Londra, 1888. Una bambina di otto anni viene trovata sola, semisvestita e coperta di sangue in un cortile isolato. È viva ma sembra in stato confusionale, dal momento che continua a recitare una strana preghiera in latino.
Del caso se ne occupa l’ispettore Blackwood, coadiuvato dal giovane sergente Monroe e da padre Quinn, un prete esorcista dall’animo tormentato.
I tre si troveranno ben presto ad affrontare inquietanti possessioni, a decifrare simboli occulti e a fronteggiare un Male antico che si nutre di paura e sangue. Tra cripte in rovina, inquietanti visioni e oscuri misteri nascosti sotto la città, il confine tra incubo e realtà si assottiglia sempre più.
Londra può essere salvata o precipiterà nel buio?
Antefactum, frammento dal Codex Umbrae
Galles, inverno del 1321, villaggio di Cwm Gwaed.
Nelle terre in cui la pioggia non smette mai di cadere e le colline sembrano ossa che spuntano dalla pelle del mondo, il tempo possiede un odore, un colore, un sussurro. L’inverno del 1321 fu ricordato, nei racconti degli anziani, come l’inverno che non volle morire. La neve non cadeva mai davvero, ma restava nell’aria come una minaccia non del tutto compiuta, e ogni notte i villaggi del Sud si stringevano attorno ai fuochi con la sensazione che qualcosa li osservasse dalle foreste.
Il vento soffiava tra le rovine del vecchio cerchio di pietre, portando con sé l’odore del muschio, della pioggia e di qualcosa di più antico. Qualcosa che non apparteneva al mondo degli uomini. Quel cerchio – dodici monoliti erosi dal tempo e dal gelo – era più antico dei libri, dei re e delle chiese. Gli abitanti della zona non lo toccavano mai. Nemmeno i bambini osavano giocarci attorno. Le leggende raccontavano che l’erba non cresceva tra quelle pietre, e che chi dormiva nei pressi del cerchio non sognava: veniva sognato.
Nel cuore della foresta di Cernwych, dimenticata dai cartografi e maledetta nei racconti, il villaggio di Cwm Gwaed si stringeva sotto la pioggia gelida. Case di legno annerite dal tempo, tetti di paglia impregnati d’umidità e fumo acre che usciva da ogni camino. Nessuno parlava. Nessuno cantava. C’erano solo il battito sordo della pioggia e il gracchiare dei corvi che volteggiavano sopra la collina.
Questi arrivavano sempre prima dei presagi, come messaggeri dell’aria. Quel giorno erano davvero troppi, anche per un inverno così affamato. Si posavano sulle travi, sulle croci, sui pali del bestiame, osservando. Ogni contadino che alzava lo sguardo aveva l’impressione che fossero lì per contare le anime.
Quella notte, ogni lanterna era stata spenta. Ogni animale chiuso nelle stalle. Ogni bambino nascosto sotto le coperte, le orecchie tappate. Gli anziani avevano ordinato silenzio. Il tipo di silenzio che non nasce dalla paura, ma da un comando antico quanto la pietra stessa. Un silenzio che non serviva a proteggere… ma a non attirare.
Solo tredici uomini e donne avevano lasciato le loro case. Incappucciati, muti, scalzi nel fango e nel sangue rappreso della terra. Il numero non era casuale. Tredici erano da sempre i Guardiani: un culto, non una confraternita, ma eredi di un obbligo ancestrale, tramandato da voci che non comparivano nei registri ecclesiastici. Tredici come i rintocchi tra un’eclissi e l’altra, come i giorni che separano il mondo della veglia dal mondo delle ombre durante gli anni più lunghi.
Salivano verso il cerchio di pietre, dove da secoli si raccontava che lì il mondo fosse sottile, fragile, come una pelle tirata sopra una ferita non guarita. Mentre salivano, la foresta si richiudeva su di loro. I tronchi antichi sembravano muoversi al passaggio dei tredici, come se si piegassero in un saluto o in un monito. Il vento cambiava direzione ogni pochi passi, portando bisbigli che non erano eco e nemmeno voci umane. A volte sembravano lamenti, altre suppliche. O risate, e queste erano le più terribili.
Li guidava Maredudd l’Anziano, un veggente cieco da un occhio, la pelle tatuata di simboli, il bastone intagliato con rune proibite. La sua voce era bassa, ma portava il peso delle generazioni. E della promessa non mantenuta. Maredudd era più vecchio dei primi documenti scritti, più vecchio di molti uomini del villaggio. Non si sapeva quando fosse nato, né chi lo avesse educato ai riti. Ma si diceva che avesse sognato il Segno quando era ancora nel ventre di sua madre, e che avesse aperto gli occhi pronunciando non un pianto, ma una parola.
Una parola che nessuno ricordava più.
«Il velo è più sottile, stanotte» disse quando furono tutti in cerchio. «Il cielo è muto. La terra ci ascolta.» Il tono della sua voce non ruppe il silenzio: vi scivolò dentro come una lama nell’acqua.
I tredici si disposero in cerchio, e dai cappucci colava la pioggia, tracciando piccoli rivoli sulla terra nera. L’odore di umidità era così forte che sembrava di respirare il respiro stesso della foresta. Posarono al centro del cerchio una pietra nera, liscia, grande come un cuore umano. Era stata levigata dal tempo, ma chi guardava attentamente vi vedeva ancora inciso l’occhio aperto, con al centro una croce capovolta.
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L’occhio.
Il Segno che alcuni vedevano nei sogni, altri nelle febbri, altri ancora nei pensieri infranti. Nessuno ricordava chi l’avesse inciso, né quando. Ma da generazioni il simbolo compariva nelle visioni dei sacerdoti del Culto.
