Che bello guidare di notte, senza una meta precisa, guidare e pensare. Pensare, certo pensare, ma avevo solo una gran confusione in testa ed anche i pensieri non trovavano un filo logico.
Cercai di ripercorrere le tappe fondamentali dei nostri anni di matrimonio. Tutto mi sembrava normale: litigi, riappacificazioni, pianti, risate, tutto quello che può capitare ad una normale coppia affiatata. Ma allora che cos’era successo di tanto grave? Perché da parte sua si erano spenti il sentimento, l’affetto, il calore, la passione? Che cosa avevo fatto io per provocare tutto ciò? Diversi anni prima avevamo avuto una crisi, crisi per lo più esistenziale, dovuta al fatto che Eleonora non poteva avere figli; passammo un periodo nero, certo, ma senza intaccare i sentimenti reciproci! Anzi, passata la crisi, ci ritrovammo più uniti che mai, consapevoli comunque che il ‘non arrivo” di un figlio non poteva permetterci di rovinarci l’esistenza!
Erano le sei del mattino quando rincasai.
Avevo il respiro affannato, dovuto alle decine di sigarette fumate nella notte.
Eleonora dormiva un sonno piuttosto tranquillo ed io mi soffermai a guardarla.
Era molto bella, ma non come sempre, di più. Le accarezzai il viso e lei accennò una smorfia.
Non so a che ora mi addormentai, ma so che mi svegliai presto, molto presto e passai una giornata che mi parve interminabile.
Eleonora rientrò a casa per l’ora di cena, si cambiò e andò subito a dormire, senza parlare; mi disse solo che aveva un gran mal di testa.
Fu così per circa dieci giorni, qualche parola di convenuto, molti silenzi e si creò un muro invalicabile che io, solo io, cercavo di rompere la notte, mentre lei dormiva, guardandola, accarezzandola ed accovacciandomi accanto a lei per poter prendere sonno.
Ogni tanto ripensavo a quella sensazione che avevo avuto quel giorno sull’aereo.
Premonizione? Sesto senso? Non so! So solo che avevo azzeccato in pieno tutta la situazione.
Era un sabato sera, uno dei soliti, squallidi sabato sera, durante i quali Eleonora ed io affogavamo nel silenzio più totale…quando suonarono alla porta.
– Vai tu ad aprire? – domandò.
Mi alzai lentamente cercando di immaginare chi potesse essere. Non sapevo se essere felice di una visita inattesa, ma che poteva in qualche modo distrarci, oppure scontento ed imbarazzato per dover parlare con qualcuno (fai buon viso a cattivo gioco!) in un momento in cui non eravamo noi stessi. -Sorpresa! – esordirono Marta e Clive quando aprii la porta.
Marta e Clive erano nostri amici da molti anni, ma mi sentivo molto più legato a lui: un ragazzo americano che conobbi a scuola, con il quale passai gli anni della giovinezza, indimenticabili!, Era figlio di un Maggiore dell’Esercito che trasferirono in Italia e la nostra amicizia non si incrinò neppure quando incominciò a frequentare e successivamente sposare Marta, che il quel periodo era stata la mia ragazza!
Marta era invece un po’ più, non dico antipatica, ma più leggera, più frivola, indiscutibilmente bella, certo, ma tante volte pesante da sopportare.
Ed erano corse voci sul suo conto non certo edificanti riguardo la sua moralità; se fossero vere o false non l’ho mai saputo, ma poi che importava? Eleonora non l’aveva mai sopportata più di tanto, sia per gli atteggiamenti da primadonna” che aveva, sia per i trascorsi avuti con me, per i quali provava una sorta di gelosia.
