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Il Gioco del Tre di Cuori

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Consegna prevista Ottobre 2026
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Dopo il college a Los Angeles ed un rientro a Torino, Nicole è pronta a ripartire per l’adattamento cinematografico del suo primo romanzo. Ma una festa prima della partenza la riporta faccia a faccia con Edoardo, il cugino di Greta e il ragazzo con cui condivide un passato complesso e mai davvero chiuso.
Tra loro c’è un’estate che nessuno dei due ha mai dimenticato, fatta di litigi e provocazioni, che ha svelato quanto sotto quell’antipatia iniziale si nascondesse molto di più. Alla festa, Edoardo cerca un confronto, ma Nicole è ferma: ognuno deve andare avanti con la propria vita.
Così lui torna a Roma per formare la sua band, mentre lei vola a Los Angeles decisa a lasciarsi il passato alle spalle.
Lì incontra James, un ragazzo carismatico e riservato. James però nasconde un segreto che cambierà tutto, intrecciando i loro destini in un gioco dove l’amore non segue mai le regole.
Perché in amore, come in un mazzo di carte, basta una sola mossa per ribaltare l’esito della partita.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto il Gioco del Tre di Cuori, perché viviamo in un mondo in cui troppo spesso prevalgono violenza, odio e guerra, quando, invece, dovrebbe essere l’amore l’unica vera forza capace di muovere il mondo. Come scriveva Dante, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.
Oggi il romance è un genere spesso considerato superficiale. Ma io credo che raccontare l’amore, significhi parlare di umanità.
Spero con tutto il cuore che, chi mi legge, riesca a rispecchiarsi in almeno uno dei miei personaggi

ANTEPRIMA NON EDITATA

9

“Mi piace guardarti quando nessuno ti vede, mi piace la persona che sei solo con me.”

~Virginia Woolf~

Cinque anni prima.

Giugno

Nicole

È passata poco più di una settimana da quando sono arrivata qui. Edoardo non ha mai smesso di farmi la guerra, neppure per un giorno. Dopo l’episodio sul campo da tennis non ci siamo rivolti la parola per una settimana. Si è solo impegnato con tutto sé stesso a rovinare quei pochi momenti in cui riesco a restare sola con Andrea. Come se non fosse bastato l’episodio alla festa della scuola con Chris.

Comunque, nonostante tutto, ho imparato a ignorarlo, a non dargli il potere di rovinare le giornate con Mirko e Greta.

Certo, il fatto che sia il cugino di Greta è una scocciatura… ma non è una cosa che posso cambiare.

Quando rientro a casa sono da poco passate le due di notte. Io e Andrea abbiamo passato la serata al Luna Park e ci siamo divertiti come matti: siamo saliti sugli autoscontri, abbiamo provato a vincere un peluche e alla fine siamo saliti sulla ruota panoramica.

Lui parlava ed io ascoltavo, solo che una parte di me era altrove. Non saprei dire dove esattamente.

Ad un certo punto i suoi occhi sono scivolati sulle mie labbra. Ho capito subito che stava per farlo, stava per avvicinarsi. Io però mi sono voltata, fingendo di guardare il mare sotto di noi.

Non so bene il motivo. Andrea è bello, gentile, uno di quei ragazzi che sanno come farti stare bene. Eppure…al pensiero che mi baciasse, non ero contenta come avrei dovuto esserlo.

Come se qualcosa dentro di me, si fosse già spostato verso un’altra persona, senza chiedermi il permesso. E non voglio domandarmi chi sia la persona in questione, non ora per lo meno.

Giro piano la chiave nella toppa, cercando di non fare rumore.

Non so se stiano dormendo tutti o se qualcuno sia ancora in giro.

La casa è immersa nel buio. Mi tolgo i sandali per non fare rumore e attraverso il salotto avvolto nell’ombra. Poso il piede sul primo gradino delle scale, quello che scricchiola sempre.

«Non si saluta, qui?»

Mi parte un urlo strozzato.

La luce della lampada si accende di colpo rivelando Edoardo seduto sulla poltrona.
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«Ma sei impazzito?!»

