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La lingua che non era mia

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Consegna prevista Dicembre 2026
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Un giovane che perde la sua parola e insieme la sua identità profonda e che non sa di essere al centro di un complotto globale. Una donna dal passato familiare oscuro, pronta a rischiare tutto pur di aiutare il suo uomo. Un disegno di potere che intreccia politica, Chiesa e multinazionali, capace di riscrivere il destino dell’Europa.
Chiara e Luca si ritrovano catapultati in un labirinto che li porta da Roma alla Spagna , dalla Provenza a Tangeri, da Casablanca al cuore del Vaticano, dove il confine tra lealtà e tradimento diventa invisibile.
Sullo sfondo l’assurdità di un piano che vuole cancellare le lingue per uniformare i pensieri e ridurre l’uomo a pedina controllata, mentre il confine tra lealtà e tradimento svanisce.
Un thriller dove l’unica certezza è che non si tratta di un complotto ma della nuova realtà.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per esplorare il potere invisibile che plasma la nostra realtà. Denunciare l’erosione del pensiero critico attraverso la manipolazione del linguaggio: se ci tolgono le parole, ci tolgono la libertà di dissentire. La storia di Luca è il riflesso delle paure sul futuro dell’Europa: lui è il perno di una congiura mondiale che non punta ai confini, ma alle parole, un mondo dove l’omologazione non è più un’ipotesi, ma un piano politico già in atto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Luca quella mattina si svegliò con la gola secca e la testa pesante, come se avesse dormito per giorni, e di certo non per una birra e quattro battute al pub con gli amici. 

La scorsa serata era stata leggera, quasi banale, risate ovattate, il rumore della pioggia oltre i vetri del pub, e i miei vecchi amici – Simone, Andrea e Lele – attorno al solito tavolo vicino al juke-box, che non funzionava mai.

Il pub era uno di quei luoghi che non cambiano, come certi armadi o certi soprannomi, il gestore ci conosceva da anni, e si limitava a servire senza chiedere.

Aveva riso di un video virale, di un vecchio professore, di una multa inventata da Lele per evitare un appuntamento con una ragazza, tutto qui, ma nulla che giustificasse quel malessere.

Nella stanza, avvolto da questo strano disagio, la luce filtrava attraverso le persiane socchiuse disegnando linee storte sul soffitto.

Era la sua stanza, con il suo letto, i  disegni e le foto alle pareti, tutto era al suo posto, eppure niente sembrava familiare.

Chiamò istintivamente la  madre: « Mamá? Dónde estás?».

Rimase immobile, stordito, quelle parole non gli appartenevano, non le aveva pensate, non le aveva scelte, eppure le aveva pronunciate, come se fossero la cosa più naturale del mondo.

Si alzò velocemente, inciampando nelle pantofole, correndo  allo specchio cercando una risposta a quello che stava accadendo seppur senza sapere cosa cercare. S’ interrogava: anche il  volto era lo stesso: gli occhi scuri, il naso leggermente storto, i capelli arruffati, ma qualcosa era cambiato…. dentro!

Aprì la bocca di nuovo, cercando di dire il mio nome, di dire “mi chiamo Luca”, ma quello che venne fuori fu: «me llamo Luca… creo» creo… forse!

Già, forse, perché in quel momento nemmeno questo sapeva più con certezza, quando scorse sul comodino la confezione dei nuovi farmaci, quelli che il medico mi aveva prescritto per le crisi notturne.

Un sospetto iniziò a farsi strada, silenzioso e assurdo, qualcosa  aveva rubato la sua lingua, e forse anche un pezzo di se stesso.

Alle 10:03 la porta si aprì di colpo, non sentii bussare, non serviva: era Chiara, la   futura “novia”, spesso quando la vedeva pensava a quando la conobbe, mi aveva folgorato la lucidità del pensiero e il sarcasmo, una  bellezza algida in compiuta sintonia con il fisico alto e slanciato, una chioma bionda che incorniciava un volto dai tratti felini con zigomi alti e pronunciati, pensai fosse disgustosamente puntuale come sempre.

Ci conoscemmo in un modo che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare né pianificare. 

Non fu un incontro da romanzo rosa, con sguardi che si incrociano tra la folla, ma piuttosto uno di quei momenti casuali che solo dopo, col tempo, acquistano un significato diverso.

Era una giornata di pioggia, una di quelle in cui a Roma il traffico rallenta fino quasi a fermarsi, uscendo in fretta da un bar vicino a Trastevere, urtai una ragazza che cercava di aprire l’ombrello mentre reggeva un libro sotto il braccio. 