Passammo una buona mezz’ora fatta di convenevoli, dei soliti come state, cosa fate, ma quanto tempo che non ci si vede ecc… dopo di che Clive ed io ci eclissammo in cantina con la scusa di vedere dei vini, lasciando sole le due donne. –
Guarda questa bottiglia di Chianti, che dici, l’assaggiamo? –
Oh, no, no, aspetta, apriamo queste boliicine, o, ti garantisco che sono meglio dello Champagne. – – A cosa vuoi brindare? – domandò Clive. –
-Beh, alla nostra amicizia…-
Lorenzo, scusa, ma non hai la faccia di chi vuole brindare!
-Perdona la franchezza, ma mi sembri abbastanza strano, sei forse scocciato per la visita?
-Ma sei matto? Che dici? Voi non c’entrate. E’ Eleonora, sai com’è…-
-Litigato?- –
-Magari! – Attimo di silenzio. – E’ un periodo di merda, guarda! – –
Ah!, ma è tutto qua! Chissà che mi credevo. Benvenuto nel mondo dei ‘normali”. – disse Clive ridendo, e continuò
– Certo che si brinda, allora, sei dei nostri Lorenzo, via quella faccia; il “mio periodo di merda”, come lo intendi tu, io ce l’ho da almeno sei, sette anni. Ma che ti importa, guarda invece le cose positive che puoi avere. Sei nel massimo dell’età, DICO HAI 35 ANNI – THE BEST!!, una posizione ce l’hai, esperienza anche… Quante pollastre vuoi avere? Una, due, tre? Ventenni, venticinquenni quando e come vuoi!! Fregatene, cazzo! E’ normale che dopo dieci anni di matrimonio vi ritroviate così… dai… – –
Hai ragione Clive… però… – –
Però niente. Una di queste sere usciamo tu ed io e ce la spassiamo come quando eravamo single, perché tanto, in fondo, noi ora siamo dei single! Sposati, ma single! Dai vieni ora andiamo su, altrimenti le due streghe rompono le palle! –
-Magari – pensai – magari Eleonora mi rompesse le palle perché da troppo tempo stavo in cantina con il mio amico!-
Quando arrivammo in salotto, mia moglie e Marta stavano guardando la televisione con totale indifferenza.
Che bello schifo! Però devo ammettere che Clive riuscì a mettere un po’ di allegria in quella serata così amorfa.
Andarono via verso l’una e non rimase altro che l’intenso profumo lasciato da Marta. –
Buono questo odore che c’é nell’aria!? -dissi ad Eleonora.
Che odore? –
Non lo senti? Il profumo di Marta! –
Io sento solo puzza di fumo – replicò duramente Eleonora. –
Cazzo!, ma tu sai rispondermi solo cosi, dura e sprezzante? Ma cosa devo fare per poter parlare, discorrere normalmente con te? –
-Niente,non devi fare assolutamente niente. Buonanotte! –
No, ormai Eleonora non era più lei. In certi momenti arrivavo a pensare che dei marziani, o che so, agenti dei Servizi Segreti, fossero piombati in casa mia e me l’avessero sostituita con una copia. Una copia perfettamente uguale nell’aspetto, ma non nella mente, nel cuore. E che io un bel giorno trovavo l’originale, legata e imbavagliata, in qualche angolo della casa, la salvavo, sgominavo la replicante ed avremmo vissuto felici e contenti tutta la vita! Come nelle favole!
Quello che poteva sembrare un solito lunedì di un solito mese si rivelò quel giorno invece uno dei lunedi più neri della mia vita. Mi recai in ufficio e notai le facce dei miei colleghi più cupe del solito.
Dapprima non ci feci caso, in fondo era lunedì, poi Marco, il mio compagno d’ufficio, mi domandò se sapevo qualche cosa.
– Qualcosa cosa? – chiesi.
– Stanno silurando metà del personale! –
– Come?? –
– Si, hai capito bene. Stanno licenziando a tutto spiano ed io sono uno tra questi!-
– Ed io? – balbettai.-
Non so. Alle dieci devi andare dal Direttore e sentirai.-
– Ma perché? Come possono?-
– Possono, possono, accidenti! La Ditta è in brutte acque…-
Sapevo infatti che il lavoro era calato ultimamente, ma mai più avrei immaginato che sarebbero corsi a questi rimedi!
