Da quando è riemerso da quell’incidente in mare, la notte non lo lascia più dormire. Simone si sveglia alle 03:00 esatte. Sempre lo stesso incubo: un buio liquido, una voce spezzata, un “mi dispiace” che lacera il silenzio. La memoria prima dell’impatto è svanita. La sua infanzia è una terra che non sa più raggiungere. Intanto il mare, che un tempo era casa e rifugio, ora gli appare come un confine: familiare, ma inaccessibile.
Cosa ha perduto davvero? Un ricordo? Una parte di sé? O qualcosa di cui ignorava l’esistenza?
Tra terapia, legami che nascono senza chiedere permesso e un viaggio che lo riporta vicino all’acqua che teme, Simone capirà che non tutti i vuoti parlano di ciò che è stato.
A volte raccontano ciò che non è mai accaduto.
Un romanzo sulle origini che cerchiamo, sulle verità che la mente protegge, sul silenzio che resta — e sul perdono che ci libera.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro per dare voce a un’assenza che non ha mai smesso di respirare dentro di me.
Non appartiene al passato, né al presente: è un luogo sospeso, un confine che ho imparato ad abitare.
Ho scritto per riconciliarmi con ciò che non ha avuto tempo, con ciò che è rimasto possibilità.
E per tutte le donne che conoscono il peso di ciò che resta anche quando nulla, in apparenza, è accaduto.
Perché alcuni silenzi non sono vuoti: sono nomi che non si possono dire.
ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO 1
Fissa l’orologio digitale sul comodino. Le 03:00 esatte. Il puntino rosso lampeggia lento, regolare, come un cuore distante che non gli appartiene. Ogni pulsazione è un richiamo, un monito, il segno che il tempo scorre anche mentre lui resta immobile, prigioniero di un ciclo che non riesce a spezzare.
Il fiato gli esce breve e spezzato, come piccole onde che si infrangono troppo presto sulla riva, senza la forza di proseguire. La schiena è bagnata di sudore, e il lenzuolo gli aderisce alla pelle con la consistenza di un involucro estraneo. Non è più il suo letto, non è più un rifugio: è una trappola che lo avvolge notte dopo notte, testimone silenzioso della sua incapacità di dormire.
«Ancora quel sogno» pensa, con un filo di rabbia che gli brucia in gola.
Un sapore metallico gli si è incollato alla lingua. Tossisce piano, strozzato, e si rende conto di avere la gola arida come sabbia. C’è anche un ronzio, sottile e costante: non sa se provenga dal frigorifero in cucina o se sia il sangue che martella nelle sue orecchie. Da mesi non distingue più i suoni reali da quelli che la mente gli partorisce nel dormiveglia.
Si tira su a sedere con uno scatto, troppo rapido. Il mondo gira, le pareti sembrano stringersi attorno a lui. Resta immobile, le mani appoggiate sulle ginocchia, fino a che il respiro non riprende un ritmo più umano. Inspira contando mentalmente fino a quattro, espira contando fino a sei. Ripete. Ancora. Ancora. È il suo unico rituale di sopravvivenza, un trucco imparato chissà quando, forse in un momento della sua vita di cui ora non ha memoria.
Il suo sonno è costantemente disturbato da quell’incubo che non lo lascia da un anno. Sempre lo stesso, come un graffio inciso in profondità. Nel sogno è immerso in un liquido scuro, privo di colore, privo di tempo. Non vede, non sente suoni. Eppure, percepisce tutto: la pressione che lo avvolge come un grembo, l’assenza di peso, la morbidezza di un confine che lo sostiene senza mai stringerlo davvero. Lì dentro non esistono parole, non esiste memoria. È come tornare a un “prima”, a un mondo in cui il linguaggio non ha ancora nome né necessità.
La sua pelle diventa orecchio, l’epidermide retina. Ogni poro assorbe il buio e lo trasforma in pace. Paradossalmente, in quel nulla abita la serenità più pura che abbia mai conosciuto: la sensazione di completezza, come se ogni frammento del suo essere trovasse posto in un mosaico perfetto, senza incrinature, senza mancanze.
