ANTEPRIMA NON EDITATA
La tristezza stringeva Claudia forte a sé. Pensieri avvilenti le rimbalzavano da un angolo all’altro del cervello, senza sosta.
Rimanendo stesa sul letto, allungò un braccio in direzione del comodino per afferrare il suo cellulare. Lo prese e controllò l’ora: le 3 e mezza. Si era messa a letto più o meno all’1 e questo significavano che i suoi vani tentativi di addormentamento duravano già da più di due ore. Era decisamente troppo. Ruppe gli indulgi, si alzò, recuperò sigarette e accendino e andò a sedersi sul davanzale della finestra.
Mentre fumava, si godeva sul viso il debole venticello notturno. Era una notte di inizio aprile e finalmente, dopo un inverno particolarmente rigido, la temperatura stava risalendo. Il cielo era particolarmente limpido e all’orizzonte il profilo dei due monti era ben definito, con il Vesuvio che si stagliava imponente sull’adiacente Monte Somma.
Claudia di solito adorava quella vista e adorava il clima di quel periodo dell’anno. Non c’era da illudersi ovviamente però, la risalita della temperatura non sarebbe stata di certo graduale. Massimo un paio di settimane e la gente avrebbe sostituito le lamentele sul troppo freddo con quelle sul troppo caldo.
A dirla tutta, lei anche si lamentava. Si lamentava in particolare della sempre più breve esistenza delle famigerate mezze stagioni. In fondo, pensò, in tutti gli opposti lei preferiva sempre una via a metà strada tra i due. Socrate le avrebbe forse detto che ciò denotava saggezza, ma lei sapeva che in realtà il suo ‘stare nel mezzo’ si connotava principalmente come un non prendere posizione. Sulla scorta di questo pensiero, nella sua mente si innescarono tutta una serie di ricordi che dimostravano il suo non esporsi, la sua tendenza a nascondersi di fronte alle difficoltà e alle scelte che imponevano un out out.
Di fronte alle scelte di solito lei provava in tutti modi a nascondersi, sperando che le cose si sistemassero da sole. Anche nella situazione che viveva adesso, stava evitando di prendere posizione ed anche in questo caso, ne era certa, le conseguenze della sua astensione non sarebbero state positive.
Queste entusiasmanti riflessioni filosofico-esistenziali si bloccarono di colpo, quando l’attenzione di Claudia venne catturata da qualcosa al di fuori della finestra.
Sul marciapiede opposto, l’ultima panchina a destra del viale era poco illuminata perché il lampione che a quell’altezza era spento. Sulla panchina, nella penombra, c’era seduto qualcuno, che lei non avrebbe affatto notato se non fosse stato per una lucina rossa all’altezza della bocca. Cercò di mettere meglio a fuoco quell’individuo che evidentemente stava fumando, ma il massimo che riuscì a capire fu il suo genere. Sì, dalla figura doveva essere un uomo, ma era troppo buio per cogliere altri dettagli.
In ogni caso, la cosa la incuriosì. In quel viale c’erano cinque panchine, e quattro di esse erano perfettamente illuminate, come mai quel tizio aveva scelto proprio l’unica panchina al buio? E comunque perché diavolo era seduto a fumare su una panchina isolata a quell’ora di notte?
Ma anche le riflessioni su quell’individuo e le sue strane abitudini furono interrotte di colpo da un nuovo stimolo. Questa volta si trattava di un rumore proveniente dall’interno della casa. Era una porta che si apriva nel corridoio. Ma nessuno dormiva quella notte?
Claudia si liberò della cicca, usando il posacenere che teneva sul davanzale, attraversò la stanza in punta di piedi e raggiunse la porta. Girò la maniglia con estrema delicatezza per non fare rumore e l’accostò quel tanto che bastava per sbirciare fuori.
Nel corridoio c’erano due persone, un uomo e una donna, che si dirigevano verso la porta d’ingresso dell’abitazione. Nonostante anche queste due figure fossero in penombra, stavolta le erano fin troppo familiari per non riconoscerle.
– Fai piano o sveglierai Claudia! – Era stato l’uomo a parlare e lei riconobbe immediatamente la voce. Era Enrico, il quale camminava cauto alle spalle di Marta, la sua coinquilina.
– Mica è colpa mia se questo pavimento scricchiola? – ribatté lei con asprezza, non mostrando molto interesse a muoversi silenziosamente. – E poi non capisco perché ogni volta dobbiamo fare lo stesso teatrino. Claudia lo sa perfettamente che io e te stiamo insieme e non è di certo una bambina. Perché allora dobbiamo nasconderci come due ladri?
– Lo sai già perché! Lei è tua amica e vivete nella stessa casa. Non mi va che lei pensi che… fai tutto quello che ti pare qua dentro. E poi ti ricordo che io e lei…
– Tu e lei stavate insieme. – completò Marta, con tono piatto. – Lo so benissimo. Ma è passato quasi un anno ormai, no? Non credo che la cosa la sfiori più di tanto. O sbaglio?
Enrico restò in silenzio per qualche attimo, poi rispose placido: – Hai ragione, mi faccio problemi inutili a volte. Ci vediamo domani, ok? Buona notte.
