Positano, primavera, la stagione più liminale per un posto di mare. L’estate non brucia ancora, le strade si svuotano dopo il tramonto, il tempo lo fanno la risacca e il campanile. Vittorio Santagata, un annoiato professore di filosofia, vive tra l’università, il teatro, qualche amico che è rimasto. Nonché, di notte, un passatempo diabolico. Ma una sera, nella persona di una donna venuta dal nord, la vita gli presenta il conto. Il resto è una corsa contro il tempo, un duello con un giovane sostituto procuratore per fare giustizia – per capire cos’è giustizia – nell’umano, troppo umano intreccio dei protagonisti.
Perché ho scritto questo libro?
Da millenni il racconto del male balla sulla stessa musica: facili moralizzazioni o una complice accondiscendenza. Serve un altro tempo, più lento, per orientarsi in un mondo di violenza sistemica, quotidiana, fruita a bocconi indigesti. Serve un altro senso, fragile, fortissimo, personale. Perché ciascuno di noi è un mistero come Vittorio. Perché siamo stretti in bocca al tempo come denti da latte, e il movimento di ognuno si porta dietro tutti gli altri: per il principio di interscambio.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Sabato 22 aprile, prestissimo.
Più tardi quel venerdì Vittorio si fece una frittata e se ne andò a dormire.
Al mattino del sabato si svegliò presto comunque. Scaldò la moka e accese sul telegiornale. Aveva comprato un televisore di ultima generazione, ma era sempre spento perché Vittorio non lo sopportava; era uno di quelli che si accendono in automatico quando ci passi davanti. Fece un’eccezione perché ci teneva a tenersi informato. Soprattutto quel sabato.
La giornalista delle sette annunciava che a Ravello, un paio di ore prima, era stato trovato un cadavere, proprio davanti al ceramista. Una donna di trentadue anni. Del nord. La posizione del corpo e la ferita alla nuca avevano subito escluso il suicidio. Uccisa in strada, niente a che fare con il negozio di ceramiche; escluso anche il movente di rapina, perché il locale era intatto e protetto da un allarme attivo.
Ora, nel sentire una cosa del genere al nostro tremarono le mani e le gambe. Vittorio Santagata, s’è detto, non sopportava che il nuovo televisore si accendesse da solo quando ci passava davanti. Aveva dentro un sensore di movimento, e prima che lui potesse desiderare di vedere qualcosa si ritrovava una carrellata di proposte già pronte, neanche il tempo di farsi venire la voglia; lui era uno a cui piaceva farsi venire la voglia, crogiolarsi nella voglia, assecondarla. Ma il nuovo televisore gli sbatteva davanti quelle soddisfazioni facili per miserabili per cui pagano tutti volentieri. A lui la soddisfazione piaceva primordiale. Alla vecchia maniera. Forse il buon Vittorio non era pronto ad essere un uomo del futuro. Nell’epoca degli apparecchi intelligenti la gente come lui sta passando di moda: così lapubblicità sconfisse gli assassini seriali.
Vittorio Santagata si sentiva sconfitto, ed era un assassino seriale.
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