«Non hai rispettato il coprifuoco» dice con la calma di chi crede di avere ragione.

«Non sapevo di averne uno.»

«Ora lo sai.»

«E chi è che se ne sta al buio in salotto come un maniaco?»

«Ti ho sentita arrivare. Volevo farti spaventare.»

«Complimenti, missione compiuta.»

Sto per girarmi e salire di sopra ma la sua voce mi blocca.

«Non mi racconti com’è andata la serata?»

«Molto bene, grazie.»

«Solo bene?»

«Cosa vuoi, i dettagli?»

Lui inclina appena la testa. «Mi basta sapere se ti sei divertita.»

«Perché, ti interessa?»

«No. Mi interessa solo apparire come il nipote responsabile agli occhi dei miei zii. Non montarti la testa.»

«Menomale, perché di padre ne ho già uno. Lui però non riesce a stare sveglio fino alle due di notte, gli occhi gli si chiudono prima.»

«Io stavo per uscire, in realtà.»

«Ah sì? E dove vai a quest’ora? A fare un’ispezione notturna sulla spiaggia?»

«Più o meno.» Mi lancia uno sguardo enigmatico. «Vieni?»

«Cosa? Adesso?»

«Andiamo. Tanto ormai non dormi più.»

«E dove?»

«Te lo faccio vedere.»

Attraversiamo il giardino in silenzio.

La sabbia è ancora tiepida, ci camminiamo sopra per qualche minuto finché lui si ferma davanti a una piccola duna.

«Eccolo» dice semplicemente, indicando il cielo. Sopra di noi si apre una distesa infinita di stelle. «Qui non arriva nessuna luce.»

«Ho notato» rispondo, indicando il suo iPhone con la torcia ancora accesa.

Sorride appena, poi la spegne.

Mi siedo e lui fa lo stesso. Per un po’ nessuno parla. C’è solo il rumore costante delle onde.

«Come sapevi che mi piacciono?» chiedo, guardando in alto.

«Ogni sera vieni in spiaggia ad osservarle» risponde piano. «E quando torni, sembri più serena. Meno sulla difensiva.»

«Non pensavo fossi un così abile osservatore.»

«Non lo sono, fidati. Ma è difficile non farlo, quando si ha davanti una persona che brilla quasi quanto loro.»

Mi volto verso di lui, sorpresa da quella sincerità improvvisa. Lui mi sta già guardando. Sembrava un complimento. Cioè se conosco ancora il significato delle parole, la frase che ha appena pronunciato è, a tutti gli effetti, un complimento.

Forse l’ha detto solo perché è talmente buio che non può vedere quanto mi abbia spiazzata.

O forse perché sa che, in questo buio, non riesco a decifrare il suo sguardo.

Sposto gli occhi da lui al cielo illuminato. Credo di essermi imbarazzata.

«Sai cosa si dice di chi guarda le stelle?» chiedo quasi senza pensare.

«Che, quando una persona le guarda, è come se stesse cercando di ritrovare la propria dimensione dispersa nell’universo.»

Resto a bocca aperta. L’ho chiesto convinta che non avrebbe saputo rispondere, e invece… «Non ci credo. Come lo sai?»

«E tu sai cosa si dice della musica Nicole?» ribatte. «Che ci insegna la cosa più importante: ascoltare. So che non si direbbe, ma io ascolto, Nicole.»

«Aspetta un attimo, sono confusa. Non pensavo ti piacesse la musica. E poi io non ti ho mai detto quella frase. Quindi cosa c’entra?»

Lo sento sorridere e lo guardo, mentre il riflesso argentato delle stelle gli disegna il profilo.

Che ne è stato di Edoardo Sanna?

Il vero Edoardo Sanna.

Quello arrogante, che mi provoca a ogni occasione, che mi fa uscire di testa con una parola.

Chi è questo ragazzo qui vicino a me? È come se, al buio Edoardo potesse permettersi di essere un’altra persona.

«Ehi, ehi, frena. Non ti darò tutta questa confidenza, ora non ti allargare» conclude lui.