In quel momento, Marta aprì la porta d’ingresso e i due furono investiti da un fascio di luce proveniente dalla strada, il quale permise a Claudia di vederli distintamente mentre si salutavano con un rapido bacio sulle labbra.
Mentre richiudeva silenziosamente la porta della sua stanza, sul viso di Claudia c’era una lacrima.
L’irrequietezza attanagliava la mente di Niko. Fece un’ultima boccata alla sigaretta e poi gettò a terra ciò che ne restava. Per un attimo aveva avuto l’impressione che la ragazza seduta sul davanzale avesse guardato nella sua direzione. L’impressione era durata giusto un attimo, anche perché poi l’aveva vista alzarsi e rientrare.
Inoltre, dopo solo qualche secondo la porta di ingresso della casa si era aperta e quindi il suo sguardo si era spostato verso l’uomo che ne era uscito e che si era diretto verso l’auto parcheggiata poco più in là. Quando l’uomo si era seduto in auto l’aveva visto in volto, ma sapeva già che si trattava di Enrico Giusti.
Il suo sguardo tornò verso la finestra di fronte a lui, ormai chiusa e buia. Probabilmente la ragazza si era messa a letto. Chissà se l’aveva effettivamente notato. Se anche fosse stato, si disse alla fine con un’alzata di spalle, avrebbe solo visto un tizio seduto su una panchina di notte. Di certo non avrebbe potuto intuire il reale motivo per cui lui si trovava lì.
Rimasto senza stimoli su cui concentrarsi, Niko tornò a guardare l’orologio. L’aveva fatto già tre volte negli ultimi 10 minuti. Si rese conto che l’alba era ancora lontana e il pensiero gli attivò automaticamente il desiderio di una ricarica.
Iniziò a tirare su col naso e valutò se ingannare l’astinenza con un’altra sigaretta. Quasi in contemporanea la sua mente si soffermò poi su diversi pensieri. Pensò inspiegabilmente a suo padre, o almeno a ciò che ricordava di lui. Pensò a Marta Solari, il reale motivo per cui si trovava in quel posto. Pensò alla coinquilina del suo obiettivo, e allo sguardo che si era sentito addosso poco prima. Senza alcuna correlazione poi, il pensiero finì come al solito a Lei…
Il rumore di un’auto che passava in lontananza lo fece sobbalzare. Sentì distintamente il suo battito accelerare e lo sguardo gli cadde di nuovo sull’orologio. Non era passato nemmeno un minuto. Decise: aveva decisamente bisogno di un’altra botta. Si frugò in tasca, reperì l’astuccio rigido e lo aprì con cura. Frugando nell’altra tasca tirò fuori il bancomat e una banconota. Con il primo sistemò per bene una generosa quantità della polvere bianca contenuta nell’astuccio, in modo da formare una linea uniforme. Infine, arrotolò la banconota e dopo una rapida occhiata attorno a sé, la portò alla narice e si chino verso l’astuccio.
La noia avvolgeva il cuore di Enrico. Mentre guidava verso casa, ripensava alle parole di Marta. Possibile che sapesse? Negli ultimi giorni la vedeva diversa. Era spesso irritata ed irascibile. La avvertiva fredda nei suoi confronti, ed era capitato più volte che se la prendesse con lui per i motivi più futili. Quale poteva essere il motivo di quel cambiamento?
Ogni volta che aveva provato a chiederle conto del suo cattivo umore, lei aveva ripetuto che non c’era nessun problema e che era solo un po’ stressata a causa del lavoro o meglio dell’assenza dello stesso. In effetti, rifletté Enrico, il tentativo di Marta di diventare un’attrice fino a quel momento aveva dato decisamente pochi frutti. Sì, aveva fatto qualche pubblicità e addirittura anche la comparsa in una fiction. Ma la verità era che la stragrande maggioranza dei provini che aveva fatto avevano portato solo ad un classico le faremo sapere.
Nonostante le sue preoccupazioni lavorative potessero rappresentare un motivo sufficiente a giustificare il recente cambiamento nell’umore di Marta, lui sentiva però che c’era dell’altro. E il modo in cui aveva parlato di Claudia quella sera, gli aveva fatto pensare che potesse sapere… Ma come era possibile? Erano sempre stati così attenti e Claudia non poteva essere stata così stupida da averle detto qualcosa. O si?
No, concluse con un sorriso, non ne avrebbe avuto il coraggio.
Ma allora cosa poteva aver reso Marta così insopportabile all’improvviso? Enrico alzò le spalle, rendendosi conto che di tutta quella roba in fondo non gliene fregava nulla. Probabilmente era la solita storia che si ripresentava puntualmente con tutte le donne. Dopo un po’ iniziavano a diventare noiose, a pretendere più attenzioni, fino a diventare opprimenti. Marta era come tutte le altre a quanto pareva, nonostante la maschera da dura che aveva mostrato fino a un certo punto.
