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Il Killer del Dado

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Consegna prevista Gennaio 2027
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Brescia è avvolta da pioggia e silenzi quando una serie di omicidi rituali sconvolge la città. Su ogni scena del crimine, un dettaglio inquietante: un dado. Non è un gioco. È un countdown.
L’ispettore Andrea Fabbri e la vice Giulia Montini inseguono un assassino metodico, lucido, che uccide senza fretta e lascia dietro di sé simboli carichi di significato. Le vittime hanno tutte qualcosa in comune, un legame sepolto nel passato che qualcuno ha deciso di riportare alla luce nel modo più crudele possibile.
Mentre i numeri aumentano e la tensione cresce, l’indagine si trasforma in una corsa contro il tempo. Perché il killer non cerca solo vendetta: vuole essere visto, compreso, ascoltato. E soprattutto, vuole arrivare fino in fondo al suo gioco.
“Il killer del dado” è un thriller cupo e incalzante, dove nulla è casuale e ogni scelta ha un peso. Un viaggio nella mente di un assassino e nelle zone d’ombra della giustizia, fino a una verità che potrebbe essere più vicina di quanto sembri.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è nato per dare continuità a un sogno: far conoscere le mie storie e trasformare la scrittura in qualcosa che vada oltre la pagina. “Il Killer del dado” non è solo un’opera narrativa, ma un gesto concreto. Per questo ho deciso di donare il 50% degli introiti al reparto di oncologia pediatrica degli Spedali Civili di Brescia, con l’idea che le parole possano diventare aiuto reale, speranza e sostegno per chi affronta le battaglie più difficili.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prefazione 

Brescia. Pioggia, nebbia e silenzio accompagnano una scia di omicidi che sconvolge la città.
Un uomo viene trovato morto in un magazzino abbandonato: un colpo al cuore, una spilla con lo stemma del Comune conficcata nel petto e un dado con il numero uno rivolto verso l’alto. È solo l’inizio di una serie di delitti meticolosi e rituali.

L’ispettore Andrea Fabbri, poliziotto esperto ma tormentato, e la viceispettrice Giulia Montini si trovano di fronte a un assassino che trasforma la giustizia in un gioco di numeri. Ogni scena del crimine aggiunge un tassello, ogni dado una nuova vittima.
Le indagini rivelano che le persone uccise sono tutte legate da un segreto comune, un’antica decisione presa anni prima all’interno di una commissione comunale.

Mentre la tensione cresce e la città sprofonda nel terrore, Fabbri scopre che dietro la precisione di quegli omicidi si nasconde una vendetta personale: un ex soldato delle forze speciali, creduto morto in missione, ha ottenuto una nuova identità.

Destreggiandosi nel nuovo lavoro con la nuova identità , il killer pianifica meticolosamente ogni omicidio.

Nel finale a sorpresa, la verità esplode con la forza di un colpo di pistola: il killer non è un’ombra, ma qualcuno che Fabbri conosce bene.
Il dado lanciato per l’ultima volta segna la fine del gioco… e l’inizio di una resa dei conti che nessuno potrà dimenticare.

Un thriller teso, psicologico e viscerale dove nulla è lasciato al caso, e ogni scelta ha il peso di una condanna.

 Il Killer del Dado

Capitolo 1 – Il dado numero uno

La pioggia cadeva fitta sulle strade di via Milano, periferia ovest di Brescia. L’acqua colava lungo i marciapiedi sconnessi, e le luci al neon di un bar all’angolo si riflettevano nelle pozzanghere, distorcendo i contorni delle cose come in un sogno febbrile. Il vento soffiava tra i palazzi grigi, portando con sé l’eco distante di clacson e sirene. Davanti a un vecchio magazzino abbandonato, un nastro bianco e rosso ondeggiava leggero, segnando il confine tra la vita normale e l’orrore.

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Andrea Fabbri, ispettore con anni di servizio alle spalle, scese lentamente dall’auto, come se ogni movimento fosse ponderato, misurato dal peso dei ricordi. La pioggia cadeva sottile ma ostinata, tamburellando sul tettuccio della vettura e insinuandosi sotto il colletto del suo impermeabile logoro. Aveva cinquant’anni, forse qualcuno in più impressi nelle rughe ai lati degli occhi; una barba brizzolata curata di recente incorniciava un volto che il tempo e le indagini avevano reso severo.

Il suo sguardo, scuro e profondo, era quello di chi aveva visto troppi cadaveri per lasciarsi ancora turbare dal prossimo. Eppure, dietro quell’apparente freddezza, si intravedeva una stanchezza sottile, quasi un rimpianto che non aveva più nome.

Si tolse il cappello inzuppato e alzò lo sguardo verso la facciata sbrecciata dell’edificio. L’acqua colava lungo i muri scrostati, tracciando linee irregolari sulla superficie gonfia di muffa. Un tempo doveva essere stato un deposito industriale — forse di vernici o di macchinari — ora era solo un relitto urbano, un rifugio per ruggine, silenzio e abbandono.