Eppure, ogni volta, quella quiete si spezza. All’inizio è una vibrazione lontana, impercettibile, come il primo brivido di una tempesta sotto un cielo sereno. Poi un rumore secco, inconfondibile: il vetro che si incrina. Una crepa invisibile che si allarga troppo in fretta. Allora qualcosa lo afferra, lo tira via. Un gancio nella schiena lo strappa dall’abbraccio del liquido. La pressione cambia, il corpo si lacera in contorni netti, brutali. La gravità lo reclama, lo precipita a sé.
L’aria lo investe come una lama gelida, gli entra nei polmoni senza chiedere permesso, tagliandolo dentro. Ogni volta, la stessa sequenza: pace, frattura, panico, vuoto.
E ogni volta, gli occhi che si aprono nel sogno e nel letto. La realtà che lo afferra al collo.
Simone si alza dal letto, le gambe molli, le pantofole trascinate sul parquet. La cucina lo accoglie con un’immagine disordinata e ostile. Ogni oggetto gli appare fuori posto: un piatto dimenticato nel lavello con un anello di sugo rappreso, tre tazze sbeccate disposte vicine come cospiratrici, una sedia storta. La tovaglia porta la macchia marrone di un caffè versato giorni prima. Sul frigorifero, una calamita rossa a forma di corallo: un souvenir qualunque, comprato anni prima, non ricorda nemmeno quando. Adesso gli sembra una provocazione. Il mare entra ovunque, anche dove non è invitato.
Apre il frigo e afferra una bottiglia di tè al limone. Beve a lunghi sorsi direttamente dal collo, senza respirare. Il freddo gli brucia il palato, ma la sete non si placa. Più che sete è un bisogno di riempire il vuoto che lo divora dall’interno.
Appoggia la bottiglia, chiude gli occhi, lascia che la testa gli cada all’indietro. Le braccia tremano appena, un tremore sottile, da febbre bassa o da rientro in atmosfera. «Devo sistemare» mormora. Lo dice come una promessa rivolta a sé stesso, sapendo già che non la manterrà. Lo ha ripetuto altre volte, nelle stesse condizioni, con lo stesso tono, e non è cambiato nulla.
Attraversa il corridoio e spinge la porta del bagno. La lampadina, economica e stanca, diffonde una luce giallastra. Lo specchio ha un alone d’acqua incollato al bordo destro, un arco lattiginoso che deforma i riflessi. La doccia gocciola a intervalli regolari, come un metronomo difettoso. Perché non ha mai cambiato la lampadina? Forse perché quella luce fioca è lo specchio stesso della sua esistenza: un’intensità appena sufficiente per non scomparire del tutto, ma troppo debole per essere visto davvero.
Il bagno gli restituisce un’altra metafora che non vuole più decifrare. Il volto riflesso nello specchio è un’ombra che finge di avere contorni. Due borse bluastre sotto gli occhi, le pieghe dure della stanchezza attorno alla bocca. Si avvicina quasi fino a sfiorare il vetro, come se volesse attraversarlo. Si sciacqua il viso con acqua gelida. L’acqua scivola lungo la nuca, penetra nelle spalle contratte, e per un istante le scioglie. Si toglie la maglietta sudata, e l’odore acido lo colpisce con violenza, come uno schiaffo.
Entra sotto la doccia senza aspettare che l’acqua diventi calda. Il primo getto lo trafigge, toglie il respiro. Poi lentamente, come un compromesso, il calore prende il sopravvento. Resta fermo, immobile, cercando di allineare il respiro al ritmo delle gocce che scivolano lungo il vetro. Inspira contando quattro, espira contando sei. Di nuovo.
Galleggio.
Il pensiero compare da solo, ostinato. «Là dentro galleggiavo.»
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Chiude l’acqua, resta un istante con le mani sulle piastrelle fredde, gli occhi serrati. Il silenzio del bagno è ingannevole: pieno di piccoli rumori. Lo scolo che gorgoglia, il frigorifero in lontananza, una macchina che frena nella strada sotto, il fruscio leggero della carta igienica. Quando riapre gli occhi, la condensa sullo specchio ha lasciato una chiazza più chiara, un contorno indefinito. Sembra un’isola disegnata per sbaglio su una mappa.