«Sai che sei strano, vero?»

«Strano?»

«Sì. Un attimo prima fai il poliziotto del coprifuoco, e quello dopo mi porti a guardare le stelle e mi parli di musica come se fossi un poeta in incognito.»

Lui sorride di nuovo, gettando il capo all’indietro. «Forse lo sono.»

«Un poeta?»

«In incognito.»

Mi scappa una risata, ma non dura molto.

Perché il suo sguardo torna su di me, e all’improvviso non riesco più a muovermi.

Ok, sì. È ufficiale: mi sto imbarazzando.

Ma è perché mi guarda come se volesse leggermi dentro. E io non lo lascio fare a nessuno.

Men che meno permetterò che sia lui a farlo.

«Perché mi guardi così?» gli chiedo, a metà tra il sospetto e la curiosità.

«Sto cercando di capire come fai.»

«A fare cosa?»

«A non farmi pensare a nient’altro.»

Mi pietrifico. Il cuore manca un battito.

È la prima volta che lo sento dire qualcosa del genere, e per un istante temo di averlo solo immaginato. C’è qualcosa nei suoi occhi che non avevo mai notato prima. Qualcosa di sincero, di vero, che non so se voglio o posso affrontare. È Edoardo, Nicole. Ha una fidanzata. È impegnato. Sai bene com’è: agli uomini piace giocare a fare i cascamorti. Sarà senz’altro per questo. Meglio riportare la conversazione sulla piega che di solito prende quando io e lui ci parliamo.

«Dev’essere la mancanza di sonno» dico, più per proteggermi che per prenderlo in giro.

«Sì, dev’essere quello» replica lui, ma non distoglie lo sguardo.

Il mare si muove lento, e in quel silenzio sospeso mi accorgo che entrambi ci stiamo trattenendo dal fare o dal dire qualcosa.

Per un momento mi attraversa la mente l’idea di confessargli quanto mi sia piaciuto fin dal primo giorno.

Ma poi mi dico che non ha alcun senso. A che pro dirlo, ora? Ormai è acqua passata, è stato molto tempo fa, prima che scoprissi che aveva già una fidanzata e prima che diventasse così arrogante.

Lui si alza, si scrolla la sabbia dai pantaloni e mi tende una mano.

«Andiamo, prima che inizi a crederci davvero.»

«A cosa?»

«A questa versione di me.» La sua voce è quasi un sussurro, ma quando gli prendo la mano un brivido mi percorre la spina dorsale. Oh, no.

«Sai, non sei così insopportabile quando ti dimentichi di esserlo.»

«Tu però diventi pericolosa, quando smetti di alzare muri attorno a te. Perché mi dai l’occasione di conoscerti un po’ di più.»

Quella frase mi manda in tilt. Il cuore inizia a battere troppo velocemente. Non so se è l’ennesima frase che usano i ragazzi quando vogliono far credere ad una ragazza che gli piace o se è perché lo pensa davvero. Il problema è che, io vorrei che lo avesse detto perché lo pensa sul serio. Restiamo a guardarci ancora per un momento, con il rumore delle onde che si infrangono sul bagnasciuga che fa da sottofondo.

Poi ci incamminiamo verso casa senza dire altro.

Ogni tanto le nostre spalle si sfiorano, ma nessuno dei due si sposta.

E mentre saliamo i gradini del patio, penso che, se le stelle potessero parlare, direbbero che questa notte è stata una piccola, inaspettata scoperta.

Per tutto il tempo passato con Andrea, tra risate e giostre illuminate, non mi ero sentita così viva. Non avevo sentito il cuore battere forte come sta facendo ora. Non avevo sentito…niente, a dire il vero.

Però Edoardo non può farmi questo effetto, non può.

Vorrei prendergli la mano in questo istante e dirgli “Aspetta”.

«Aspetta.» Ok l’ho appena detto a voce alta.  Per fortuna mi sono trattenuta dal prendergli la mano però.

Lui si ferma, si gira piano verso di me. Si avvicina di un passo, aspettando che continui.

