«Buongiorno, mia signora» disse l’uomo a capo della delegazione.
«Attendevo il re e la sua consorte. Dove si trovano?»
«Non sono qui, mia signora. Il re era impegnato con i nobili e ha mandato noi al suo posto.»
«Guardami.»
L’uomo sollevò lentamente la testa, posando lo sguardo sulla donna, e ne osservò i lineamenti così singolari. I capelli erano dritti e lisci, bianchi come la seta, e incorniciavano un volto perfetto e privo di rughe, dalla carnagione chiarissima. Le ciglia e le sopracciglia, bianche anch’esse, sovrastavano due grandi occhi grigi, tendenti al ghiaccio, colmi di intelligenza. Le labbra erano sottili, di un rosa chiaro, immobili in un’espressione impassibile. Al mondo esistevano pochissime persone albine come lei, ma nessuna era in grado di incutere il suo stesso timore.
«Non sopporto le menzogne» sibilò la donna poco dopo, stringendo con forza il bastone.
«Mia signora, vi ho detto la verità, ve lo assicuro!»
«Bugiardo!»
La donna pronunciò una parola sottovoce e sulla parte superiore del bastone si materializzò una sfera oscura, simile alle ombre. Abbassò poi l’asta, mirò verso l’uomo davanti a lei e gli scagliò il globo, disintegrandolo all’istante. L’attacco fu così rapido e diretto che il delegato non ebbe nemmeno il tempo di urlare o di rendersene conto. Di lui non restava più nulla, se non un mucchietto di ceneri sparse sul pavimento.
«Se volete vivere, vi conviene dirmi la verità» disse la donna disperdendo le ombre dal bastone.
I tre uomini annuirono vigorosamente, emettendo piccoli versi disperati mentre guardavano il luogo dove fino a un attimo prima si trovava il loro compagno.
«Ripeto la mia domanda: dove si trova il re?»
Nessuno dei delegati riuscì a parlare, ancora bloccati dal panico che avvertivano nelle membra.
«Rispondete!» tuonò la donna.
L’uomo più a destra cedette alla paura e crollò a terra privo di sensi, inarcandosi all’indietro. Gli altri due lo guardarono preoccupati, spostando lo sguardo da lui alla donna e viceversa, temendo ciò che sarebbe potuto succedere.
«Rispondete alla mia domanda, altrimenti eliminerò anche lui.»
«Si trova nel suo palazzo, a Vorsùt» disse tremando il delegato di sinistra.
«Per quale motivo non è qui davanti a me?»
«Temeva la vostra reazione al messaggio che vi abbiamo portato» disse l’uomo tremando e temporeggiando per alcuni istanti. «Il re vi comunica che ha qualche riserva sull’imminente impresa.»
«Credo che ormai sia tardi, delegato. L’impresa è già iniziata.»
«Ne siamo a conoscenza, ma forse siamo ancora in tempo per annullarla.»
«Annullarla?» urlò la donna alzandosi in piedi di scatto.
L’uomo abbassò lo sguardo terrorizzato, iniziando a singhiozzare in silenzio. La donna restò immobile per alcuni istanti, mentre i suoi occhi spargevano rabbia e odio in ogni direzione, per poi tornare a sedersi sullo scanno, riacquistando la compostezza.
«Sono tre anni che prepariamo questa impresa e il re era d’accordo con me sin dall’inizio.»
«La regina è preoccupata per i suoi figli, teme per le loro vite» disse il delegato.
«Dovevano pensarci prima. Dove sono i soldati che mi aveva promesso? Dovevano essere qui la settimana scorsa.»
«Sono pronti, mia signora, ma non hanno ancora ricevuto l’ordine di partire.»
«Tornate subito dal vostro re,» tuonò la donna adirata «e ditegli di far partire subito i miei dannati soldati. Altrimenti verrò a Vorsùt di persona a ricordargli chi comanda in queste terre! E portate con voi quel dannato smidollato» aggiunse poi indicando l’uomo disteso a terra.