Attorno alla pietra, Maredudd posò tre offerte, come richiedeva il rito: sangue, memoria e luce. Il cerchio trattenne il fiato mentre egli sollevava il primo catino. Dal bordo colò il sangue di un agnello nato durante un’eclissi. Un sangue scuro, quasi nero, che sembrava scorrere troppo lentamente, come se non sopportasse l’idea di separarsi dal suo contenitore. Ogni goccia che toccava la pietra produceva un sussurro.
Nel secondo, una ciocca di capelli legata a una pergamena: il nome dimenticato di una madre morta di peste. Il più crudele dei ricordi: quello di una vita che nessuno ricorda più, tranne chi l’ha perduta. La pergamena tremava leggermente, come se non gradisse il freddo della notte.
Nel terzo, la fiamma tremolante di una candela benedetta, spenta con un soffio collettivo. La fiamma però non si spense subito. Per un attimo parve resistere, quasi comprendesse la natura del gesto, poi si piegò, si assottigliò e morì con un filo di fumo che odorava di vecchie cripte.
Poi il veggente iniziò a parlare.
Non in latino. Non in gaelico. Ma in una lingua più antica, una che il vento sembrava riconoscere. Era una lingua fatta di suoni liquidi, bisbigliati, che parevano fiorire dalle gocce della pioggia stessa.
Gli altri risposero con un coro sommesso, mentre la pietra al centro del cerchio cominciava a pulsare. Non a brillare. A pulsare.
Come un cuore.
Un cuore troppo grande per appartenere a un uomo. Un cuore che si stava risvegliando da un sonno secolare.
Sotto i piedi, la terra tremò. Un battito sordo. Uno solo. Poi il silenzio. E da quel silenzio… un respiro.
Non uno umano. Non un respiro d’animale. Un respiro antico, profondo, non incarnato. Qualcosa, dall’altra parte del velo, aveva aperto gli occhi. E si era messa a cercare.
Uno dei più giovani, Taliesin, indietreggiò. Aveva solo diciassette inverni. «Non è ciò che ci era stato detto…» mormorò. La sua voce tremava come la fiamma spenta poco prima. Taliesin era stato scelto perché aveva il dono dei sogni limpidi, quelli che non appartengono agli uomini ma ai varchi. Eppure, mentre guardava la pietra pulsante, sentì che nessuno l’aveva preparato a ciò che stava emergendo.
Maredudd si voltò verso di lui, senza rabbia. «Tu non hai visto. Non hai sentito i sussurri nel buio. Non conosci le ombre che vivono sotto la pelle del mondo.»
«Ma cosa invochiamo?» chiese il ragazzo, tremando. «Non è un dio. Non è…»
«È più antico dei nomi. Più vasto dei cieli. Non lo invochiamo. Lo ricordiamo. E se vorrà, verrà.»
Taliesin tentò di scappare. Ma il cerchio si era già richiuso. La terra si aprì sotto i suoi piedi. Non con uno squarcio. Non con un’esplosione. Con un sussurro. Un sussurro così forte da coprire il battito del cuore, da far sanguinare le orecchie, da cancellare ogni altra voce. Quando il ragazzo cadde nella voragine, non urlò. Semplicemente… sparì.
La pietra pulsò ancora. Un bagliore verde emerse da sotto la superficie. Alcuni caddero in ginocchio. Altri piansero. Uno, il più anziano dopo Maredudd, Arwel, parlò con una voce che non era la sua: «Umbrae nos regunt… per sacrificium reditus fiat…».
Poi svenne.
Il rito, però, non fu completato. La pioggia si fermò, il vento cambiò direzione e qualcosa – forse il cielo stesso – si oppose. Una forza avversa chiuse il varco, come uno strappo ricucito a forza.
La pietra si spense. Le fiamme delle fiaccole si spensero.
Maredudd raccolse la pergamena che aveva tremato durante tutto il rituale. Sulla sua superficie era comparsa una frase nella loro lingua corrente: “La luce inganna. Solo l’ombra è eterna”.
I superstiti si guardarono.
Non avevano risvegliato l’Entità. Ma l’avevano destata. E lei… aveva visto.
Maredudd prese un coltello di selce. Si incise il simbolo dell’occhio sul petto, sopra il cuore. «Non finisce stanotte» disse, tra i singhiozzi. Poi scrisse con il sangue sul retro della pergamena: “Chiunque legga queste parole, sappia: non è finita. Noi custodiremo il varco… Finché il Segno non apparirà di nuovo”.
Sigillarono la pietra. Seppellirono il cerchio. Uccisero Arwel, che ancora bisbigliava parole di tenebra.
E giurarono di passare i simboli, le formule e i catini di generazione in generazione. Senza spiegare. Senza nomi. Solo sussurri.
La pergamena venne poi custodita nel monastero di Llangar, nascosta tra le prediche apocrife. Il bastone di Maredudd venne spezzato e ogni frammento donato a un guardiano.
E il Culto… cambiò volto. Non erano più un gruppo. Diventarono una rete. Ogni secolo, il simbolo ricompariva. Ogni secolo, il Segno tornava a farsi vedere nei sogni, nei dipinti, nei roghi. E ogni volta, la pietra pulsava.
In silenzio.
In attesa.
Post scriptum: Lo stesso simbolo è stato tracciato con il sangue sulle pareti della cripta sotto la chiesa di St Mary Magdalene. È cominciato di nuovo. Il Segno… è tornato.
Luana Finzio (proprietario verificato)
Non vedo l’ora di leggerlo!