Il libro le cadde in una pozzanghera, preso dal senso di colpa, mi chinai immediatamente per raccoglierlo, «mi dispiace tantissimo, colpa mia!» dissi, con l’aria di chi sa di aver fatto un guaio irreparabile.

La ragazza ovviamente era lei, Chiara, e mi guardò con un misto di fastidio e ironia,  «era il mio romanzo preferito, e ora sembra   uscito da un  cappuccino»,  poi, vedendo la mia espressione sinceramente mortificata, aggiunse: «ma non è grave, capita, forse il libro aveva bisogno di qualcosa di eccitante».

Da quel piccolo incidente nacque un dialogo, le offrii un caffè per scusarmi e lei, un po’ per curiosità un po’ per sfida, accettò, seduti uno di fronte all’altra, scoprimmo una naturalezza sorprendente: parlavamo come se ci conoscessimo da tempo, quasi da sempre.

La nostra differenza era nel loro modo di stare al mondo, io cercavo la normalità, la tranquillità di una vita senza scossoni, lei  invece portava dentro di sé un’inquietudine difficile da nascondere, come se fosse sempre pronta a un nuovo inizio, a un salto improvviso. 

Quella differenza, anziché dividerci, ci attrasse: io trovavo in lei un magnetismo che mi scuoteva dalla routine, lei vedeva in me  un porto sicuro, un equilibrio che le era mancato da sempre.

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Col tempo, entrambi capimmo che quell’incontro sotto la pioggia non era stato soltanto un caso, ma una sorta di preludio, e il libro rovinato, ancora conservato da Chiara con le pagine storte e macchiate, è rimasto come un simbolo: un oggetto imperfetto, segnato da un evento imprevisto, ma proprio per questo unico.

« Qué demonios estás haciendo?», dissi tra me e me quando la vidi entrare col passo deciso e l’aria di chi sta per distruggere qualcuno con frasi pungenti, lei cominciò a parlare subito, un fiume di parole in italiano che per me ormai suonavano come una radio sintonizzata male, qualcosa tipo: “Sgrht–blah–buh–telenovela–crash–esperimento sociale–blaaaah”.

La guardai confuso «Qué? Puedes repetir? no entiendo nada…», lei si fermò, mi guardò come se avessi appena confessato di essere un alieno, poi scoppiò a ridere, «Oh mio Dio… oggi parli spagnolo? stai scherzando?» «no estoy bromeando, te lo juro, Chiara», lei fece un’espressione annoiata: “questa è la cosa più assurda che ho sentito da quando mio cugino si è fatto l’orto idroponico in camera”.

Poi si avvicinò e puntò un dito contro «Blah blah–scusa–blah–gioco stupido–blaaaah», disse, almeno credette, fece spallucce e alzò le mani «no te entiendo! Estoy hablando en serio, esto me está matando», Chiara si mise una mano sulla fronte e iniziò a camminare avanti e indietro, capivo solo la sua frustrazione, e un po’ del sarcasmo, quello lo si percepisce in ogni lingua.

Poi tirò fuori il telefono e mostrò qualcosa: un timer, dieci minuti, indicò lo schermo,  credeva volesse dire: “hai solo dieci minuti per spiegarti”.

Chiara sbiancò, guardò me, poi il telefono, poi ancora me, poi disse qualcosa di breve, suonava molto come: “Ma che caz…”, fece per sedersi ma non trovò la sedia, quindi si accasciò sul divano con l’aria di chi ha appena capito che la realtà è andata a farsi benedire.

Arrivati sotto lo studio del medico, in una palazzina anni Trenta tra Via Mameli e Via Morosini, ci fermammo.

Un attimo di sospensione, come prima di aprire una porta che sai non richiuderai nello stesso modo, «pronto?» chiese Chiara al citofono, una voce meccanica rispose.

Salirono.

Fuori, la città continuava a muoversi, dentro di me qualcosa stava per cambiare ancora.

Il dottor Stefano Costanzo, il mio medico di famiglia, ci ricevette senza appuntamento, si sedette davanti a me.

Non era un tipo anonimo, al contrario, sempre ben vestito, abbigliamento ricercato, e una piacevole cornice di essenza di colonia diffusa con i  suoi movimenti.

Sino ad oggi confesso non c’era nulla che mi avesse colpito particolarmente in lui, anzi se mi fossi soffermato a ripensare di che colore avesse gli occhi o quale abito indossasse l’ultima volta che lo avevo incontrato, non avrei saputo rispondere con certezza.