Poco male, pensò. Significava solo che a breve l’avrebbe piantata, se avesse continuato a rompere. Peccato solo dover fare a meno del sesso, ci sapeva proprio fare lei. Avrebbe dovuto accontentarsi di avere di nuovo solo Claudia, constatò con un’altra alzata di spalle. Non era il massimo a letto, ma se la sarebbe fatta bastare, almeno finché non avesse trovato qualcun’altra.
Accantonate le riflessioni su queste banalità, la noia fece posto per un istante alla preoccupazione. La mente di Enrico tornò infatti alla questione che lo inquietava sempre di più, negli ultimi giorni: le lettere.
Quando aveva ricevuto la prima, recapitata al suo indirizzo di casa, non si era impensierito più di tanto. Aveva pensato allo scherzo di qualche deficiente e l’aveva ficcata in un cassetto senza nemmeno leggerla fino in fondo.
Dopo tre giorni però, ne aveva ricevuta un’altra, stavolta allo studio di architettura in cui lavorava. La cosa l’aveva incuriosito e si era preso la briga di leggere tutta la lettera stavolta. Scorrendo il contenuto e la firma, il suo cuore aveva saltato un battito ed era rimasto per qualche secondo a fissarla con occhi spalancati. Ancora una volta però aveva vinto la sua indole razionale, scegliendo di non farsi spaventare da uno stupido messaggio anonimo e tornando a concentrarsi sul fabbricato che stava progettando.
Il giorno prima però era arrivata una terza lettera. Il contenuto e la firma erano gli stessi, ma stavolta veniva menzionata anche Marta, ed era stata recapitata proprio a casa sua. Questo significava che il mittente delle lettere non solo era a conoscenza del suo passato, ma anche della sua vita attuale. Probabilmente lo osservava, seguendo i suoi movimenti, e sapeva quando era a casa, a lavoro o a casa della sua donna.
La terza lettera l’aveva inquietato non poco e stavolta aveva capito che non poteva continuare ad ignorarle. Aveva pensato a come regolarsi e dopo un po’ gli era venuta in mente una possibile soluzione, suggeritagli da un messaggio che proprio Marta gli aveva mandato su Instagram. Nel messaggio, lei aveva condiviso la story di un tizio ridicolo di cui erano soliti ridere insieme, tale Davide Serrano, compagno di scuola di Enrico alle superiori. “Guarda il tuo amico è diventato una guardia” gli aveva scritto Marta, con una faccina sorridente.
Enrico non credeva molto al destino o ad altre cazzate del genere, ma aveva interpretato l’arrivo di quella foto (che ritraeva Davide Serrano in divisa d’ordinanza), proprio nel momento in cui si stava arrovellando sulle lettere, come una sorta di segno divino per risolvere la questione.
Senza pensarci troppo gli aveva mandato un messaggio e chiesto il numero di cellulare. L’aveva chiamato e dopo un po’ di noiosi convenevoli (purtroppo necessari quando non senti qualcuno da 15 anni e hai bisogno di chiedergli un favore), gli aveva spiegato per sommi capi la questione.
All’inizio Serrano non era parso molto interessato o colpito dalla faccenda, gli aveva detto di inviargli una foto delle lettere su WhatsApp, ma in buona sostanza l’aveva tranquillizzato, sminuendo l’apprensione di Enrico con un Sai quante ne ho viste di cose del genere? Alla fine, non succede mai nulla.
Enrico aveva chiuso la telefonata, pensando che il tizio era rimasto lo stesso idiota borioso conosciuto tra i banchi di scuola. Gli aveva comunque mandato le foto delle lettere, senza però aspettarsi un ulteriore contatto da parte sua.
Stranamente invece, appena erano apparse le spunte blu, indicativa della ricezione delle immagini, Serrano l’aveva richiamato. Stavolta era molto serio, quasi allarmato. Sai, gli aveva detto, forse è meglio parlare più con calma della faccenda. Che ne dici se ci incontriamo per un caffè e ne parliamo da vicino?
Enrico era rimasto spiazzato da quell’improvviso cambio di rotta, ma non aveva fatto domande, si era limitato ad accettare l’incontro e a concordare giorno, ora e luogo dell’appuntamento.
Svoltando a destra per il vialetto che portava al condominio in cui abitava, Enrico sbadigliò e poi guardò l’ora. Era tardissimo, e il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi presto per andare allo studio a finire il progetto per un nuovo cliente dello studio, a dir poco puntiglioso. In aggiunta dopo pranzo, avrebbe incontrato Serrano per capire finalmente come regolarsi con quelle maledette lettere, che lo agitavano davvero troppo.
La rabbia alterava il viso di Marta. Dopo essere rientrata nella sua stanza, si era fermata davanti allo specchio, accorgendosi che l’emozione che provava era così intensa da essere evidente sul suo volto. Rimirandosi, si rese conto che aveva cambiato la sua solita espressione: le sopracciglia chiare erano inarcate e una ruga le solcava la fronte. Non c’era più traccia dell’area distesa che aveva avuto negli ultimi tempi. Anche gli occhi azzurri erano diversi. Era svanita la dolcezza che Enrico vi aveva istillato ed erano diventati freddi. Erano di nuovo gli occhi che aveva un tempo.
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