Mi sedetti pensieroso e attesi le dieci fumando una miriade di sigarette.
Pensai che non potevo essere comunque cosi sfigato e cercai di ritrovare un po’ dell’ottimismo che mi aveva sempre contraddistinto.
Vedevo passare vicino i miei colleghi, quelli che arrivavano dal colloquio con il Direttore e non osavo chiedere nulla.
In fondo l’esito, positivo o negativo, lo si capiva dalle loro facce, dalle loro espressioni.
ORE DIECI.
Entrai piuttosto disinvolto nell’ufficio del Direttore, mi accomodai e fissandolo ascoltai la sentenza”:-
Vede, Signor Ferri, lei è uno dei nostri migliori collaboratori…-
– Tagliamo i soliti preamboli, signor Direttore. Piuttosto, mi dica… –
– La Ditta va male, molto male, probabilmente verremo assorbiti da una molto più potente che ci eviterà la chiusura totale e siamo quindi costretti a licenziare metà, forse più, del personale… lei è compreso fra questi. Mi dispiace… –
– Che dire, che pensare, non avevo più parole, più bestemmie, più lacrime. Questa era la stoccata finale.
Avevo ormai toccato il fondo.
Matrimonio in frantumi, senza lavoro,con il morale sepolto dieci, cento metri sotto terra!
Otto anni di lavoro, un lavoro del quale ero contento, che mi dava soddisfazioni, ben pagato, che mi faceva viaggiare per l’Europa, vendere, acquistare, prendere decisioni, avere responsabilità, un lavoro per il quale avevo sudato per ottenerlo, per mantenerlo. Ed ora mi davano un calcio in culo, una liquidazione, tante scuse e arrivederci!
Questa è la vita.
Pensiero profondamente stupido, ma questa è la vita!!
Lasciai il giorno stesso, la mattina stessa l’ufficio, senza neppure attendere la fine del mese come avevamo stabilito, e vagai a zonzo per la città come un ebete.
Mi ritrovai per caso sopra il grande ponte che attraversa il fiume e mi fermai.
Mi affacciai.
Guardavo l’acqua che scorreva, senza neppure vederla.
Pensavo a mille cose e a niente.
Capivo solo di essere sconvolto.
E fu in quel preciso istante che per la prima volta nella mia vita pensai ad un salto nel vuoto.
Mi stupii di me stesso, di come ero lucido e cosciente nel pensare a questa azione!
Ci sarebbe voluto un attimo. Scavalcare la ringhiera e lasciarsi andare e cancellare per sempre tutto l’assurdo che mi era piombato addosso di colpo.
Cercai di immaginare i titoli sui giornali, lo sconcerto di tutti gli amici, i conoscenti, i parenti, i perché di tutte le persone, i “se avessimo saputo” dei dirigenti della Ditta, che
mi avevano licenziato, ma soprattutto lo sgomento di Eleonora.
E su quest’ultimo pensiero mi soffermai più a lungo.
Era come una assurda vendetta nei suoi riguardi, in fondo a morire ero io, ma a soffrire era lei.
Già, soffrire.
E se non avesse sofferto?
Anzi, se l’ eliminarmi (dal resto del mondo) DALLA SUA VITA fosse stato per lei una liberazione?
quindi molti pensieri e problemi in meno da dover affrontare?
Dio mio, che stupidi dilemmi riuscivo a pormi!
Ma chissà quanta gente nel mondo ha pensato, pensa, penserà queste cretinate.
Ma in quel momento mi sentivo l’unico essere a dover sopportare un peso così grande!
SUICIDIO.