Ora improvvisamente mi ritrovavo a studiarlo minuziosamente, con tutta l’attenzione che si riserva alle spiegazioni delle cose più interessanti e importanti, del tipo: osserva come devi aprire il paracadute dopo il lancio.

Il dottor Costanzo dopo aver ascoltato un breve resoconto di Chiara iniziò, sfogliando le carte, a farmi delle domande, io risposi in spagnolo, sempre in spagnolo.

«E’ impossibile…» mormorò, prendendo appunti con la fronte aggrottata: «Luca non ha mai studiato lo spagnolo, vero?» Chiara scosse la testa, visibilmente turbata, «mai, è andato appena una volta a Barcellona in gita, due anni fa, ma niente di più».

La prima volta che usai il Traduttore di Google fu nel pomeriggio per dire a mia madre che stavo male. Le scrissi in spagnolo: “Mi cabeza no está bien, no entiendo nada en italiano, necesito ayuda”.

Tradussi in italiano, lessi il testo, poi lo copiai in un messaggio e glielo inviai.

Lei mi rispose subito, preoccupata: “ok amore, calmati, sto tornando”.

Ebbi la sensazione che qualcuno mi capiva davvero, non per gentilezza, non per intuizione, ma perché avevo trovato un ponte tra il mondo che avevo dentro e quello fuori.

Da quel momento cominciai a usare il traduttore per tutto, per chiedere il pane, per capire le etichette dei farmaci, per rispondere ai messaggi degli amici, e soprattutto, p Eravamo seduti al tavolo della cucina, tra biscotti mezzi mangiati e fogli pieni di appunti scarabocchiati da Chiara, io con il telefono in mano, Google Traduttore aperto come una bussola in una giungla.

«Ok» disse Chiara parlando nel microfono, «ricominciamo dal nome», il farmaco si chiamava Neuroval 3R, una scatola grigia, etichetta blu, codice a barre regolare, con prescrizione del dottor Ferretti, tutto sembrava in ordine, almeno apparentemente,  quindi digitai: “Neuroval 3R – efectos secundarios – reemplazo de idioma”, nulla, nessun risultato rilevante.

er parlare con Chiara.

Le risposte, a volte, arrivano da lontano, da persone che hanno cercato in ogni modo di dimenticare, Chiara la trovò la serata seguente.

Piegata sul computer portatile, con il viso illuminato solo dalla luce dello schermo e le dita che correvano sui tasti come se sapessero esattamente dove cercare.

Si era iscritta a un gruppo chiuso, un forum vecchio stile, in cui gli utenti si firmavano con nomi incompleti e scrivevano messaggi criptici, il tipo di posto dove chi scrive lo fa solo se non ha nessun altro modo di parlare.

Lì, in mezzo a lamentele e voci di laboratorio, qualcuno mesi prima aveva lasciato un messaggio che sembrava scritto per lei, “ho lasciato Neuraxis nel 2022, non per scelta, ma per istinto di sopravvivenza. Se qualcuno legge questo, e ci ha lavorato anche solo un giorno, sa di cosa parlo”, firmato: M., geolocalizzazione attuale: Valencia-Spagna.

Chiara gli scrisse, una volta, due, infine  una terza.

M rispose solo dopo cinque giorni.

“Non ti conosco, ma se Luca Moretti è coinvolto, non è un caso”, era la prima volta, da quando tutto era cominciato, che qualcuno pronunciava il nome di Luca senza che fosse lui a doverlo spiegare, e senza bisogno di traduzioni.

“M” era Matteo, viveva a Valencia da alcuni anni, ufficialmente come ricercatore indipendente nel settore farmaceutico. In realtà, aveva lasciato dietro di sé un passato denso di ombre: era stato un biologo in una multinazionale, la stessa che aveva messo in circolazione il farmaco somministrato a Luca.

Quelle reazioni, quei sintomi non erano casuali: erano la traccia viva di un progetto che lui stesso aveva contribuito a sviluppare, prima di rendersene conto e tirarsi indietro, aveva visto troppo, e a un certo punto aveva deciso di sparire: cambiare nome, città, vita. Ma i fantasmi del passato spesso ritornano.

Matteo aveva accesso a un archivio sotterraneo di dati, che era riuscito a copiare prima di fuggire dalla multinazionale, dentro quei file erano riportati i nomi dei soggetti “mappati” come potenziali candidati o vittime dei test indiretti. Il nome di Luca non compariva esplicitamente, ma incrociando gli eventi, i referti medici e le anomalie nelle prescrizioni, Matteo aveva collegato i puntini.

