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Il Direttore Commerciale

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Consegna prevista Novembre 2026

Dopo anni di duro lavoro Sebastiano ha raggiunto il ruolo che (forse) sognava, Direttore Commerciale, ma quel traguardo si rivela una trappola da cui non riesce ad uscire: lavoro incessante, viaggi, KPI, notti insonni. La pandemia travolge ogni certezza, il ritmo aumenta, i clienti pressano e il corpo manda segnali ignorati. Finché una telefonata lo obbliga a fermarsi. L’ospedale diventa il suo nuovo ufficio, tra attese e diagnosi sempre più dure, fino a quella definitiva. In costante dialogo con l’altro sé stesso – il Direttore Commerciale che è in lui – Sebastiano intraprende un percorso tanto spietato quanto inaspettato. Il dolore, la paura, la dipendenza dagli altri, lo scorrere lento delle giornate diventano maestri di vita imprevisti. E al rientro nulla è più come prima: urgenze e pressioni perdono peso, mentre fragilità e consapevolezza assumono centralità. Un viaggio in equilibrio tra l’essenza della vita e le nostre pulsioni, con la prospettiva di una possibilità.

Perché ho scritto questo libro?

Per due ragioni:
– La prima ha a che fare con me. Per ricordarmi quel che ho passato e per riconoscermi il merito di esser riuscito ad uscirne.
– La seconda ha a che fare con i lettori. Per lanciare un messaggio di possibilità. Spesso la diagnosi di una malattia viene vissuta come una condanna definitiva, ma non è così. Mi sarebbe piaciuto che qualcuno me l’avesse detto prima di affrontare il mio percorso, invece l’ho imparato sulla mia pelle.

 

I proventi destinati all’autore saranno devoluti a Lilt Treviso – Delegazione di Montebelluna

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ordinàrio agg. e s. m. [dal lat. ordinarius, propr. «conforme all’ordine», der. di ordo -dĭnis]. – 1. Che non esce dall’ordine, cioè dalla norma o dalla normalità, e quindi solito, consueto, comune, regolare e sim.[…]; fare la vita o., di tutti i giorni;[…]

Job Description

Prima di quella telefonata vivevo una vita ordinaria.

Che poi, il concetto di ordinario è relativo.

Vivevo la vita da dipendente di una piccola impresa del Nord Est, da poco promosso al ruolo di direttore commerciale.

Quella vita che inizia presto al mattino, finisce tardi la sera, ti porta spesso a cena fuori e ti fa venire le buone idee di notte.

Quella vita per cui ogni minuto è vitale per il business, ogni occasione un’opportunità, ogni chiamata una trappola, perché non è mai finita.

Quella vita in cui si litiga spesso in famiglia, perché viene sempre prima il lavoro.

Quella vita per cui vai in vacanza con il telefono, metti mai che…

Quella vita in cui c’è sempre qualcosa da dimostrare e i passi falsi è meglio lasciarli fare agli altri.

Stasera aspetto una telefonata dalla nostra filiale del Sudamerica, ma sarà verso le 23, per via del fuso. Così ne approfitto per accompagnare a letto Matilde, la mia bambina. Frequenta il primo anno di asilo, pardon, scuola dell’infanzia, come la chiamano oggi – sia mai che qualcuno mi dovesse sentire in questo mondo in cui la forma conta più della sostanza e il politically correct è d’obbligo. Per fortuna a lei importa poco di come la chiamano i grandi, la sua scuola. A suo dire, lei ci va a giocare o a lavorare, a seconda di quanto battagliera si alza al mattino. Certo che con quelle sue forme rotonde – da mangiona quale è – e le guance paffute – che in famiglia le sono valse il soprannome di Ciop – se possibile ancora più accentuate da un taglio a caschetto con la frangia squadrata, mi viene facile immaginarla come un piccolo operaio, che sbuffa tutto indaffarato, intento ai suoi traffici quotidiani, tra una carriola da spostare chi sa dove e dei castelli da costruire nella sabbiera.