Suicidio è una parola orrenda. Tutte le parole che terminano con “cidio” sono orrende. Evocano azioni terribili, panico, sofferenza, morte. Eppure il suicidio, in quel momento, mi dava solo un senso di liberazione. Liberazione da tutto e da tutti, da questo mondo al quale non sentivo di appartenere, da questa vita che mi si era rivoltata contro, dagli eventi, comunque casuali e fortuiti che mi stavano inghiottendo, da questa società che mi vomitava addosso tutto il suo malessere!! Esagerato? No!! Sicuramente in quel momento no.
Ma dove potevo trovare la forza per poter reagire a tutto ciò, maledizione, mai in un momento come questo avevo bisogno di qualcuno con cui parlare, o forse ancor meglio un qualcuno che mi parlasse e mi aiutasse, un qualcuno sincero, un qualcuno disponibile, intelligente.
No, non esisteva.
Una volta c’era Eleonora, era lei tutto questo, era sempre stata lei il mio migliore amico, invece ora era lei il peggiore dei miei problemi.
M’incamminai verso casa che era già sera, dimenticando persino la macchina in Ditta.
Provavo un certo appetito e questo, anche se banale, mi diede un briciolo di tranquillità.
Certo, era banale, ma pensai che il sentirmi affamato era comunque un qualcosa di positivo, uno stimolo, ma certo, dovevo mangiare, nutrirmi, riempirmi, dare al mio corpo quel che serviva per sopravvivere, anzi per VIVERE!
Io dovevo vivere, ma dove erano finite le mie palle, diamine, la mia dignità: bene, non hai più il lavoro? Ne trovi un altro, non hai più una moglie? Ne trovi una o dieci o cento! Si, si d’accordo, ma io voglio lei! Bene, riconquistala, in fondo è poi solo un periodo.
O no?
Però la fame che scherzi che fa! E’ bella, dà anche una ventata di ottimismo, talvolta. E fu in preda alla ventata di ottimismo che entrai in un negozio di fiori e comprai una dozzina di rose, rigorosamente rosse, per lei.
Sinceramente quando fui sulla soglia di casa mia mi sentii un po’ patetico; ma come? ora suono alla porta, lei mi apre, mi vede con i fiori, le dico che non ho più il lavoro, ma che la amo, che ho una fame tremenda, che volevo gettarmi dal ponte, ma che poi sono stato percorso da una ventata di ottimismo… si, un po’ patetico, ma me ne fregai.
– Perché queste rose? – esordì Eleonora nell’aprirmi la porta.
– Beh,… un pensiero per te!
– Ah,… capisco!… anzi no, non capisco, comunque grazie. Ti ho preparato la cena, stasera esco…- -Stasera esco?! E dove vai? – domandai tra lo sconcerto e l’arrabbiato.
– Tranquillizzati. Vado a cena a casa di Mara. –
– Già, Mara, quella stronza! E ha invitato solo te? Ma che strano, non ti pare? –
– Senti, Lorenzo, per favore, non ho voglia di fare o sentire discorsi stupidi… Mara è una mia amica, non una stronza come dici tu e mi ha chiamata a cena così, per fare due chiacchiere, ha visto che sono un po’ giù e quindi… –
– Ma si, si, vai, vai. Solo che stasera avevo bisogno di parlare, sai è stata una giornata allucinante. – -Che stress che sei! E’ un sacco di tempo che io passo giornate allucinanti, eppure… –
Forse tutto questo discorso non durò neppure un minuto, ma fu proprio in questo breve lasso di tempo che ebbi la certezza dell’impossibilità di ricostruire un qualcosa fra noi, o per lo meno cercare di ricucire questo enorme strappo.
ODIO.
Ecco quello che provai per questa stramaledettissima donna.
ODIO!
L’odio dicono sia la sublimazione dell’amore, e tutto sommato l’odio è pur sempre un sentimento, un sentimento vivo e passionale, sviscerato e profondo come può esserlo l’amore.
Era quindi inevitabile provare una cosa del genere, sempre meglio che quella sua totale indifferenza, quell’apatia che lei aveva per me.
E fu proprio questo che qualche sera dopo mi spinse ad uscire con Clive.