Nell’aeroporto Chiara teneva lo zaino sulle spalle come se contenesse esplosivi, in un certo senso era così, dentro, ben nascosta nella fodera laterale cucita a mano, c’era la chiavetta USB di Matteo.

 «Signorina Chiara venga con noi, è una questione di sicurezza», «non vi seguo da nessuna parte,  lasciatemi», un colpo secco, non forte ma ben piazzato, alla base del collo, Chiara cadde, non svenuta ma stordita, prima che potesse gridare, sentì un pizzico sfiorarle la pelle, il mondo girò, come una giostra a vuoto, poi tutto buio.

Quando riaprì gli occhi la luce le bruciava le pupille, era sdraiata su un sedile in pelle sintetica, le mani legate con delle fascette, la bocca asciutta, non c’era finestrino, solo il ronzio continuo del motore di un furgone e il rumore delle ruote sull’asfalto, si trovava in movimento.

Di li a poco sarebbe stata liberata da Valerio e la sua vita cambiata per sempre.

Chiara e Valerio lasciano la città a bordo di una vecchia Jeep senza targa, diretti verso una destinazione incerta per sfuggire a un’organizzazione ombra. Valerio dimostra una conoscenza profonda delle “zone grigie”: rivela che il progetto Neuroval non è più sotto il controllo governativo, ma gestito da cluster di ex militari e scienziati espulsi per motivi etici che operano come società fantasma.

Durante il viaggio verso il confine francese, la tensione tra i due è palpabile. Valerio ammette di non aver fatto parte di questi cluster, ma di averli studiati a fondo. Per seminare eventuali inseguitori, utilizzano tattiche di depistaggio: gettano i cellulari in un fiume e inviano una posizione falsa a Luca, un contatto monitorato, sperando di guadagnare tempo. In una sosta in Francia, emerge la motivazione di Valerio: aiuta Chiara perché lei possiede una “fiducia cieca”, una capacità di credere nelle persone che lui considera ormai rara. Tuttavia, la tregua è breve: un segnale radio criptato indica attività del cluster LUX-V vicino a Terni, in Umbria. Capendo che l’obiettivo (un uomo non ancora identificato chiaramente nel testo) è stato spostato lì, i due invertono la rotta verso l’Italia. 

Spinto da un’intuizione legata al nome “Tangier” intanto Luca decide di lasciare l’Italia. Durante un viaggio in FlixBus verso Firenze, accade un fenomeno inquietante: ascoltando una ragazza parlare in arabo, l’uomo si accorge di comprendere la lingua perfettamente, nonostante non l’abbia mai studiata. È il primo segno tangibile degli effetti del progetto Neuroval sulla sua mente.

