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La caletta da capire

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Consegna prevista Novembre 2026

Un’isola che non dimentica. Un genio folle che gioca a fare Dio. Un segreto molecolare sepolto nel cuore della roccia. Quando la bellezza incontaminata di Cala Lunga diventa il laboratorio per un’apocalisse silenziosa, solo un uomo capace di leggere tra le pieghe della realtà può tentare l’impossibile.
Gavino Falchi, scrittore di mestiere e investigatore per passione, si ritrova proiettato in una lotta brutale dove la tecnologia più oscura si nasconde dietro una facciata di benessere e serenità. Insieme ad Aurora, custode dei segreti del luogo, e a un manipolo di uomini che non rispondono a nessuna legge se non a quella della lealtà, Gavino dovrà scoprire ed affrontare l’orrore di una mente perversa che minaccia l’intero pianeta.

Perché ho scritto questo libro?

La caletta da capire è nata per caso nell’agosto del 2022, stavo osservando, mentre mi trovavo in acqua, la spiaggia di una caletta di nome Cala Lunga nell’Isola di Sant’Antioco. Mi trovavo li in una giornata di forte maestrale. La storia si è formata nella mia testa e non voleva andare via, continuavo ad alimentarla , soprattutto prima di addormentarmi la notte. Ho deciso allora di scriverla ed eccoci qua.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO I: CALA LUNGA

07 AGOSTO 2022

La giornata si presentava particolarmente torrida, con il sole che picchiava implacabile sul granito, ma era rinfrescata da un fortissimo vento proveniente da nord-ovest. Era il maestrale, il signore indiscusso che spesso batte con vigore le coste dell’isola di Sant’Antioco, in Sardegna, piegando i mirti e agitando il mare aperto.

Data la forza delle raffiche, Gavino Falchi, giornalista in pensione e ormai scrittore affermato di romanzi gialli, decise di cercare rifugio in una delle perle più riparate dell’isola: Cala Lunga. Questo luogo incantevole è caratterizzato dalla straordinaria lunghezza della sua insenatura, un vero e proprio porto naturale dove l’acqua, protetta dalle alte pareti rocciose, resta sempre immobile e piatta come la superficie di una piscina, incurante della tempesta che infuria a pochi metri di distanza, oltre l’imboccatura.

La sabbia, di una grana finissima e compatta, fa sì che nei primi metri — dove la profondità è minima, tra i 50 e i 100 centimetri — l’acqua si intorbidisca facilmente al passaggio dei bagnanti. Tuttavia, procedendo verso il largo o esplorando il fondale roccioso che costeggia i lati della cala, lo spettacolo della limpidezza e della lucentezza cristallina del mare non ha eguali: un azzurro che sfuma nel turchese più puro.

Il parcheggio è l’unico modo per raggiungere la caletta, ma essendo molto piccolo agisce da filtro naturale; ne consegue che la spiaggia non possa mai ospitare grandi folle. Nonostante ciò, lo spazio sembrava comunque affollato, poiché la maggior parte delle persone tendeva a concentrarsi proprio a ridosso della battigia, cercando quel fazzoletto di sabbia bagnata dal mare calmo.

Le pareti a strapiombo ai lati dell’insenatura, composte da una roccia di un bianco grigiastro e straordinariamente modellate dall’erosione millenaria di vento e salsedine, conferivano al paesaggio un senso di antico. Sembrava di trovarsi in una bolla temporale, un tempo infinitamente grande che, in migliaia di secoli, aveva lentamente trasformato e levigato ogni spigolo di quel luogo magico.

L’unico segno tangibile della modernità era rappresentato dal parchimetro automatico nell’area di sosta e da un meraviglioso chioschetto in legno, un’oasi di frescura gestita dalla bella e gentile signora Aurora, che con instancabile cortesia offriva ristoro ai bagnanti per tutto l’arco della giornata.

Gavino, dopo aver trovato miracolosamente un posto per l’auto, recuperò tutto il necessario: il telo mare, un piccolo ombrellone con relativa spiaggina, qualche moneta per l’acqua, il caffè e il sorriso di Aurora, un libro e l’immancabile sacchetta in pelle porta pipa. Quest’ultima era un oggetto d’altri tempi, con una tasca apposita dove custodiva gelosamente un taccuino, una matita ben appuntita, il temperalapis e la gomma.

Arrivato sull’arenile, l’affollamento gli fece storcere un po’ il naso; lui amava il silenzio, ma dopotutto era agosto e non si poteva pretendere la solitudine. Trovò un buco fronte mare e, mentre si sistemava, notò con piacere di essere circondato da diverse belle donne di varie età, alcune in compagnia e altre sole. La spiaggia era decisamente “ben frequentata”, un dettaglio che non mancò di risollevargli il morale.

