Il villaggio di Amir è il nome di un luogo che vive soprattutto nella distanza. Amir lo lascia bambino, con negli occhi una manciata di immagini e nel cuore un’assenza che cresce con lui. Da quel momento il villaggio diventa memoria, eco, domanda irrisolta: il punto da cui tutto ha avuto origine e a cui, in modi imprevedibili, tutto continua a tornare. Tra ciò che si perde e ciò che resiste, la storia segue il filo invisibile dell’amore: quello che lega alle radici, alle persone lasciare indietro, a una terra che non smette di chiamare. Il tempo scava, trasforma, allontana, ma non cancella. Questo romanzo è un canto delicato sull’infanzia spezzata, sull’identità che si costruisce altrove e sul richiamo segreto di ciò che ci ha resi chi siamo. Una storia che stupisce senza alzare la voce e che ricorda al lettore una verità semplice e profonda: non si parte mai davvero dai luoghi che ci hanno amato per primi.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro per dare voce ai luoghi e ai legami che ci formano per raccontare come l’infanzia e l’amore, anche quando lasciati lontano, continuano a vivere dentro di noi e a guidarci, invisibili ma indimenticabili.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1 – L’alba del villaggio
Amir si svegliò. Il sole era già alto e splendeva come sempre sulle terre sabbiose del villaggio. L’aria era calda, leggermente polverosa, e tutto sembrava prendere vita: i pescatori rientravano dalle prime uscite, i bambini correvano tra le case ridendo e giocando, e le strade si animavano di odori e suoni familiari.
Hissim, dopo aver dato un bacio al piccolo Amir, si incamminava verso il mercato. Mercante di spezie, portava con sé il profumo intenso della sua merce lungo le vie del villaggio, mescolato all’aroma del pane appena sfornato.
La signora Nina preparava la colazione: uova fresche e un pane semplice, fatto con acqua e farina, arricchito dalle spezie di Hissim. Amir e suo fratello Jussef adoravano quei momenti insieme alla sorellina più piccola, Isan, con i suoi occhi scuri e penetranti e i tratti delicati tipici della famiglia. La madre indossava un velo leggero che le copriva i capelli e parte del volto, lasciando intravedere lo sguardo premuroso e sorridente con cui seguiva i figli mentre gustavano la colazione.
Come ogni mattina, Amir e Jussef salutarono la mamma e si avviarono verso la scuola, una piccola tenda con un’unica aula, frequentata da venti bambini: i più fortunati, che potevano permettersi di studiare. Per raggiungerla, attraversavano il grande mercato del villaggio.
Le bancarelle erano un’esplosione di colori: frutta succosa e verdura fresca, spezie in sacchi aperti dai profumi intensi, tessuti stesi che ondeggiavano al vento. I venditori chiamavano i clienti con voci allegre e insistenti; alcuni bambini correvano tra le bancarelle giocando a nascondino, altri inseguivano piccole farfalle tra le erbe aromatiche. Amir amava quel luogo: vivo, rumoroso e pieno di vita, dove ogni oggetto sembrava raccontare una storia.
Alla fine della strada si ergeva la grande moschea, con la sua alta torre che svettava verso il cielo. Amir e Jussef si fermavano sempre un attimo ad ammirarla. Dalle porte aperte filtrava la luce del sole e si sentiva l’eco dei passi dei fedeli già al loro interno, un suono calmo e ritmico che dava pace.
Poi proseguivano verso la scuola, dove il maestro li attendeva. Uomo severo ma saggio, con una lunga barba bianca e occhi attenti, insegnava storia, geografia, leggeva le scritture del Corano e spiegava le parole di Allah. Amir ascoltava con curiosità, cercando di comprendere ogni insegnamento, ogni parola.
Al termine della lezione, il cammino di ritorno era lo stesso: di nuovo davanti alla moschea, attraverso il mercato che si animava sempre di più, i bambini che ridevano e correvano, i venditori che sistemavano le loro merci e richiamavano i clienti. Poi tornavano a casa, dove l’intera famiglia attendeva il rientro del capofamiglia, che non tornava mai prima del buio.