Riesce a imbarcarsi su un volo da Bologna per Tangeri. All’arrivo in Marocco, viene prelevato da un uomo misterioso che lo conduce in una casa sicura. Qui trova un messaggio profetico: “Ogni lingua è una porta, ma alcune chiavi aprono più di una stanza”. La sua identità si sta frammentando e le lingue nella sua testa iniziano a sovrapporsi. Mentre il fuggitivo è in volo, Chiara e Valerio trovano rifugio in un modesto hotel e analizzano i dati criptati della chiavetta USB in loro possesso:  Tangier non è solo un luogo geografico, ma un nome in codice per un server o un’interfaccia remota, identificano il creatore scientifico del sistema, il Professor Michel Rivière, un esperto di “neuroplasticità forzata” e “dissociazione linguistica”. Valerio scopre che il professor Rivière vive sotto falso nome (Dr. Mihtunzen, dentista) in una villa ad Apt, in Provenza. Nonostante la stanchezza, Chiara è pronta a ripartire immediatamente, ma Valerio impone una sosta strategica per cambiare auto e alloggio, spostandosi nel borgo fiabesco di Pontecuti per restare irrintracciabili. L’obiettivo è chiaro: raggiungere Rivière in Francia per trovare le risposte definitive sul condizionamento. L’uomo, inizialmente ostile, cede quando Chiara menziona Luca e gli effetti devastanti del trattamento. Rivière rivela la natura terrificante di Neuroval: non è solo un potenziatore della plasticità cerebrale, ma un sistema di “ingegneria del trauma”. Prima di congedarli, consegna loro un disco rigido con il protocollo originale, l’unica chiave per disattivare il sistema. Destinazione Tangeri: Dopo una corsa notturna verso Marsiglia e un volo per il Marocco, i due atterrano a Tangeri. Qui vengono accolti da Sofiane, un autista eccentrico e filosofo che, con una vecchia Mercedes e un umorismo tagliente, li conduce verso un riad a Cap Spartel. Sofiane si rivela un alleato prezioso: non solo stempera la tensione con i suoi racconti mistici, ma procura loro i badge necessari per l’infiltrazione. Nel riad, l’atmosfera sospesa tra il blu cobalto e il profumo di menta favorisce un momento di rara verità tra Chiara e Valerio. Dopo mesi di menzogne e pericoli, i due si lasciano andare a un momento di intimità, un atto di ribellione umana contro la freddezza della missione che li aspetta. Utilizzando identità false Chiara e Valerio si infiltrano nella struttura sotterranea della Tangier Technologies. Per due giorni operano come bio-analisti, mantenendo un profilo basso e monitorando i dati neurali. La scoperta è agghiacciante: trovano traccia di un profilo attivo denominato “L-Montero”. Un file audio registrato rivela la voce di Luca che avverte: “Se mi ascoltate, non fidatevi del mio prossimo messaggio, non sarò io”. La sua seconda personalità sta prendendo il sopravvento. Durante l’infiltrazione, Chiara incontra Hana, una donna misteriosa dal portamento militare e lo sguardo penetrante. Hana non è una nemica, ma una vittima del sistema: sua madre morì anni prima a causa degli stessi esperimenti farmacologici oggi perfezionati in Neuroval. In un confronto drammatico su una terrazza della medina, Hana sgancia una bomba emotiva: il padre di Chiara, Giulio Negroni, era uno dei finanziatori e protettori del progetto. Messa alle strette, Chiara confessa il suo passato a Roma, descrivendo una casa dominata dal potere freddo del padre, un uomo di geopolitica e segreti inconfessabili. Chiara racconta di come, ancora adolescente, avesse percepito la pericolosità dell’uomo e avesse tentato invano di denunciarlo , quella denuncia cadde nel vuoto, soffocata dalle influenze del padre, ma segnò l’inizio della sua resistenza privata: un diario segreto dove annotava ogni mossa di Giulio. La rivelazione di Hana trasforma la missione di Chiara in un atto di espiazione e vendetta personale. Non si tratta più solo di salvare Luca, ma di distruggere l’eredità di sangue lasciata da suo padre. Hana, mossa dallo stesso desiderio di giustizia per la madre, decide di unirsi definitivamente a loro. Il riassunto si chiude nel cuore della notte, alle 2:42 del mattino. Con il personale della struttura ridotto al minimo, Chiara, Valerio e Hana si preparano all’azione definitiva: scendere ai livelli più profondi del complesso per recuperare Luca e caricare il protocollo di Rivière La fuga dalla struttura sotterranea scatta con un “Codice Orange”. Chiara e Luca si ritrovano intrappolati mentre il sistema avvia l’isolamento neurale. In questo momento critico, emerge la prima anomalia: Luca guida Chiara attraverso i tunnel parlando in spagnolo, poi sblocca porte di sicurezza sussurrando codici in arabo. La sua mente è ormai fusa con l’architettura digitale di Tangier. Raggiunti da Hana a bordo di una jeep, il gruppo fugge verso Casablanca. Durante il tragitto, Hana rivela che la disconnessione fisica non ha interrotto quella mentale: Luca è “connesso”, il suo cervello emette segnali come un’antenna. A Casablanca, in un clima sospeso tra la festa dell’Eid al-Fitr e la tensione dell’inseguimento, incontrano Rachid Ben Salah, un semiologo diventato giornalista d’inchiesta, l’unico in grado di