I due delegati annuirono contemporaneamente, raccolsero il compagno e uscirono correndo dal salone. La donna lanciò un urlo di sfogo, rilasciando tutta la rabbia accumulata in quel breve colloquio con la delegazione reale. Si sentì frustrata, quasi tradita, da quelle persone piccole e senza fegato, capaci solo di nascondersi dentro le mura dei loro castelli. Doveva fare tutto da sola, come sempre, obbligando e forzando chi non aveva il coraggio di agire.
«Mia signora» disse un servo alla sua destra.
«Cosa vuoi?» gridò la donna senza voltarsi.
Un’aura oscura emerse lentamente dal mantello e dal bastone, simile a una nuvola tempestosa e carica di pioggia. Il suo odio si materializzò, prese forma e le volteggiò attorno in un turbinare frenetico e minaccioso.
«È arrivato un messaggero dalla flotta.»
«Fatelo entrare.»
Dalla porta entrò un soldato in cotta di maglia e tunica nera, che si inginocchiò davanti alla donna seduta sullo scanno. Un brivido di terrore lo percorse lungo la spina dorsale, mentre scrutava intimorito la sua signora pervasa da quell’aura tanto opprimente.
«Le navi dirette al nord sono riuscite a superare la flotta nemica tre giorni fa. Dovrebbero raggiungere il villaggio domani» disse il soldato vincendo a stento la paura.
«Molto bene, finalmente una buona notizia» disse la donna mentre l’aura oscura rientrava nel suo corpo. «Rifocillate quest’uomo e il suo cavallo.»
Il servo si inchinò e uscì dall’immensa sala facendo strada al soldato, lasciando la donna da sola in un silenzio assoluto. I suoni dei lavori quotidiani svolti nel castello non la raggiungevano, come se si fosse isolata dentro se stessa. Chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi, controllando l’odio che dimorava nel suo cuore e la rabbia che le avvelenava l’anima. I ricordi del passato le tornarono in mente con prepotenza, facendole rivivere ogni ingiustizia vissuta, dalla sua infanzia infelice fino al massacro della sua famiglia. Il ricordo di quella notte infausta prese il sopravvento: i corpi dilaniati abbandonati sulle pietre del castello, i volti straziati dalla morte, la disperazione nei suoi occhi colmi di lacrime. E quei due giovani uomini, con i capelli e gli occhi neri come la notte più scura, indecisi sulla sua identità e sul cosa farsene di lei.
La donna riaprì lentamente gli occhi, allontanandosi dai ricordi, avvertendo l’odio e la vergogna montare dentro di sé. Si sentì in colpa per essere l’unica sopravvissuta di quella notte, per non aver trovato la forza di combattere, per essersi nascosta nel momento del bisogno. Aveva deluso la sua famiglia, cercando di sopravvivere a qualunque costo, voltando le spalle a tutti. Con un’espressione fredda e adirata si alzò dallo scanno e si diresse verso la biblioteca, trovandovi all’interno una ventina di ragazzi e ragazze, con età comprese tra i quindici e i venticinque anni. Ciascuno di loro era immerso nella lettura di un volume, alcuni dei quali erano illuminati da una strana luminescenza colorata.
«Buongiorno, mia signora» dissero in coro i ragazzi, interrompendo la lettura.
«Non distraetevi» urlò la donna. «Continuate a studiare!»
I ragazzi si zittirono e ripresero a leggere terrorizzati. La donna proseguì la sua camminata furiosa, spalancò una piccola porta in legno ed entrò in una stanza spoglia e priva di finestre. All’interno si trovava soltanto uno scrittoio, ormai consumato dal tempo, con sopra un volume avvolto da uno straccio di pelle morbida. La donna si sedette su una piccola poltrona davanti allo scrittoio e con estrema cura scostò i lembi dello straccio, portando alla luce un libro nero come le ombre. Chiuse nuovamente gli occhi, riportando alla mente l’immagine della sua famiglia massacrata e dei due uomini che la troneggiavano trionfanti.
«Padre, madre, fratelli e sorelle,» sibilò a bassa voce «finalmente potrò vendicarvi.»
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