Ci trovammo in un ristorante e per un paio d’ore parlammo delle solite cose, dei soliti problemi, delle solite angosce.
– Fossi al tuo posto – mi disse ad un certo punto – partirei! –
– Come partirei? Partire per un viaggio? –
– No, no, più che un viaggio. Andrei a vivere da qualche parte del mondo, lontano da qui, da lei. · -Dai, non scherzare…! –
– No, non scherzo! Ma scusa, non hai più il lavoro. E questa sarebbe l’occasione giusta per incominciarne uno nuovo, ma dall’altra parte del mondo. Una spinta in più per ripartire, lontano da Eleonora che ti deprime, lontano da questa città che ti opprime, beh, io al tuo posto non ci penserei due volte, ma che hai da perdere? –
– Si, okay, però non saprei neppure dove andare, e che fare! –
Clive stette a pensare un attimo e poi:
– Senti, ti andrebbe New York? –
– New Yorк?! –
– Si, certo, io li ho un sacco di parenti, amici che volendo ti possono sistemare. –
– Va bene, ma che lavoro potrei fare?- – Ma uno qualsiasi! Certo non andresti a fare lo scaricatore al porto, se hai qualche soldo potresti impiantare una nuova attività, che ne so, il classico ristorantino… –
– Ma dai, smettila. Forse quarant’anni fa poteva essere un’alternativa, ma oggi no! –
– Okay, come non detto, però pensaci. Una mano se hai bisogno io te la do volentieri!-
Era certamente un tipo in gamba Clive, pieno di ottimismo e di risorse.
E non si smentì neppure quando uscimmo dal locale.
– Che si fa ora? – domandai.
– Non ti preoccupare, siediti in macchina, allacciati le cinture e… non ti preoccupare. –
Sorrisi, cercando di intuire cosa si nascondesse sotto questo atteggiamento misterioso.
Lo scoprii dieci minuti più tardi, quando ci ritrovammo sul pianerottolo di un lussuoso palazzo io, lui e una bottiglia di champagne.
Suonò il campanello e quando la porta si aprì rimasi esterrefatto: due angeli con i tacchi a spillo, due femmine con la “effe” maiuscola mi bloccarono il respiro!
Clive rise come un matto guardando la mia faccia, ed io feci altrettanto.
– Scegliti quella che vuoi – mi sussurrò e in breve tempo ci ritirammo un po’ ubriachi, ognuno con la propria donna, io in una camera e lui in un’altra. Non ricordo neppure il nome della mia, o forse non lo sapevo proprio, so solo che era davvero bella. La classica tuttacurve da sballo, che farebbe dimenticare ad un condannato a morte quello che lo aspetta.
Sesso sfrenato, sesso senza limiti, sesso perché ne avevo bisogno, sesso per affogare qualsiasi pensiero, sesso perché amavo Eleonora, anzi no, perché LA ODIAVO!!!
Quando rientrai a casa e la vidi, cercai di non provare alcun senso di colpa, e forse realmente non ne provai.
Ma tutto era comunque così strano.
Non l’avevo mai tradita in tutti gli anni trascorsi insieme e l’averlo fatto ora mi faceva sentire felice ed appagato per un verso, triste e vuoto per un altro.
In quel momento i miei pensieri erano un controsenso, ma decisi di non farmi più domande, se era giusto o sbagliato, se era bene o male, se stavo bene o stavo male, perché mettersi sempre e comunque in questione?
La vita era una e valeva la pena di viverla, nonostante tutto.
Quando però prima di addormentarmi sentii il profumo di quella puttana sulla mia mano mi venne un senso di repulsione, di schifo, ed ebbi il rimorso di non averle dato un calcio in culo invecе scoparla. Anzi, dopo averla scopata!
Dopo quasi due mesi “del nulla più totale fra noi” arrivò la fatidica frase del ‘DOBBIAMO PRENDERE UNA DECISIONE…”
Era inevitabile, logico, giusto anche se si sarebbe potuto evitare, in quando senza senso.