Si immerse subito per un bagno rinfrescante, concedendosi una lunga camminata verso il largo — dato che la profondità rimaneva costante sui 160 centimetri per gran parte della caletta — e qualche bracciata vigorosa per risvegliare la memoria muscolare. Gavino, d’altronde, era sempre stato un uomo d’azione, dedito a ogni tipo di sport a livello amatoriale.

Uscito dall’acqua, cercò la posizione migliore per dedicarsi alla lettura. Girando lo sguardo verso il lato sinistro della spiaggia, proprio a ridosso della battigia, notò un incavo nella parete di roccia: una sorta di cappella naturale, un piccolo antro che offriva una copertura perfetta dal sole cocente.

Inizialmente decise di restare dov’era, sotto il suo ombrellone in mezzo alla gente. Iniziò a preparare la pipa per la fumata che avrebbe accompagnato le pagine del libro, ma si rese subito conto che, se avesse acceso quel braciere profumato in mezzo a tutta quella folla, le belle “sirene” che lo circondavano si sarebbero trasformate in furie affamate di aria pulita. Non volendo rinunciare al suo vizio né al suo decoro, raccolse le sue cose e decise di trasferirsi con lo sdraietto proprio all’interno di quella cappella rocciosa appena avvistata.

CAPITOLO II: DESTINO?

Il caldo si era fatto soffocante, una cappa umida che rendeva l’aria quasi solida. Lo spostamento di Gavino verso l’ombra fresca della parete rocciosa, pur essendo una mossa strategica, gli era costato una nuova sudorazione. Dopo aver sistemato con cura quasi maniacale il telo, lo sdraietto, il libro e tutto il rituale per la fumata, sentì il bisogno impellente di un secondo bagno.

Entrato in acqua, camminò per una ventina di metri, lasciando che il fresco del mare gli rigenerasse i pensieri. Voltandosi verso la riva per ammirare la prospettiva della cala, vide la signora Aurora uscire dal chiosco. Con la sua solita grazia, si stava avvicinando a due ragazzini — avranno avuto tra i nove e gli undici anni — chiamandoli per nome con voce melodiosa per invitarli a prendere un gelato. “Sempre bella, Aurora,” pensò Gavino, “e sempre un piacere anche solo osservare come si muove, come un elemento naturale di questa spiaggia.”

Finalmente, ora posso concedermi il mio lusso, si disse Gavino tornando a riva. Si asciugò con cura e si accomodò nello sdraietto. La posizione era perfetta: abbastanza distante dai gruppi chiassosi e dalle famiglie, poteva avviare il braciere della pipa senza che il fumo azzurrognolo infastidisse alcuno.

L’unica presenza umana nel suo raggio d’azione era un uomo sulla cinquantina, dalla corporatura asciutta e nervosa, la pelle segnata da numerosi tatuaggi che sembravano raccontare storie di porti e di vita vissuta. Sembrava solo, ma l’occhio clinico di Gavino, allenato da anni di cronaca e narrativa poliziesca, notò un dettaglio: sotto l’ombrellone dell’uomo c’erano altri due teli mare non stesi, ripiegati con cura, mentre lui se ne stava seduto su una spiaggina. Particolari apparentemente insignificanti, che Gavino registrò mentalmente prima di accendere la pipa e immergersi nella lettura.

Il libro, un regalo di Chiara, la sua più cara amica, lo catturò immediatamente. Il tabacco scelto per l’occasione, un Rattray’s Royal Albert, molto umido e complesso, sprigionava boccate dai sentori profondi: legno di cedro, frutta secca, cuoio vecchio e un retrogusto persistente di liquirizia.

Quell’intenso stato di relax venne però frantumato da un tonfo secco, cupo, un boato sordo che fece vibrare il terreno sotto i piedi di Gavino. Contemporaneamente, mentre lo scrittore voltava di scatto lo sguardo verso l’origine del rumore, la spiaggia esplose in un coro di urla strazianti e grida di puro terrore.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Filippo Pinna
Filippo Pinna, Il mio anno è il 1972, nato a Quartu Sant’Elena ma fin da subito trasferito a Uta dove per anni ho vissuto dai miei nonni materni in attesa di una sistemazione definitiva con i miei genitori. La vita in paese mi ha aiutato a conoscere e ad apprezzare le tradizioni sarde mentre lo studio fin dalle elementari a Cagliari mi ha permesso di conoscere tantissime persone delle quali moltissime sono diventate dei veri amici. Sportivo con tante passioni ma nessuno vizio. Della città apprezzo lo svago e la storia ma per vivere non posso stare se non immerso nella macchia mediterranea vicino al mare e col camino sempre acceso in inverno e il barbecue sempre pronto a partire in estate. Una splendida compagna e 2 meravigliosi figli completano la mia persona. Mi sono sempre inventato sul momento le storie da raccontare ai miei figli prima di addormentarsi.
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