Si asciuga in fretta, indossa una t-shirt pulita e pantaloncini. Torna in cucina, esita davanti al frigo, ma alla fine sceglie un bicchiere d’acqua. Il tè non basta mai. L’acqua è semplice, diretta, più vera.
Il salotto lo accoglie con la sua nudità. Le mensole quasi vuote ospitano solo quattro libri di oceanografia, un manuale di immersione, una guida tascabile — Coralli del Mediterraneo — e un vaso senza fiori. La parete spoglia ha due chiodi solitari, testimonianza di quadri mai appesi o tolti troppo presto. La panca ai piedi del letto è invasa da vestiti: calzini spaiati, mutande arrotolate, magliette stropicciate. Il tavolino basso porta al centro una bruciatura rotonda, il ricordo inciso di una pentola appoggiata con disattenzione. Tutto sembra un inventario in disfacimento, un catalogo di mancanze.
Si avvicina alla finestra. Scosta appena la tapparella, quel tanto che basta per intravedere le strade di Chioggia. A quell’ora, la città ha un respiro proprio: pochi taxi in movimento, un’ombra che corre con il cane, il riflesso dell’unico lampione rimasto acceso tremolante sull’acqua dei canali. L’odore salmastro, mescolato a ferro e alghe, penetra attraverso le fessure. Quell’odore è casa. O almeno, lo era stato. Ora gli procura una fitta precisa sotto lo sterno, un dolore sottile, quasi impercettibile ma costante.
«Perché mi fai paura?» chiede a voce bassa, con un tono che non è rivolto a nessuno. Ma l’unica risposta che riceve è il silenzio, un silenzio rumoroso, fastidioso.
Ritorna in camera con un passo lento, stanco. Forse è solo il sonno, forse è il sogno che lo strema, ma sente dentro di sé una sensazione spiacevole, viscosa: un vuoto incolmabile, un senso di alienazione. Come se il mondo fosse un piccolo teatro popolato da marionette e lui stesso fosse una di esse, mosso da fili invisibili, manovrato da una volontà che non gli appartiene.
Scaccia via quei pensieri con un gesto brusco, come se potesse cancellarli così facilmente. Guarda di nuovo l’orologio. Gli occhi si fanno pesanti. Con la speranza di non tornare a sognare, si lascia cadere sul letto. La sveglia non tarderà a suonare, e la giornata lo reclamerà ancora una volta.
CAPITOLO 2
La sveglia suona alle 07:15, insistente, come un martello sul metallo. Simone allunga il braccio e la zittisce con un colpo secco, poi resta immobile, fissando il soffitto. Gli occhi bruciano: la notte non è stata sonno, ma un mosaico irregolare di dormiveglia e risvegli improvvisi. Una stanchezza che non è solo fisica: è come se ogni volta che chiude le palpebre qualcuno gli rubasse un pezzo di energia.
Per qualche minuto rimane sdraiato, ascoltando i rumori del condominio. Il vicino che chiude la porta con due giri di chiave. L’acqua che scorre dentro un tubo come un fiume sotterraneo. Una televisione accesa troppo forte, con voci che si sovrappongono in una lingua che non distingue. Dettagli minimi, eppure invadenti: la vita degli altri che si riversa nella sua stanza, mentre la sua resta ferma, appesa.
Con un gesto lento si alza, passa una mano sul viso e si sciacqua solo gli occhi nel lavandino del bagno: il contatto con l’acqua è rapido, non cerca conforto, solo un risveglio brusco. Si asciuga con un asciugamano stropicciato, senza guardarsi allo specchio.
In cucina, prende una tazzina rimasta sul tavolo dalla sera prima. C’è ancora un alone scuro sul fondo, traccia di un caffè bevuto in fretta. La sciacqua appena sotto il rubinetto e la riempie di nuovo. Il cucchiaino batte contro la ceramica con un suono secco e ripetuto. Il vapore gli sale contro il viso, pungendogli le narici e costringendolo a stringere gli occhi.
