Il tavolo 7 è un thriller psicologico che ruota attorno a un cameriere di lungo corso, un uomo che da vent’anni serve piatti e sorrisi in un ristorante qualunque.
Di giorno è solo Marco, il cameriere invisibile che ascolta senza giudicare, che conosce i tic di ogni cliente abituale. Di notte, però, quando il locale si svuota, resta solo un tavolo: il tavolo 7. Lì non serve più nessuno. Lì respira piano. Lì scrive.
Quelle pagine sono il suo rifugio segreto, il suo romanzo mai mostrato a nessuno, nato da anni di osservazione silenziosa e da pensieri che non osa confessare nemmeno a se stesso.
Tutto cambia quando, una sera qualunque, al tavolo 7 si siede un uomo diverso dagli altri. Un cliente che ordina qualcosa di impossibile. Che cita frasi che Marco ha scritto solo per sé, parole mai pronunciate ad alta voce.
Da quel momento le coincidenze smettono di essere innocue. I sogni che Marco riversa sulla pagina iniziano a insinuarsi nella realtà altrui. Eventi lontani sembrano piegarsi
Perché ho scritto questo libro?
.Ho scritto perché la solitudine non è assenza di persone, Ho scritto perché la mia vita è stata una lunga catena di fallimenti silenziosi, Ho scritto perché per tutta la vita ho sentito frasi che mi facevano sentire inferiore Ho scritto perché da ragazzino divoravo libri di vite straordinarie. Il Tavolo 7 è nato da lì: dal bisogno disperato di un uomo qualunque di lasciare un segno prima che la vita lo cancellasse del tutto. Marco scrive per non sparire. Io ho pubblicato per non sparire.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1 – il tavolo 7
Marco attraversò la sala con il vassoio in equilibrio precario, due caffè fumanti e un bicchiere d’acqua che tremava leggermente. Mercoledì sera, l’ora in cui il ristorante si riempiva di voci straniere e flash di telefoni puntati verso il duomo illuminato. Sorrise al tavolo 4, augurò buon appetito a gente che aveva ordinato solo un tagliere, e già pensava al prossimo giro. Poi lo vide. Tavolo 7. Quello nell’angolo, accanto alla colonna romana che il proprietario vantava come “autentica etrusca” per fare scena. Sempre l’ultimo a essere preso, perché troppo buio, troppo stretto, troppo lontano dal passaggio. Eppure stasera c’era qualcuno. Un uomo solo. Cappotto nero pesante, di lana buona, fuori posto con i venti gradi di settembre. Sciarpa grigia avvolta due volte, come se avesse freddo dentro. Sul tavolo, il menu chiuso. E un taccuino moleskine nero, piccolo, chiuso da un elastico. Marco sentì una fitta allo sterno, come se qualcuno gli avesse stretto una mano intorno al cuore. L’uomo aveva una cicatrice sottile, bianca, che gli tagliava il sopracciglio sinistro in due. Esattamente come lui l’aveva descritta tre anni prima, parola per parola, a pagina 7 del suo unico, patetico libro. Le gambe gli si fecero di piombo. Si avvicinò piano, bloc notes stretto in mano fino a far sbiancare le nocche. «buonasera. Desidera ordinare?» L’uomo alzò la testa lentamente. Occhi grigi, taglienti come lame appena affilate. Non ostili. Peggio: curiosi. Come se lo stesse studiando da una vita. «buonasera» disse, con una voce bassa, calda, che sembrava arrivare da molto lontano. «mi porti un risotto alle ombre.» Il bloc notes quasi gli cadde. Marco sentì il sangue pulsare nelle tempie, forte, ritmico, come un conto alla rovescia.
«mi… mi dispiace, signore. Quel piatto non è nel menu.» L’uomo non batté ciglio. Anzi, sorrise. Un sorriso piccolo, controllato, che non scaldava niente. «lo so perfettamente.» Una pausa. Troppo lunga. «ma lei lo conosce. Vero, marco?» Il nome gli uscì come una carezza velenosa. Nessuno in sala lo aveva chiamato. Nessuno. Marco sentì la gola chiudersi. «come…» «il risotto alle ombre» continuò l’uomo, senza alzare la voce, come se stesse leggendo dentro di lui. «brodo ridotto per ore, nero di seppia, quel sentore di cenere che resta attaccato al palato fino al mattino dopo. Pagina undici. Riga diciassette. “non si lava via con nessun vino.” L’ha scritto lei.» Le parole di marco. Le sue. Quelle che aveva battuto alle tre di notte, ubriaco di stanchezza e di sogni, tre anni prima. Quelle che nessuno, nessuno al mondo, aveva mai letto ad alta voce. Indietreggiò. Il capo cameriere, dalla cassa, lo fissò: “tutto ok?” Marco annuì, ma era una bugia grossa come una casa. «signore, credo ci sia un errore…» «nessun errore.» L’uomo aprì il taccuino, sfogliò una pagina, come se cercasse qualcosa. «lei è marco rinaldi. Ha pubblicato il tavolo 7 su amazon. Quattordici pagine. Ventisette copie vendute. Nessuna recensione. Peccato.» Marco sentì le ginocchia cedere. Non aveva mai messo il nome completo. Solo “m. Rinaldi”. Come faceva a saperlo? «mi porti un rosso di Montefalco. Casa sua, anno buono.» L’uomo chiuse il taccuino con uno scatto secco. «e domani torni qui. Stesso tavolo. Stessa ora. Ha del lavoro da finire, stanotte. Tanto lavoro.» Non era una richiesta. Era un ordine. Marco tornò in cucina barcollando. Il cuoco gli urlò qualcosa, ma lui non sentì. Il cuore gli martellava nel petto come se volesse uscire. Quella notte, nel suo appartamento minuscolo sopra il bar chiuso, accese il computer con le mani che tremavano. Aprì il file: il ritorno del tavolo 7.docx. L’ultima frase, scritta mesi prima, lo fissava: “l’uomo col cappotto nero tornò la sera dopo, e stavolta ordinò qualcosa di peggio.” Marco posò le dita sulla tastiera. E iniziò a scrivere. Non si fermò più. Le ore passarono. Il caffè si freddò. Le dita gli sanguinavano leggermente sui tasti, ma lui non sentiva dolore. Solo urgenza. Solo paura. E un fuoco, dentro, che non provava da vent’anni. Quando spense il computer, alle cinque e venti del mattino, aveva scritto trentotto pagine nuove. E per la prima volta in vita sua, non aveva più paura di non essere nessuno. Aveva paura di diventare qualcuno.E Una specie di eccitazione che non provava da quando era ragazzo.
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