decifrare il disco rigido di Rivière. Nel rifugio di Rachid, la verità emerge in tutta la sua crudeltà. Il progetto Tangier non è solo un esperimento, ma una rete di “interfacce neurali mobili”: persone usate come hard disk viventi. Il sistema viene  temporaneamente sconfitto, ma la rete si è “svegliata” e ora dà loro la caccia. Chiara si trova faccia a faccia con l’uomo che credeva morto da undici anni: suo padre, Giulio Negroni. Non è solo un finanziatore, ma l’architetto del sistema, che ha finto la propria morte per diventare parte integrante della rete. Giulio rivela che Luca è stato usato solo come esca per attirare lei: la mappa neurale di Chiara è la chiave finale. In un confronto brutale, Chiara rinnega definitivamente il padre, dichiarando di essere lì per distruggere ogni traccia della sua esistenza. La lotta non è più solo per la sopravvivenza, ma per l’identità stessa di Chiara. Chiara e Luca tentano di costruire una normalità a Roma. In una casa che profuma di legno vecchio e caffè, nasce il piccolo Elia. Il ritorno dall’ospedale in una calda giornata di marzo segna l’inizio di una fase di iper-vigilanza e “sterilizzazione” maniacale degli ambienti, dettata dal trauma mai del tutto superato. La nascita del bambino funge da catalizzatore per una difficile riconciliazione familiare. La madre di Chiara riappare con un gesto discreto: il restauro della culla di vimini che era stata di Chiara stessa. Questo oggetto diventa il ponte per ricucire un rapporto spezzato dal silenzio. La nonna entra in punta di piedi nella vita della nuova famiglia, offrendo presenza e un quaderno di memorie, senza pretese, aiutando Chiara a riaccettare una figura che sembrava perduta nel tempo. Tre anni dopo, Elia rivela già una natura insolita. È un bambino magro, quasi trasparente, dotato di una memoria prodigiosa e di una percezione dei sensi elevatissima. Non gioca come gli altri; smonta la realtà con lo sguardo. Ma la vera inquietudine nasce quando Elia inizia a parlare di una “voce” che lo corregge nei sogni, suggerendogli termini complessi e intuizioni adulte. Chiara, tormentata dal dubbio, scava nei vecchi file di Casablanca e trova un audio inquietante: “l’apprendimento è continuo… dove il linguaggio è puro”. Il timore è che l’eredità semantica di Neuroval e delle sperimentazioni del nonno Giulio sia passata al bambino non per genetica, ma per una sorta di risonanza neurale. Elia non è solo un genio; è un “ricevitore” di flussi di informazioni che gli adulti non riescono a percepire. A quattordici anni, Elia entra al prestigioso liceo Virgilio. Diventa subito “il professore”, capace di correggere i docenti su Hegel o sul greco antico. Tuttavia, la sua intelligenza non è pedanteria, ma una ricerca ossessiva della verità. Elia confessa alla madre di riuscire a leggere le menzogne: percepisce il respiro, il tempo di reazione e i micro-movimenti di chi ha davanti. La diversità di Elia , atti di eroismo involontario che però attirano l’attenzione di figure oscure. Chiara riceve una telefonata , è il segnale che il passato è tornato: le agenzie e i poteri che ruotavano attorno a Tangier Technologies hanno messo gli occhi sul ragazzo. La consapevolezza che Elia sia diventato un bersaglio porta Chiara e Luca a una decisione straziante. Roma è diventata una trappola di sguardi. Per salvare il figlio dal diventare un esperimento di laboratorio o uno strumento di potere, decidono di allontanarlo. In questo momento di crisi riappare Valerio Hoggest, l’alleato di sempre. Valerio offre la sua rete di contatti internazionali per rendere Elia “invisibile”. Il piano è mandarlo a studiare all’estero, sotto falso nome, in un ambiente protetto dove nessuno conosca la sua vera origine. Nonostante il dolore di separarsi da un figlio di soli quattordici anni, Chiara e Luca accettano: è l’unico modo per garantirgli una vita libera dalle “zone buie” del passato. Elia, con la maturità che lo contraddistingue, accetta il suo destino, consapevole che la sua diversità richiede un sacrificio per diventare, un giorno, ciò che è destinato a essere. Il peggio purtroppo dovrà ancora arrivare.

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Franco Castoro
Incarna un profilo di rara ecletticità, unendo rigore accademico e impegno sociale a una spiccata sensibilità artistica e narrativa.
Arredatore di formazione, focalizzato dapprima sugli interni quindi sull'urbanistica sostenibile, ha riversato la sua esperienza in un apprezzato saggio tecnico dal titolo “Piacere Ligneo“.
Il suo vivo interesse per le dinamiche globali lo ha portato a conseguire una laurea in Scienze Politiche e un Master in Relazioni Internazionali, arricchita da vaste esperienze di viaggio nel mondo, confluite sia nel suo attivismo che nel suo lavoro creativo.
Presidente e fondatore di una ONLUS dedicata alla salvaguardia del territorio, promotore di iniziative culturali, è Membro del MoMA di New York.
Con "La lingua che non era mia" apre al pubblico, con un thriller psicologico, la porta della sua dimensione più intima e letteraria.
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