Il vento faceva sbattere una lamiera da qualche parte sul retro, un suono metallico che sembrava un lamento. Fabbri inspirò lentamente, il respiro denso di odore di pioggia e ferro, poi fece un passo avanti, con la calma rassegnata di chi sa che, dietro ogni porta marcia, si nasconde sempre la stessa verità: quella che nessuno vuole davvero vedere.

“È qui dentro,” disse una voce ferma alle sue spalle.

La vice ispettrice Giulia Montini si avvicinò sotto l’ombrello, avanzando con passo deciso tra le pozzanghere che riflettevano luci giallastre dei lampioni. Il suo sguardo, tagliente e lucido, sembrava fendere la pioggia come una lama. Aveva da poco compiuto quarant’anni, ma li portava con la compostezza di chi non ha tempo per compiacersi del proprio riflesso. I capelli, tirati in uno chignon pratico, lasciavano scoperto un viso dai lineamenti netti, tesi, segnati da una concentrazione costante che non concedeva spazio all’indulgenza.

L’impermeabile beige, ormai fradicio d’acqua, le aderiva alle spalle come una seconda pelle, macchiato di scuro lungo l’orlo. Ogni suo gesto era controllato, efficiente, ma dietro quell’apparente calma si percepiva una tensione nervosa, un’elettricità sottile che animava ogni movimento.

Nonostante la stanchezza evidente — le notti in bianco, i rapporti letti di corsa, le telefonate all’alba — i suoi occhi azzurri brillavano ancora di una lucidità ferma, quasi spietata. In quella luce c’era qualcosa di ostinato, un’intelligenza vigile che non si lasciava distrarre da nulla, nemmeno dal freddo o dalla pioggia.

Quando raggiunse Fabbri, si limitò a un cenno. Nessuna parola superflua: tra loro parlava già abbastanza il silenzio, rotto solo dal rumore sordo delle gocce che cadevano sui tetti sfondati del vecchio capannone.

“Giulia,” salutò Fabbri con un cenno del capo. “Che abbiamo?”

“Un uomo. Sulla quarantina. Matteo Stabilo.Custode di una ditta logistica.Ex dipendente comunale licenziato per negligenza. Nessun segno di effrazione. Nessun testimone. Ma c’è qualcosa di… inquietante.”

Fabbri varcò la soglia del magazzino, e l’odore lo investì come un pugno: un misto acre di ruggine, legno marcio e umidità stagnante che sembrava impregnare ogni cosa, persino l’aria. Fece qualche passo, il rumore sordo delle suole che affondavano in una poltiglia di polvere e acqua sporca. Il suo respiro formava piccole nuvole di vapore nell’aria fredda, e per un istante pensò che quel posto somigliasse a una bocca aperta, in attesa di inghiottire chiunque vi entrasse.

Il pavimento era disseminato di detriti — frammenti di vetro, pezzi di cartone disfatto, vecchie scatole ormai ridotte a una poltiglia marrone che si disfaceva sotto i passi. Da qualche parte gocciolava costantemente dell’acqua, un ritmo lento e inesorabile che scandiva il silenzio come un orologio invisibile.

Le luci portatili, sistemate dagli agenti della scientifica, gettavano coni di luce cruda sulla scena del crimine. Era una luminosità innaturale, fredda, che spezzava il buio senza dissiparlo del tutto, come se ogni angolo cercasse comunque di nascondere qualcosa. Le pareti scrostate riflettevano quella luce con riflessi pallidi, disegnando ombre lunghe e distorte che si muovevano al minimo accenno di vento.

Fabbri avanzò lentamente, gli occhi che scorrevano attenti su ogni dettaglio, abituati a distinguere ciò che contava in mezzo al caos. Ogni passo lo portava più vicino al cuore della scena — e più lontano dalla possibilità di restarne indifferente.

Il corpo era seduto su una vecchia sedia da ufficio, una di quelle con la base in metallo e le rotelle ormai bloccate dalla ruggine. La sedia pendeva di lato, come se qualcuno l’avesse spinta con forza durante l’ultimo, inutile tentativo di resistenza. Il pavimento attorno era chiazzato di impronte confuse, ombre di passi e schizzi asciugati che raccontavano una storia che nessuno voleva ascoltare.

Le mani del cadavere pendevano lungo i fianchi, immobili, le dita rilassate in una posa innaturalmente pacifica — troppo pacifica. Le palme, rivolte in avanti, sembravano un gesto sospeso tra la resa e la supplica. Gli occhi, spalancati e vitrei, fissavano un punto nel vuoto con l’ostinazione di chi ha visto qualcosa di troppo tardi, qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.

La pelle del viso aveva assunto quella tonalità livida che solo la morte riesce a dare: un pallore tirato, quasi ceruleo, attraversato da un sottile rivolo di sangue secco che scendeva dalla tempia sinistra fino alla mascella, tracciando una linea scura sulla guancia. Intorno alle labbra, il colore si era ritirato, lasciando un alone grigiastro che si perdeva nella barba incolta.

Indossava ancora la divisa da lavoro, una giacca blu scolorita, con il logo della ditta ridotto a un’ombra sfilacciata sul petto. Sul tessuto, al centro del torace, una chiazza scura si era allargata come una ferita ancora aperta, una macchia che aveva divorato il colore fino a spegnerlo. Il foro era netto, preciso: un colpo solo, sparato da vicino, senza esitazione.