Beve in piedi, guardando fuori. La finestra aperta, l’aria fresca del mattino entra nella stanza sfiorando il suo viso, appoggiandosi sulla sua pelle. I suoi occhi azzurri restano fissi sull’orizzonte dove il sole si è appena sollevato. I riflessi liquidi arrivano fino in casa, illuminandone ogni spazio. Il canale lì sotto è calmo, percorso da un paio di barche di pescatori già cariche di reti. Le loro voci, lontane, si mescolano al richiamo dei gabbiani.
«È così pieno di vita lì fuori» pensa. «Io invece sono solo pieno di sonno e tristezza.»
Il gusto del caffè gli si mescola in bocca con la rabbia. «Quel sogno maledetto» sussurra, digrignando i denti. La voce gli esce bassa, ma carica di rancore. Vorrebbe urlare, spaccare il silenzio della casa, ma sa che sarebbe inutile.
Indossa una t-shirt nera e un paio di jeans consumati. Prende le chiavi della Panda, scende in strada. L’aria del mattino è umida, sa di mare e di benzina. L’auto lo aspetta, vecchia, con la carrozzeria graffiata dalla salsedine e dai troppi chilometri. La mette in moto: il rumore del motore tossisce prima di stabilizzarsi.
Il tragitto verso l’ISPRA è breve, ma per lui è ogni volta un viaggio. La città si sveglia piano attorno: saracinesche che si alzano, bambini con zaini troppo grandi per le loro spalle, anziani che portano a spasso cani lenti e testardi. Simone guida senza radio, senza rumori aggiunti, lasciando che siano i suoi pensieri a occupare tutto l’abitacolo.
Arrivato al parcheggio, spegne il motore e resta un attimo fermo. Non scende subito. Il mare è proprio lì, davanti a lui, oltre la strada. Lo guarda. Le onde si susseguono, ritmiche e avvolgenti, un respiro che non smette mai. È un suono profondo, continuo, familiare come il battito di un cuore.
Chiude gli occhi e prova a respirare seguendo il ritmo del mare. Inspirare, espirare. Ma invece della calma, sente l’angoscia che gli sale allo stomaco, come una lama che si gira lentamente dentro.
«Perché?» mormora. «Perché mi fai paura?»
Riapre gli occhi e nota le persone in riva al mare. Pescatori, passanti, una donna che porta a spasso un cane. Tutti sembrano immobili, irreali. Figure dipinte, marionette appese a fili invisibili. Per un istante gli viene il dubbio che siano davvero lì, che non stia solo osservando un teatro messo in scena per lui.
Un suono improvviso squarcia l’aria. Il telefono vibra, lo schermo si illumina. Enzo. La sua chiamata lo strappa all’incanto inquietante.
«Pronto?» risponde con voce assente.
«Ci sei? Fra quanto arrivi?» La voce squillante dell’amico è piena di vita.
«Arrivo» sospira Simone, chiudendo in fretta la chiamata.
Sa già che Enzo avrebbe fatto una delle sue battute, e non ha la forza di ascoltarla.
Prima di entrare all’istituto, decide di concedersi un altro caffè al bar accanto. Il locale è piccolo, con le pareti color crema e un odore persistente di brioche appena sfornate. Ordina al bancone, scambia un cenno muto con il barista e si siede a un tavolo vicino alla finestra. Non importa dove si trovi: il mare resta sempre visibile. Lo accompagna come un’ossessione che non gli lascia tregua.
Enzo arriva poco dopo, con un sorriso largo che occupa mezza faccia. Indossa una camicia dai colori improbabili, stonata con la serietà del luogo, ma perfetta per lui.
«Ehi, che brutta faccia! È lunedì e sembri già morto» scherza, battendo il palmo sul tavolo.
«Non rompermi, lo sai che non dormo bene» ribatte Simone, scocciato.