So che mi pentirò di quello che sto per dire, lo so. Ma non sarei io, se non lo dicessi.

«Andrea vorrebbe portarmi a fare un giro in moto» butto lì, fingendo disinvoltura.

Lui mi guarda, confuso. «E quindi?»

«Io… ho paura di salirci sopra. Ma tu ne guidi una, da anni. Mi faresti fare un giro, un giorno?»

È perplesso e per un istante si rabbuia. Poi si passa una mano tra i capelli e sospira. «Nicole, sono stanco. Parliamone un’altra volta, ok?»

Annuisco, cercando di dissimulare la delusione. «Certo. Hai ragione, è tardi.»

Faccio un passo verso la porta, ma prima che possa aprirla sento la sua voce alle mie spalle.

«Aspetta.»

Mi volto. «Hai detto che hai paura di salirci, con me non avresti paura lo stesso?»

Ottima osservazione. E adesso?

Lui si sposta verso di me, con un mezzo sorriso.

«È che tu mi sembri più esperto.» Improvviso, anche perché non posso dirgli che in realtà sono sicura che in sua presenza non potrebbe mai succedermi nulla.

«In effetti lo sono. Vai a metterti una felpa.»

Inarco un sopracciglio. «Adesso?»

«Di notte è il momento migliore per girare in moto.»

«Ma sono le tre passate.»

«Perfetto. Meno traffico.»

La sua voce è calma, ma i suoi occhi sono attraversati da una scintilla. Eccitazione, forse?

Lo fisso per un secondo, poi mi arrendo e sorrido.

«Ok, ma niente pazzie e se finiamo in commissariato, giuro che scarico tutta la colpa su di te.»

«Mi sembra equo» risponde, prendendo le chiavi appese vicino alla porta.

Un minuto dopo siamo fuori, l’aria profuma di salsedine.

Edoardo mi porge il casco. «Quindi ti fidi di me?»

«No.»

«Meglio. Così avrai un motivo per reggerti più forte.» Prendo il casco dalla sua mano, ma lui non lo lascia andare subito e le nostre dita si sfiorano.

Poi salgo dietro di lui, le mani esitano un attimo prima di trovare posto sui suoi fianchi.

Lui percepisce il mio tentennamento, quindi mi prende le mani e me le piazza attorno ai suoi fianchi e le tiene posate un istante in più prima di toglierle per metterle attorno al freno e all’acceleratore.

Il cuore mi batte di nuovo all’impazzata.

Il motore si accende mentre la notte ci inghiotte.

E mentre partiamo, capisco che forse è questo il vero Edoardo: riesce a farti perdere l’equilibrio ma in realtà ti sta già insegnando a volare.

Il rombo della moto rompe il silenzio. L’aria è fresca, tagliente, e il profumo di lui mi inonda le narici.

Stringo le braccia attorno al suo corpo mentre sfrecciamo tra le strade e il mondo comincia a sfumare.

All’inizio ho paura perché la strada si fa subito stretta, il vento mi sferza i capelli e ogni curva sembra una sfida.

Poi, piano piano, la paura lascia spazio a qualcosa di diverso. Mi sento leggera, spensierata, libera.

Ed è strano, perché con Edoardo ho sempre la sensazione opposta: quella di perdere il controllo, di non riuscire a respirare davvero.

La moto scivola lungo la costa, e la ruota proietta piccole scintille quando sfiora la ghiaia.

Edoardo non dice nulla, ma ogni curva presa con sicurezza è il suo modo silenzioso per dirmi: fidati di me.

E io lo faccio.

Lo faccio davvero, almeno qui, ora.

Le mie mani, all’inizio rigide, si rilassano. La mia fronte sfiora la felpa che indossa e nonostante il rumore del motore, sento il battito regolare del suo cuore quando mi lascio andare e poggio la mia guancia alla sua schiena.

Dopo un po’, lui rallenta e accosta sul ciglio di una scogliera dove il mare sotto di noi è una distesa nera e immensa.

Spegne il motore.

