suino, probabilmente della bassa provincia di Parmense che si era immolato per la mia stessa vita, oltre che per qualche abbondante grigliata primaverile. Sapevo che sarei tornato a giocare a calcio e calcio a5, forse ancora per qualche anno o

soltanto per togliermi il capriccio e dimostrare a me stesso che potevo farlo. I medici mi avevano sconsigliato di fare sforzi, di sollevare pesi e l’attività aerobica era la prima sulla lista delle cose consigliate e per fortuna comprendeva già due grandi passioni: il nuoto, quello che reputo il mio sport naturale e la corsa, che mi aveva sempre aiutato a rilassarmi nei momenti di stress. Non avrei mai potuto immaginare quello che sarebbe successo: l’amore è spesso imprevisto, non segue le logiche, come canta Marco Mengoni, arriva quando meno te lo aspetti ed è stato così anche con lei.

[…]

Il ciclismo in Romagna e oltre

In Romagna la bicicletta ha un valore speciale. Questa terra, fatta di colline, valli, mare e piccoli borghi è il palcoscenico ideale per ogni ciclista. Pedalare in Romagna è come sentirsi parte di un’opera d’arte, dove ogni paesaggio diventa un quadro che cambia ad ogni tornante. È il piacere di salire sulle colline del Montefeltro, di percorrere la via Emilia che attraversa città come Forlì, Cesena, Rimini, tutte città che non sono solo geografiche, ma che raccontano storie di ciclisti e di corse leggendarie.

Io abito a Gambettola, le mie zone preferite sono quelle della valle del Rubicone e le colline di Longiano, Roncofreddo, Sorrivoli, Monteleone, Montiano e tutti i piccoli borghi che si inerpicano in strade che hanno il profumo di storia e soprattutto di Romagna.

Il mio rapporto con la bicicletta è nato fin da piccolo, ma è con il passare degli anni che è diventato sempre più profondo. Quando ero bambino, non c’era giorno in cui non mi svegliassi con la voglia di prendere la bici e pedalare. Ogni pedalata, anche la più faticosa, aveva il suo fascino. Le salite, quelle colline che sembravano insormontabili, diventavano una sfida, una sfida che mi faceva sentire vivo, che mi permetteva di confrontarmi con me stesso. Ogni respiro, ogni goccia di sudore, ogni sforzo, diventavano il mio modo di sentire la vita con tutta la sua intensità.

Per me la fatica è sempre stata una compagna di viaggio, specie quella derivante dallo sport, in ogni sua forma. In bicicletta non c’è pedalata che non abbia il suo peso, ogni curva crea una nuova difficoltà, ma è proprio lì che nasce la soddisfazione. La fatica che, quando finalmente si supera, ti restituisce la bellezza della conquista. Salire un passo alla volta sulle collinedel Faentino o affrontare la salita della “Cima Coppi” sulle Alpi, il Passo Pordoi, sono esperienze che rimangono dentro, che ti fanno sentire parte di qualcosa di più grande. È come se ogni strada avesse una sua storia da raccontare, una storia fatta di sforzi e vittorie, che ti viene sussurrata all’orecchio e che rimanenel cuore e nella memoria. Il Passo Pordoi, tra tutte le salite ed esperienze che ho pedalato, è forse quella che mi è rimasta nel cuore più di tutte, anche perché, come la maggior parte delle mie uscite, a feci da solo, partendo alla volta delle Dolomiti con un borsone, la mia Panda e, ovviamente Onyx. Conservo ancora una fotografia che feci per mio nonno, lui la esponeva con orgoglio e fierezza su un mobile della sala da pranzo e si soffermava spesso a guardarla con ammirazione. Un gioia difficile da descrivere.

E poi c’è la libertà, quella sensazione che si prova quando il vento ti accarezza il volto, a qualcuno i capelli, io ne sono sprovvisto, il tuttomentre attraversi le campagne romagnole, le distese di vigneti, le terre coltivate che si estendono all’orizzonte. Quando la strada si apre davanti a te, senza una meta precisa, è come se ti sentissi libero da ogni vincolo. La bici è un viaggio che non ha limiti, dove non serve parlare, basta semplicemente pedalare, immergersi nella natura, essere un tutt’uno con il paesaggio che scivola via sotto le ruote.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Andrea Daltri
Raccontarmi in poche righe è difficile, ma ci provo. Sono nato in Romagna, nel 1982, sono ciò che imparo, ciò che scelgo e ciò che vivo. La mia storia inizia in salita: con un cuore difettoso. Due interventi, l’ultimo senza speranza, eppure sono ancora qui. Da allora ogni battito è una decisione.
Prima di diventare coach sono stato chef per anni, tra notti, creatività e fatica. Poi ho studiato alimentazione, allenamento, mindfulness. Amo lo sport: corro, nuoto, pedalo, mi alleno ogni giorno e sono istruttore e atleta di Ginnastica Dinamica Militare.
Mi piace colorare, disegnare, leggere. Amo i libri: acquistarli, leggerli, respirarli. La bici è sempre stata il mio filo rosso: il luogo dove ascolto il cuore e ritrovo me stesso. Oggi accompagno persone e atleti nei loro percorsi di consapevolezza. Il battito dei pedali è il mio primo libro: una storia vera di salite, cadute e rinascita.
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