Le ho appena fatto la doccia, ha i capelli che profumano di olio di argan e il pigiamino (come lo chiama lei) rosa di “Frozen”, che sa di bucato. Sulla maglia, lo sguardo di Elsa incrocia quello di Anna, al di sopra di un Olaf spensierato che scivola giù da un pendio innevato sul tronco di un albero. All’altezza delle ginocchia invece, tra i fiori di ghiaccio, spunta un lembo di pelle, testimonianza viva dell’ennesima scivolata nel corridoio che porta alle camere. Ma c’è poco da fare, il modo in cui i bambini indossano i capi sbrindellati non ha nulla a che vedere con i pantaloni grossolanamente rotti dei teen-ager o, peggio, con gli strappi ricercati sui jeans degli adulti che non si rassegnano al tempo che passa. Mi godo il profumo che si lascia alle spalle, mentre con piglio da comandante mi ordina di seguirla in camera. Lei davanti, quasi a passo di marcia, un misto tra un capobanda e una majorette, io dietro, silenzioso ed ubbidiente, docile come un cagnolino.

Sorrido osservando la sua figura di spalle, rotonda e goffa; il cerchiello con le orecchie da gatto, tutto lustrini, che ondeggia a destra e a sinistra sopra la testa, ad ogni passo, accompagnandola nella sua marcetta. E mi chiedo come mai, anche quando ci siamo appena sistemati, come ha imparato a dire dalla mamma, trova sempre il modo di avere un non so che di teneramente disordinato, come quella gamba del pantalone malamente arrotolata a metà polpaccio, sopra il piedino nudo.

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Quando finalmente arriviamo nella sua cameretta, tra un giro del tavolo e uno del tappeto, una mano sapiente ha già reso l’ambiente adatto a conciliare il sonno, la stanza in penombra, solo la luce fioca della abat-jour a rischiararne debolmente le pareti. I pelouche sono stati sistemati nei cestoni traboccanti di pupazzi, i libri delle favole incastrati nella libreria stipata di giochi, puzzle, lavoretti e farfalle di carta con le ali maltrattate. La prendo in braccio e la adagio sul letto, rimboccandole le coperte. Lei sospira mansueta, mi lascia fare, silenziosa ma con gli occhi aperti e vigili, a fissare il soffitto, come se fosse in corso una fase di profonda riflessione.

Poi rotolando su sé stessa, strofina il viso sul cuscino, fino a tornare supina, si aggiusta le lenzuola e mi guarda. È il suo modo per dirmi che è pronta, possiamo iniziare il nostro rito dell’addormentamento.

Sto per cominciare a leggerle la favola, che abbiamo scelto per la buonanotte, quando mi sorprende con una domanda.

“Papà, ma tu che lavoro fai?”, mi chiede.

“Il… il direttore commerciale”, rispondo con poca convinzione.

Devo ancora abituarmi del tutto all’idea.

Ho lavorato molto e con dedizione per arrivare sino a qui, ma adesso che ci sono, vivo sensazioni contrastanti di soddisfazione ed inadeguatezza. Mi sembra sempre che mi manchi qualcosa. Non sono un grande esperto dei mercati, non vivo per vendere, nel mio sistema di valori le persone valgono di più delle marginalità. Non assomiglio al direttore commerciale che c’era prima di me. Ma il suo spirito aleggia ancora negli uffici e tra i dipendenti più anziani, permea i corridoi e le scale dell’azienda (o della bottega, come la chiama ancora qualcuno). E questa cosa, forse, è quella che mi disturba di più. Percepire la sua presenza, dovermi sempre confrontare con un metro di paragone tarato sul mio predecessore mi mette a disagio, anche se a volte, devo ammettere, i paragoni depongono a mio favore.

Il fatto è, credo, che non ho ancora trovato il mio posto in questo mondo.

Così accade che nei momenti più imprevedibili mi sorprendo a chiedermi quanto durerò nel mio nuovo ruolo e cosa sarà che mi farà vacillare o forse cadere irrimediabilmente.