La cena insieme, le preghiere e infine la buonanotte della mamma, che entrava in camera con un sorriso leggero ma velato di malinconia. Amir la osservava, percependo quella tristezza silenziosa, mentre le parole del maestro continuavano a rimbombare nella sua testa, come un’eco che non si spegneva.
Capitolo 2 – Il senso del dovere
Jussef era il fratello più grande. Aveva solo due anni in più di Amir, ma già sentiva il peso sulle spalle, quel senso di responsabilità che lo spingeva a prendersi cura della sua famiglia in ogni modo possibile. Ogni mattina si alzava presto, prima che il sole sorgesse completamente, e andava al pozzo a prendere l’acqua. L’acqua fresca scorreva tra le mani, mentre il villaggio lentamente si svegliava, con il canto degli uccelli e i primi passi dei vicini che si muovevano tra le strade polverose. Subito dopo, tornava a casa e aiutava la signora Nina a preparare la colazione, tutto di nascosto dal padre Hissim.
Hissim non voleva che un maschio si occupasse di compiti domestici, tantomeno della cucina. Lo considerava inadatto a un uomo. Ma a Jussef piaceva stare accanto alla madre, osservare i suoi gesti attenti e premurosi mentre cucinava, sentire il profumo delle spezie che si diffondeva nell’aria. Era un momento loro, intimo e silenzioso, e anche se lo faceva in segreto, gli dava una sensazione di felicità. A volte, mentre impastava il pane o mescolava le uova, il rumore delle stoviglie sembrava accompagnare i loro pensieri in una piccola armonia domestica.
Una volta finiti i lavori domestici, Jussef svegliava Amir e la sorellina minore, Isan, con dolcezza, senza mai essere brusco. Dopo la colazione, i due fratelli uscivano per andare a scuola e apprendere gli insegnamenti del maestro Called, l’uomo severo ma saggio, con la lunga barba bianca e gli occhi attenti che sembravano leggere nei pensieri dei bambini.
Jussef adorava Amir. Gli voleva bene sinceramente, anche se a volte non capiva del tutto il comportamento del fratello. Lo riteneva “un po’ strano”, sempre immerso nei suoi pensieri, assorto in un mondo tutto suo. Amir, riflessivo e sensibile, si chiedeva perché Jussef non potesse cucinare liberamente, o perché la madre, così bella e luminosa, dovesse coprirsi con il velo agli occhi del villaggio. Tante domande restavano senza risposta, e a volte i loro sguardi si incontravano pieni di domande silenziose.
Ogni mattina, attraversando il mercato pieno di odori, colori e voci, Jussef osservava Amir fermarsi davanti alla moschea. Rimaneva immobile, quasi rapito. Sembrava che quel luogo sacro lo chiamasse. Dalle porte aperte filtrava la luce del sole e si sentiva l’eco dei passi dei fedeli già al loro interno, un suono calmo e ritmico che dava pace. Jussef non interrompeva mai quel momento; lo lasciava assorto nei suoi pensieri per qualche minuto, poi, con voce calma, gli diceva: “Fratello, dobbiamo andare.”
A scuola, Jussef notava quanto Amir fosse attento durante le lezioni, ascoltando il maestro Called con interesse, seguendo ogni parola e ogni insegnamento. Il maestro parlava lentamente, scandendo le frasi come se volesse imprimere ogni insegnamento nel cuore dei bambini. Jussef era convinto che il fratello avesse una vocazione speciale, anche se non riusciva a darle un nome.
Dopo la scuola, come ogni giovedì, Jussef accompagnava Amir a casa. Poi, senza tempo per riposare, aiutava il padre al mercato a sistemare le spezie. Non era un compito che gli piacesse, perché doveva fare tutto secondo le regole di Hissim, senza sbagliare o contraddirlo. Ma lo faceva comunque, perché suo padre gli aveva insegnato che nella vita il dovere viene prima di tutto, e le regole vanno rispettate, anche a costo della propria felicità. Tra i colori delle spezie, il fruscio dei tessuti e le voci dei clienti, Jussef si muoveva in silenzio, concentrato, pronto a fare ciò che era giusto.
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