«Com’è andata?» chiede, senza voltarsi, togliendosi il casco con quel gesto naturale e un po’ spavaldo che lo contraddistingue.

Diamine, perché deve essere così bello anche quando non ci prova?

La luce della luna gli disegna i contorni del viso, i capelli castano scuro gli ricadono morbidi sulla fronte, e nonostante la felpa si intravedono le spalle larghe e il profilo deciso.

«Terrificante» rispondo, anche se non lo è stato per niente.

Sorride appena. «Sì, lo so. Hai urlato due volte.»

«Solo perché hai preso quella curva come un pazzo.»

«Quella la chiami curva?»

«Beh, era più un tornante» ribatto.

«Eppure sei sana e salva» quelle parole celano un velo di provocazione.

Lo guardo, ma non riesco a rispondere.

Ha quell’espressione strana che non so decifrare: metà ironica, metà seria.

«Sai» mormora dopo un po’, «quando sei salita dietro di me… ho pensato che per la prima volta ero felice di non essere da solo in moto.»

«Ah sì?»

«Sì. La moto è l’unico posto dove preferisco stare solo con me stesso. Se ci sale qualcun altro, è come se invadesse quello spazio, quindi non porto mai nessuno.»

«Nemmeno Emma?» quella domanda mi scappa, prima ancora di realizzare che è una richiesta stupida, inopportuna e che soprattutto non dovrebbe importarmi.

«Scusa… non sono affari miei» cerco di correre ai ripari, ma è tardi.

Lui non risponde. Si limita a fissare l’orizzonte, appoggiato alla staccionata in legno che fa da cornice alla strada.

Appoggio anche io le mani alla staccionata e mi sporgo leggermente. Le nostre dita sono ad un soffio di distanza. E i mignoli quasi si sfiorano.

Il mare si muove lento, e il silenzio tra noi è fitto.

Ad un certo punto Edoardo abbassa lo sguardo e mormora: «Nicole, devo dirti una cosa.»

Si fa serio all’improvviso, e non appena pronuncia quelle parole, nella mia mente si accavallano mille ipotesi.

Una parte di me vorrebbe che mi dicesse che anche lui si è sentito strano, la prima volta che mi ha stretto la mano a casa di Greta. Che l’ho messo in crisi, che l’ho mandato in confusione, perché è esattamente quello che lui ha fatto a me.

«Dimmi» riesco a sussurrare.

«Quella sera alla festa di quarta superiore, quando ti ho trascinata fuori a forza dalla pista…» Fa una pausa. E quel silenzio basta a far accelerare di nuovo il mio cuore.

Non di nuovo, ti prego. Sta calmo. È solo Edoardo. Il cugino di Greta.

«Non l’ho fatto per rovinarti la serata» continua, con la voce più bassa mentre inchioda i suoi occhi nei miei. «E nemmeno per fare il geloso, anche se so che è quello che hai pensato.»

Lo guardo, cercando di decifrarlo. «E allora perché?»

Inspira piano, come se stesse decidendo se dire o no quello che ha in mente. Poi distoglie lo sguardo e si passa una mano tra i capelli, visibilmente combattuto. Inspira piano e torna a fissare l’orizzonte.

«Perché quel tipo, Chris, non voleva solo baciarti. Avevo sentito cosa diceva ai suoi amici poco prima in bagno. E non avrei mai potuto restare fermo a guardare.» Scuote la testa, come se volesse cancellare quell’immagine.

«Lo so, non avevo nessun diritto di intervenire. Ma quella sera, quando ti ho vista ballare, ho capito che… non lo so. Che se qualcuno ti avesse fatto del male, non me lo sarei mai perdonato.»

Il cuore mi scivola nello stomaco. Non so cosa rispondere, e non so se voglio rispondere.

Resto immobile, fissando la linea sottile del mare che si fonde col cielo.

In che senso?

Mi sta parlando come un fratello maggiore o si sta preoccupando per me in un modo che non vuole ammettere?

Dovrei chiederglielo? No, Nicole, meglio di no.