Perché accadrà qualcosa prima o poi, ne sono certo.

“E cosa fa un direttore commerciale?” incalza la piccola, che vive con sospetto questo mio imbambolamento. Stavo forse pensando ad altro?

“Se vuoi sapere cosa fa un direttore commerciale, potresti leggerti il mio mansionario – penso – anzi, come ci ha tenuto a precisare il responsabile delle risorse umane, la mia Job Description (aggiungendo disgustato – e per carità non usiamo più termini da Medioevo).

Ma mia figlia ha solo 4 anni, non sa ancora leggere.

Lo so.

Però ogni tanto mi farebbe comodo, mi farebbe risparmiare tempo.

Non ce n’è mai abbastanza per fare tutto.

Allora provo a raccontarglielo così.

“Quando va al lavoro papà si trasforma in un super eroe, come i Pj Masks. Dopo che ti ho accompagnata all’asilo – scusate maestre – alla scuola d’infanzia, la mia macchina si trasforma, come la Gattomobile di Gattoboy ed io divento il Direttore Commerciale, con la D e la C maiuscole”.

“Ma le maiuscole, ti fanno venire i muscoli?” mi interroga Matilde.

“Eh magari – sospiro io tastando i miei bicipiti flaccidi –  direi di no, però mi danno dei superpoteri”

“Davvero?” mi chiede incredula.

Certamente – rispondo enfatico – devi sapere che il Direttore Commerciale, quando è all’opera diventa come un Giano Bifronte…”

“E cos’è un Cianobironte?”

Sento le labbra incurvarsi in un sorriso muto. Prendo tempo, godendomi l’eco della sua voce che mi risuona in testa ripetendo “Cianobironte” ancora e ancora fino ad affievolirsi e scomparire definitivamente. Ma la domanda è seria, che diamine, e richiede una risposta adeguata.

“Un Cianobironte – mi prendo la libertà di scandire bene il nome storpiato – è una specie di dio, uno che può fare di tutto, come le Winx quando usano i loro poteri… e ha due facce, una per guardare avanti e una indietro, una dentro e una fuori. Come se tu avessi due occhi, un naso e una bocca anche sulla parte dietro della testa.” Le appoggio due dita sulla nuca, scompigliandole i capelli, per farle capire. Lei ride, di una risata così piena e coinvolgente che vorrei far durare per sempre. E invece, improvvisamente, si fa seria.

“E come fa col cerchiello?” mi chiede preoccupata.

“Beh è un maschio, suppongo che non ne abbia bisogno” minimizzo.

“Ah, ok”, mi risponde assorta, come se stesse già pensando ad altro.

Nell’escalation delle sue domande, quando so che arriverà ormai quella cui non saprò rispondere, lei la risolve così, con questo “ah, ok”, che significa che va bene, ha capito.  Non so se sia vero appagamento della sua curiosità o semplice compassione nei miei confronti. Come a dire, papà non sforzarti, capisco, va tutto bene, arriva fin dove puoi, per approfondire ci saranno altre occasioni, non affaticarti oltre.

“Però se vuoi possiamo chiederglielo…” azzardo.

“Chiedergli cosa?” ribatte lei, quasi assente.

“Del cerchiello, dico”.

“No, no, non importa” mi risponde assorta.

Sospira di nuovo, guardando il soffitto, le dita delle mani incrociate tra loro, sul petto. Ancora, è il suo modo silenzioso per dirmi che sta aspettando il seguito.

“Allora, ti stavo dicendo del Direttore Commerciale, che ha due teste…”, provo a riprendere con più enfasi.

“Ma tu non hai due teste papà”, mi interrompe.

“No, hai ragione, ma quando vado in ufficio indosso una maschera che mi mette gli occhi anche dietro. Non lo sapevi?”

“No”, ora ride di nuovo. Sa che la sto imbrogliando, ma decide di stare al gioco.