Era sbagliato il non cercare, il non voler cercare un compromesso, anche se difficile, per dare un valore al nostro matrimonio. Però è anche vero che se vengono a mancare i sentimenti, non ha ragione di esistere una coppia.
Il lato triste, egoisticamente parlando, era che i sentimenti mancavano a lei!
Amore e odio che fosse, io li provavo!
DOBBIAMO PRENDERE UNA DECISIONE, quindi, ma quale?
E tutto era reso più complicato anche dal fatto che io ero senza un lavoro, e trovarlo in tempo breve risultava più arduo del previsto.
Si giunse alla decisione che io sarei rimasto nella nostra casa e lei sarebbe ritornata dai suoi. Temporaneamente, in attesa di tempi migliori.
Buffo tutto ciò, comunque.
Mi faceva pensare a quella barzelletta o a quegli sketch televisivi dove la lei di turno diceva: “Basta! Ritorno a vivere con i miei!” e se ne andava sbattendo la porta. Non accadde proprio così, nel senso che la porta la chiuse delicatamente, ma ammetto che quando la vidi caricare le valigie in macchina e partire, piansi.
Fui avvolto in quel momento da un senso di totale desolazione.
Mi tornarono in mente, quella sera, tutti i momenti più belli trascorsi insieme, e mi ritrovai tra le mani le fotografie, le nostre fotografie delle vacanze, dei Natali, dei Capodanni, delle nozze!!!
Mi echeggiò la sua voce, che prima di andarsene, disse: – Ma rimarremo buoni amici? –
UN CLASSICO.
Ma buoni amici un cazzo! Le donne la fanno facile con questa frase idiota. Ma rimarremo buoni amici? E’ assurdo, io ti amo, o forse ti odio, mentre io ti sono del tutto indifferente e dove sta quindi il senso logico dei “buoni amici'”?
Trascorsero pochi giorni da quella sera e già mi ritrovai a passare come un cretino sotto casa sua о dove lavorava con la speranza di rivederla, e quel giorno che capitò feci finta di niente, tirai dritto, proprio come fanno i ‘buoni amici”.
Assurdo! Intanto anche la situazione economica incominciava a degenerare e dopo vari colloqui di lavoro andati a vuoto incominciai seriamente a chiedermi che fare.
“Broadway the hard way” cantava Frank Zappa quella sera, mentre cominciavo a mangiare spaghetti, rigorosamente riscaldati come sempre.
Bella musica, bell’ambiente quello, pensai, e se New York fosse davvero un’alternativa migliore a tutto ciò?
Cosa poteva significare andarsene?
Dare un calcio al passato con tutti i suoi problemi e rifarsi quindi una nuova vita, come sosteneva Clive, oppure non avere il coraggio di affrontare la triste realtà e quindi fuggire da tutto e da tutti come un codardo?
Posso capire che il dilemma risultasse un po’ stupido, perché tutto sommato non avevo né rubato né tantomeno ammazzato nessuno, eppure me lo ponevo, mi veniva d’istinto pensare a questo!
Chissà se tutte le persone che si sono trovate in una situazione simile, e presumo siano tante, hanno avuto i miei stessi pensieri?!
“Brodway the hard way” cantava Frank Zappa quella sera e New York era sempre più vicina, come ideale voglio dire!
E fu proprio questo pensiero che nei giorni a seguire mi regalava sempre più euforia… e chi se ne fregava più del dilemma, e che vergogna l’aver pensato al suicidio. Ammisi a me stesso di aver avuto i pensieri più idioti che una persona poteva avere.
Problemi? Si, certo, e chi non ne ha, ma cos’erano i miei in confronto a chi si porta appresso un tumore, o a chi è paralizzato, o chi è cieco!!!
Cristo, ma io ero fortunato, certo che lo ero, e se avevo toccato il fondo, bene… ero pronto a risalire.
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