“Mi chiamo Irene, un nome che significa pace. Eppure, per anni, la mia è stata una guerra silenziosa contro me stessa”.
L’anoressia non è un capriccio né una questione di vanità. È una prigione invisibile che costruisci attorno per sentirti al sicuro, ma che finisce per toglierti tutto. In queste pagine, Irene Antuofermo racconta la fatica di abitare un corpo che sembra un nemico e la paura costante di non essere mai abbastanza.
Questo libro, però, non vuole lasciarti nel buio: è un abbraccio per chi soffre e una bussola per chi sta accanto a qualcuno in difficoltà. Al racconto intimo di una rinascita si affianca infatti un aiuto concreto, fatto di approfondimenti teorici sui disturbi alimentari, riflessioni ispirazionali per trovare la motivazione nel percorso di guarigione, oltre a risorse e contatti a cui rivolgersi per muovere i primi passi verso la cura.
Perché guarire non significa tornare come prima, ma scoprire che, nonostante le ferite, il sole sorge davvero ogni giorno.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto queste pagine per smantellare il pregiudizio che riduce l’anoressia a una questione di estetica, restituendole la sua natura di patologia psichiatrica che merita cure appropriate. Ed è proprio tramite le giuste figure professionali che guarire totalmente da un disturbo alimentare è possibile. Il mio libro vuole esserne la prova tangibile, perché la vita che attende fuori dalla malattia è infinitamente più luminosa di qualsiasi controllo ossessivo sul cibo.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Chiedere aiuto per uscire da un disturbo alimentare non è facile, personalmente sono diversi gli aspetti che in quegli anni mi avevano fermata dal farlo. Ognuno di questi elementi ha contribuito a creare una gabbia invisibile, fatta di paura, confusione e silenzi, che mi impediva di vedere una via d’uscita.
L’aspetto principale era la negazione: non ho mai dato un nome e cognome ai miei comportamenti, perché non credevo di essere “abbastanza malata”. Continuavo a ripetermi “non sono così grave”, come se ci fosse una soglia prestabilita per poter chiedere aiuto, come se il dolore avesse bisogno di un’etichetta ufficiale per essere ascoltato. Avevo il terrore di non essere presa sul serio: pensavo che il mio fosse solo un capriccio adolescenziale, una fase che prima o poi sarebbe passata. E soprattutto, pensavo di non avere il “fisico giusto” per essere considerata malata. Non ero magra come certi corpi che vedevo nelle immagini legate all’anoressia, e questo mi faceva sentire in difetto, come se stessi esagerando. Come se il mio dolore non fosse “valido abbastanza”.
Un altro aspetto fondamentale era che il disturbo diventò, in un certo senso, un rifugio. Era il mio modo per sentirmi forte, sicura, in controllo. In mezzo al caos emotivo che vivevo, quei comportamenti mi davano l’illusione di avere una stabilità, una regola da seguire. Ammettere di avere un problema, significava per me rinunciare a quella che sentivo come la mia unica fonte di salvezza. Ero convinta che, se avessi mollato la presa, sarei crollata del tutto.
Col tempo, mi ero anche identificata nel disturbo. Quei comportamenti erano diventati parte integrante della mia quotidianità, della mia personalità. Erano abitudini che si erano radicate così profondamente da farmi credere che fossero “io”. Mi chiedevo spesso: ”Chi sono io senza questo?” e non riuscivo a trovare una risposta. Mi faceva paura anche solo l’idea di dovermi riscoprire, di dover lasciare andare qualcosa che, in fondo, mi dava un’identità. Era come se il disturbo fosse una seconda pelle. Una pelle che mi faceva male, ma che non riuscivo a togliere.
Nel 2021 sono arrivata a un punto estremo della mia sofferenza, magari esternamente non era percepibile perché ero normopeso, ma dentro di me ero completamente a pezzi: la malattia aveva preso ormai il sopravvento in ogni ambito della mia vita, la bolla di protezione che mi ero creata era diventata una gabbia. Arrivai a non provare nemmeno più un briciolo di emozioni: gioia, rabbia, tristezza, soddisfazione, gratitudine… solo il vuoto dentro di me. Dopo anni in cui la malattia aveva controllato ogni aspetto della mia vita, ero semplicemente esausta e non avevo le forze di affrontare la giornata, persino alzarmi la mattina era diventato un peso enorme, perché non avrei voluto vivere un giorno di più in quella condizione.
Ricordo quella giornata primaverile di maggio 2021 come fosse ieri. Avevo appena terminato un turno in ospedale e, sulla via del ritorno, mi fermai al cimitero. Fare visita ai miei cari quel giorno scatenò in me un pensiero in particolare che mi cambiò la vita: piangevo a fianco della lapide dei miei parenti scomparsi, e realizzai che quel dolore non potevo permettere che lo provasse nessun altro per me, non a 21 anni. Qualcosa dentro di me si spezzò e, allo stesso tempo, si accese. In quel momento capii che non potevo più andare avanti così e dovevo chiedere aiuto a qualcuno.
Avrei voluto spiegare la situazione che stavo vivendo a mia mamma, che da sempre è il mio supporto principale, ma durante la malattia quasi non le rivolgevo parola dalla grande apatia che avevo, verso tutti e lei inclusa. Avevo quasi paura di chiedere aiuto a lei, perché non volevo deluderla, oltre al fatto che mi sentivo di poter essere un ulteriore peso a già tutte le questioni difficili che mia mamma doveva affrontare. Così, quella sera, mi rivolsi a zia Noris. Era sempre stata la mia seconda mamma, la mia guida, e in quanto infermiera sapevo che avrebbe capito anche senza troppe parole. Quella sera, quasi senza parlare, mia zia aveva capito tutto: con un suo abbraccio mi sono sentita compresa e al riparo dal male che per anni mi aveva turbato. È stata lei a contattare il centro specializzato in disturbi alimentari della mia città, lei che mi ha accompagnato alle prime visite ed è a lei che devo la vita che ora riesco ad avere. Anche nel periodo più difficile della mia vita, lei mi ha tenuto la mano e mi ha accompagnato verso la guarigione, senza mai lasciarla un secondo.
Chiedere aiuto non è un gesto di debolezza, ma un atto di coraggio immenso. È il momento in cui decidi che vuoi vivere, anche se non sai ancora come si fa. Quando ho guardato negli occhi mia zia e le ho detto che avevo bisogno di aiuto, ho sentito come se stessi tradendo la parte di me che per anni aveva retto il peso di tutto. Ma nello stesso momento, ho capito che stavo finalmente scegliendo me stessa. Perché chiedere aiuto significa concedersi il diritto di essere umani. Di non farcela da soli, di essere fragili, sì, ma anche meritevoli di cura. E da quel giorno, passo dopo passo, ho scoperto che c’è forza nell’affidarsi, che si può rinascere anche dopo essersi sentiti completamente distrutti. Se oggi sto scrivendo queste parole, è perché quel giorno ho avuto il coraggio di parlare.
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