“Ecco, allora, con una testa, il Direttore Commerciale racconta quello che fa la sua azienda, pardon, l’azienda per cui lavora a chi sta fuori, ai clienti e a quelle persone che non lavorano con me, con l’altra testa invece cerca di spiegarla a chi sta dentro, cioè ai colleghi di papà”.

“Perché anche ai colleghi? Non lavorano con te?”

“Sì lavorano con me, ma…”

“Va beh dai, andiamo avanti” taglia corto sbrigativa, non ha tempo da perdere nemmeno lei, a quanto pare. E io, in cuor mio, la ringrazio.

“Ok, andiamo avanti…- asserisco circospetto, mentre penso a come diavolo raccontare il mio lavoro a mia figlia di quattro anni. No, non c’era un modulo su questo nell’ultimo corso di formazione sul public speaking, penso con rammarico. Perciò provo ad arrangiarmi come posso.

“Con una faccia, il Direttore Commerciale stimola i propri colleghi, cerca di fargli dare il meglio, di fargli fare bene le cose, con l’altra combatte per far riconoscere i loro meriti; con una siede al tavolo del Board Strategico…”

Mi fermo.

“È tua figlia, Cristo! Non il tuo amministratore delegato”, rimprovero il Direttore Commerciale, che inizia a farsi largo nella mia testa, prendendo il controllo della mia mente e distraendomi dalla solennità del momento.

“Board strategico… cosa vuoi che ne capisca!” lo apostrofo.

“Però è intelligente.” Mi risponde lui, cinico.

“Sì ma ha solo 4 anni” insisto io. “Come può capire tutti i tuoi inglesismi, i paroloni di cui riempi le tue giornate?”

“Forse non li capirà, ma, di solito, se non capisce si annoia, se ne va con i suoi pensieri e magari s’addormenta prima. Me lo dici sempre tu, no?! E, by the way, noi dovremmo prepararci per la call delle undici coi sudamericani, non vorrai mica presentarti in collegamento senza nemmeno aver letto la relazione del loro general manager?!”, mi risponde nuovamente lui, secco ed estremamente pragmatico.

E in effetti, non arriva nessuna domanda, il respiro comincia a farsi più pesante. Mi crogiolo nel profumo delle lenzuola appena cambiate. Benedetta Martina, se non ci fosse lei a pulire e rassettare casa un paio di volte alla settimana! Non so ben dire perché, ma mi pervade una sensazione di benessere quando sono immerso nell’ordine e nel profumo di pulito.

Bacio la guancia paffuta di Matilde, lasciando sprofondare le labbra sulla sua pelle e continuo a raccontarle quello che faccio al lavoro, con grande disappunto del Direttore Commerciale, che non si capacita di questa inutile perdita di tempo. Se si è addormentata che senso ha parlare al vento di fantasticherie da bambini? Abbiamo ben altro da fare, noi.

Ma io non ne sono certo, che si sia addormentata, conosco la mia piccola polpetta. Così decido di andare avanti ancora un po’, come mi viene. Se non capisce, farà senz’altro qualche altra domanda. Mi dico.

“Dunque con una testa il Direttore Commerciale siede al tavolo del board strategico – insomma la usa per fare delle cose importanti; con l’altra si rintana nella mensa aziendale, quando tutti hanno finito, così non c’è nessuno a disturbare la sua pausa pranzo.”

Solo il telefono.

Già, il telefono, si fa per dire.

Più che un telefono, un ufficio portatile che riceve mail, sms, WhatsApp scritti e vocali, ha l’applicazione di Teams – che ha anche un sistema di messaggistica integrato – di Messenger, di Zoom e di Skype.

Uno strumento potentissimo, lo smartphone.

Infatti, è smart.

“Cosa vuol dire smart?” Accidenti, rieccola, ed io che pensavo che fosse ormai nel mondo dei sogni.

“Vuol dire intelligente, brillante…” rispondo prontamente.

“Come il cerchiello con le paillettes?”