«Ma io non sono Greta» azzardo infine, «non hai nessuna responsabilità su di me.»

Nonostante, io voglia capire realmente le sue intenzioni, in qualche modo bisogna pur uscire da questa conversazione che, per quanto mi piaccia, sta diventando davvero scomoda.

«Lo so.»

Sposta leggermente la mano ed è allora che i nostri mignoli si sfiorano appena. E quel piccolo movimento basta a far salire la tensione. Cerco di non guardarlo ma con la coda dell’occhio vedo che lui sta guardando le nostre mani.

«Accetti le mie scuse, però?» Domanda poi incrociando il mio sguardo e spero che non ci legga tutto il caos che ho dentro perché sarebbe disastroso.

Vorrei chiedergli se è davvero sicuro di non aver provato nemmeno un briciolo di gelosia, ma mi ripeto per l’ennesima volta che devo smetterla.

Non deve interessarmi.

Non.

Deve.

Interessarmi.

«D’accordo. Accetto le tue scuse.»

«E ora dovresti sapere anche un’altra cosa» dice poi.

«Quale?»

«Che se anche adesso mi chiedessi di riportarti a casa, non lo farei. Perché non voglio ancora che questa notte finisca.»

«Non credo sia u…»

Mi zittisce con un dito, sfiorandomi appena le labbra.

Il contatto è leggero, quasi impercettibile, ma mi si blocca il respiro.

«Godiamoci questo momento, ok?» sussurra. «Poi, quando torneremo a casa, saremo di nuovo Nicole e Edoardo di sempre. Quelli che non si sopportano e che convivono a malapena e nessuno saprà di questa notte.»

Vorrei dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma le parole mi muoiono in gola.

Nessuno saprà che cosa? Che è la prima volta in cui l’ho visto davvero per il ragazzo che è? Perché io so che Edoardo è così. L’ho sempre saputo, fin dalla prima volta in cui ci siamo conosciuti. È solo che poi, non so bene come, abbiamo iniziato a farci la guerra. Ora però mi è chiaro il perché: forse ci basta uno sguardo per capirci al volo e questo ha sempre spaventato entrambi.

Lui torna a guardare la distesa nera che si apre davanti a noi, e io faccio lo stesso.

Solo che, questa volta, il silenzio tra noi è diverso. Non mi pesa più. Potremmo restare così per tutte le ore che ci separano dal sorgere del sole ed io sarei felice. Ed è allora che capisco che, l’unica cosa che mi spaventa, adesso, è ciò che potrei davvero iniziare a provare per lui.

2026-01-26

Aggiornamento

Ciao a tutti fidati sostenitori, ieri abbiamo superato le 100 copie vendute! Non so cosa dire, sono davvero molto molto contenta. Soprattutto perché sono passati appena 10 giorni da quando si è aperto il preordine del Gioco del Tre di Cuori ! Grazie per tutto l'affetto dimostratomi. Continuiamo così. Ad maiora
2026-01-19

Aggiornamento

Ciao amici sostenitori, grazie per tutto l'affetto dimostratomi nelle primissime 48 ore dal lancio del Gioco del Tre di Cuori. Abbiamo già venduto le prime 60 copie. Vi ringrazio per la fiducia. Ad maiora. Spero di potervi aggiornare prestissimo per il raggiungimento di un nuovo traguardo!

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Elena Quinterno
Elena Quinterno nasce a Torino il 4 aprile del 1996, città dove tutt’ora abita. Scrivere è da sempre la sua passione, anche se non lo fa di professione.
Le storie vivevano in lei, prima che potesse metterle su carta e con questo primo romanzo ha scelto di dare forma a un mondo interiore che da tempo chiedeva spazio.
Nel suo romanzo porta un po' di Los Angeles, città che ha conosciuto in un viaggio e che le ha fatto credere che tutto fosse possibile. Ma soprattutto porta un tema che sempre più spesso accomuna tutti: il difficile cammino che si deve intraprendere per imparare di nuovo a fidarsi, quando il tradimento arriva da chi dovrebbe amarti incondizionatamente.
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