Fabbri si chinò lentamente, l’odore metallico del sangue secco gli salì alle narici, mescolandosi a quello di muffa e ferro. “Morto all’istante,” pensò, ma nel modo in cui lo pensò c’era più amarezza che certezza. Nessuno muore davvero all’istante — c’è sempre un momento, infinitesimo e crudele, in cui il corpo capisce di non esserci più.

L’ispettore restò lì per qualche secondo, in silenzio, a guardare quel volto che sembrava ancora in attesa di una risposta. Fuori, la pioggia continuava a battere sui vetri rotti, come dita impazienti che bussavano per entrare.

“Colpo al petto, diretto al cuore,” commentò Giulia, avvicinandosi al cadavere. “E poi un’incisione sulla tempia sinistra. Come se volesse aggiungere una firma.”

Accanto al piede della sedia, su una lastra di metallo arrugginita che rifletteva appena la luce delle lampade portatili, qualcosa catturò l’occhio di Fabbri. Un piccolo oggetto, minuscolo ma fuori posto in quell’ambiente di polvere e morte, brillava con una discrezione ostinata. Si chinò lentamente, lo sguardo fisso su quel bagliore bianco che rompeva la monotonia grigia del pavimento.

Era un dado. Un comune dado da gioco, di plastica liscia, consumato agli angoli. Il numero uno era rivolto verso l’alto, inciso con precisione, come una ferita nera sul bianco pallido della superficie. Intorno, il resto era buio, e quel piccolo cubo sembrava un frammento d’innocenza smarrito nel posto sbagliato — o un messaggio lasciato da qualcuno che sapeva esattamente cosa stava facendo.

Una goccia d’acqua cadde dal soffitto e colpì il dado, facendolo vibrare appena, quel tanto che bastava per far sembrare che volesse cambiare faccia, ma poi restò lì, immobile, con quell’uno ostinato che brillava come un monito.

Fabbri rimase immobile per un istante, il respiro sospeso. In tanti anni di indagini aveva imparato che i dettagli più insignificanti erano spesso quelli che urlavano più forte. E quel dado, in quel luogo dimenticato, urlava qualcosa — una storia che ancora non aveva voce, ma che prometteva di farsi sentire presto.

Marco Valentini, il tecnico della scientifica, era accovacciato accanto al corpo, la fotocamera sul treppiede e i guanti già sporchi.

‘’ il dado è pulito, come appena uscito da una scatola da gioco. Nessuna impronta. Nessun residuo.”

Giulia si avvicinò lentamente al dado. Si chinò per guardarlo meglio, senza toccarlo. “Sta giocando, ispettore. Ma non con la vittima. Con noi.”

Fabbri si strinse nel cappotto, rabbrividendo per il freddo che sembrava uscire dalle pareti. “Il primo. Come se fosse l’inizio di qualcosa.”

“E se fosse proprio così?” disse Giulia. “Un messaggio. Un ordine. Uno, due, tre… chi sarà il prossimo?”

Valentini si alzò e scattò un’ultima foto al volto del morto. “È metodico. Ma anche teatrale. Vuole essere visto.”

L’ispettore annuì. “E noi glielo stiamo permettendo.”

Una goccia d’acqua cadde dal soffitto, rompendo il silenzio come un colpo secco. Fuori, la pioggia batteva con più forza, come se la città tentasse invano di lavare via il sangue e i segreti.

Fabbri si voltò verso l’uscita. “Mandate il corpo all’obitorio. Voglio l’autopsia entro domani mattina. Il dottor Quadri ci dirà se c’è qualcosa di diverso… o di peggio.”

Giulia lo seguì, incerta. “Crede davvero che sia solo l’inizio?”

Andrea si fermò sulla soglia. Guardò il dado per un lungo istante. “Ne sono certo. E il killer lo sa.”

Da qualche parte, nella pioggia che avvolgeva Brescia, qualcuno aveva appena tirato il primo dado. E la partita era cominciata.

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Stefano Zanola
Zanola Stefano, nato a Brescia il 24 marzo 1980. Sono sposato con Jenny e padre di Leonardo, nato nel luglio 2019. Diplomato come perito aeronautico, lavoro come impiegato bancario dal 2001, un ruolo che svolgo con serietà e senso di responsabilità. Parallelamente coltivo la passione per lo sport : sono allenatore delle categorie U6 e U8 del Botticino Rugby Union, un’esperienza che rafforza la mia attenzione verso i più giovani e il valore del lavoro di squadra. Ho una forte sensibilità per il sociale, che considero parte integrante della mia crescita personale. Amante della lettura, negli anni mi sono avvicinato alla scrittura, ispirato da autori come Connelly, Deaver, Marsons, Regan e Weaver. Questo percorso mi ha portato alla pubblicazione del mio primo libro, L’orologiaio. Oggi continuo a scrivere, con la speranza e la determinazione di dare presto vita ad una seconda opera.
Stefano Zanola on Instagram
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