“Sì, proprio come il tuo cerchiello con le orecchie di gatto e le paillettes”.

“Ah ok”.

“Ma siccome anche il Direttore Commerciale è intelligente, sa convivere con lo Smartphone.

Lo smartphone squilla, vibra, lampeggia, o due delle tre o tutte e tre insieme. Dipende dal contatto, dai gruppi, dalle chat, dal momento. Oddio, l’ho silenziato? Si chiede il Direttore Commerciale quando lo dimentica in borsa o nella tasca della giacca durante un meeting, quando va in chiesa (raramente), quando lo sta visitando il medico.

Il Direttore Commerciale sa come si silenzia uno smartphone, sa usarlo, sa giocarci.”

Nessuna domanda dalla piccola, la guardo, ha gli occhi fissi al soffitto, bene aperti.

Peccato che non sappia staccarsi, dallo smartphone, penso tra me e me. Così mi dico che dovrei comprarne un altro di smartphone,  per staccare davvero, per dimenticarmi del Direttore Commerciale, del suo senso del dovere e delle sue incombenze infinite. Alla fine mi sono deciso e l’ho fatto, ho comprato un telefono nuovo, un po’ di tempo fa, da usare solo in caso di necessità, per tenere lontano il lavoro.

Ho preso un bel modello che fa delle ottime foto, per fotografare la mia famiglia, quando andiamo in gita. Perché oggi, diciamocelo, chi compra più le macchine fotografiche, che sono un bell’ingombro da portarsi appresso? A meno che non si tratti di un appassionato di fotografia, naturalmente. Per gli altri, beh, ci pensa lo smartphone.

Per un po’ di tempo è andata bene, con il nuovo smartphone, ma poi, non so come (in verità lo so ma non voglio ammetterlo), il Direttore Commerciale ci ha messo lo zampino, e quel numero segreto, nato solo per pochi intimi, è finito  nella chat sbagliata, qualcuno ha condiviso il contatto e… fine della storia.

“Lo sapevo!” ho ripreso rancoroso il Direttore Commerciale, quando ho ricevuto il primo messaggio del mio amministratore delegato sul nuovo numero. Ma devo essere stato poco convincente, lui mi ha solo guardato di sottecchi, sornione, ridendosela di gusto. “Ma dai!– ha minimizzato – Sotto, sotto, non vedevi l’ora”.

Matilde si rigira nel letto, cambia posizione; di solito lo fa almeno cinque o sei volte prima di addormentarsi e ad ogni movimento, il fruscio delle lenzuola che si sfregano si fa più discreto, fino a diventare ovattato, e poi quasi impercettibile. Ma non è ancora arrivato il momento, mi stringe la mano e capisco che c’è ancora qualcosa da raccontare, nel silenzio immobile della sua cameretta. I pelouche mi osservano muti, quasi curiosi, a giudicare dalle espressioni. La prosecuzione del mio dialogo interiore con il Direttore Commerciale dovrà attendere ancora un po’. Perciò proseguo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Francesco Da Riva
“La tartaruga, un tempo fu, un animale che correva a testa in giù, come un siluro filava via, che mi sembrava un treno sulla ferrovia, ma avvenne un incidente, un muro la fermò, si ruppe qualche dente, e allora rallentò…” canta una vecchia canzone di Bruno Lauzi.
E così è accaduto con me, dai banchi di scuola, fino all’università e oltre, per intraprendere un cammino che mi ha portato a crescere professionalmente nel mondo delle vendite e delle strategie commerciali, fino ad occuparmi dell’integrazione dei processi di vendita all’interno di un gruppo multinazionale e poi, tutto d’un tratto, a fare i conti con la vita.
Mi muove la curiosità, mi salva la capacità di adattamento, sono tenace e fatico ad arrendermi, ma come la tartaruga ho scoperto che non sempre i muri fanno male davvero, anche se il primo impatto può essere drammatico, e che quando si alza la testa, cambia il panorama.
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