«Lo so. Ma mi piace romperti le palle» replica Enzo, ridendo. Poi abbassa la voce, serio solo per un istante. «A proposito, mi ha chiamato Joel della NOAA. Ci vogliono con loro in Australia a vedere da vicino che disastro sta facendo l’innalzamento delle temperature ai coralli. Vogliono che preleviamo dei campioni.»
Simone lo guarda di traverso. «Perché proprio noi?» chiede. Non è una domanda, è quasi un rimprovero.
Non ha nessuna voglia di andare in mare. Il sogno si fa ogni notte più intenso, la stanchezza è ormai cronica. Il laboratorio è tranquillo: se c’è un lavoro da fare manda un gruppo, organizza, coordina. Ma il pensiero di partire per giorni, settimane, lo paralizza.
Enzo scrolla le spalle. «Perché sei il migliore. E perché hai già collaborato con loro. Non capisco cosa ti succede, Simo. Tu hai sempre amato il mare, le spedizioni, la ricerca sul campo. Ora sembri un vecchio stanco che vuole solo nascondersi in laboratorio.»
«Forse è il momento di lasciare spazio ai giovani. Io ormai… preferisco il laboratorio» dice Simone. La voce gli trema, e subito si sente nudo.
Enzo lo fissa negli occhi. «Stronzate. Hai solo trentaquattro anni. E non sei mai stato il tipo da metterti da parte. Ti conosco troppo bene.»
Il silenzio che segue è carico, quasi fisico. Poi Enzo si piega in avanti, abbassando la voce.
«Ascolta, se non vuoi andarci per te, fallo per me. Non posso partire da solo. Mi serve il mio compagno di sempre.»
Quelle parole lo colpiscono come una spinta. Dentro, l’ansia si mescola a una lealtà che non riesce a ignorare. Inspira a fondo, stringe la tazzina tra le mani.
«Va bene. Ma sarà l’ultima.»
Perché sono agitato? Perché l’idea di andare in mare mi paralizza? È passato un anno. E poi è stato solo un incidente. Perché ancora questa paura? pensa, mentre il cuore batte troppo forte.
«Perfetto!» esplode Enzo, battendo le mani sul tavolo. «Si parte fra due settimane.» Il suo sorriso è una lama di luce che sembra tagliare in due la stanza.
Due settimane.
Simone si appoggia allo schienale, svuotato. L’eco delle parole rimbalza dentro di lui, scandendo il tempo come un conto alla rovescia.
Beve l’ultimo sorso di caffè, amaro. Poi si alza, pronto a immergersi in un’altra giornata di lavoro. Ma dentro di sé, sa che da questo momento nulla sarà più lo stesso.
A passi lenti, attraversa il corridoio dell’istituto ed entra in laboratorio. L’aria dentro è fredda, silenziosa, impregnata dell’odore metallico dei reagenti. Scuote la testa per scacciare i pensieri, come se bastasse un gesto per staccarsi dal filo che lo tiene legato. Appena dentro indossa il camice, accende il monitor si lava le mani e accende il monitor e le luci sopra il banco. Le vaschette con i frammenti di corallo rosso sono allineate in ordine, immerse in una soluzione trasparente, inodore che ne preserva la struttura. Sotto la luce artificiale sembrano più fragili, quasi disarmati. Li osserva un istante e avvia il sequenziatore. Con gesti misurati prende una pinzetta, isola un frammento e lo trasferisce in provetta. La centrifuga parte con un ronzio regolare, subito seguita dal clic del sequenziatore che si avvia. Sul monitor compaiono le prime catene di basi: adenina, citosina, guanina, timina, disposte in sequenze infinite. Lettere che, intrecciate, raccontano la storia millenaria del Corallium rubrum. Simone annota i dati, salva i file e inizia a montare le immagini che dovrà mostrare agli studenti nel pomeriggio. Osservare quelle mappe genetiche lo calma: sono complesse, ma ordinate. Ogni informazione trova il suo posto, ogni dettaglio ha un senso. Per un po’, la sua mente resta leggera. Il laboratorio è l’unico spazio in cui riesce ancora a respirare davvero.
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