Dopo una relazione finita male, Giada prende una decisione che la allontana dalla famiglia, più attenta all’apparenza che alla verità, e la costringe a costruirsi un equilibrio fragile.
Leo ha trentacinque anni, lavora sottopagato in un bar e vive ancora con i genitori, in un rapporto fatto di silenzi, aspettative mancate e di una distanza che non riesce a colmare.
I loro destini si incrociano quando Leo decide di andare a vivere da solo e diventa coinquilino di Giada: due solitudini che si riconoscono e provano a sostenersi. A questo equilibrio precario si aggiunge Stefano, una presenza ambigua, capace di avvicinare e confondere, mettendo in discussione ciò che entrambi credono di desiderare.
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Giada tirò le lenzuola a sé, abbracciata al dolce tepore del risveglio. Era ancora a letto quando il cellulare sul comodino iniziò a vibrare. Quasi infastidita rispose al messaggio, inventandosi una scusa per liquidarlo velocemente.
Non posso, ho da fare
C’era il sole fuori e dopo colazione poteva andare a fare una passeggiata al parco. Magari provare quella nuova pasticceria vicino a casa, sedersi lì a un tavolino e assaggiare qualche dolcetto alla crema.
Peccato, avevo bisogno di te
Giada sbuffò. In fondo, anche Dio si era riposato il settimo giorno, i suoi clienti avrebbero compreso. Non c’era niente di così prioritario da dover rimanere reperibile anche la domenica.
Il cellulare tornò a vibrare.
Allora ci sentiamo domani mattina? Se non hai una giornata piena, posso passare direttamente verso le nove…
Avvertì crescere in lei la necessità impellente di impostare la segreteria telefonica.
Domani sarò molto impegnata a casa e non sarò operativa. Ci aggiorniamo per martedì mattina e, se farai il bravo, ti farò uno sconto
Pensando a lui, sembrava tutto così buffo e surreale. Un uomo molto timido, agli inizi, che si faceva problemi per tutto. Ricordava ancora l’imbarazzo del primo incontro, davanti a un fast food.
«Ciao… sei Giada? Sono Mirco.»
Lei si affacciò al finestrino e annuì, prima di salire in auto.
«Ti ho riconosciuto per la foto che mi hai inviato e per la descrizione dell’auto, ma… mi avevi detto di chiamarti Giuseppe…»
«Ops…» aveva detto lui vergognandosi. «Sai, non dico mai il mio vero nome… per discrezione» aveva aggiunto indicando la fede al dito.
Giada si era messa a ridere ed era salita in auto.
Si erano fermati in aperta campagna, in mezzo alle vigne. Nessun lampione nei dintorni e guardando fuori dal finestrino si potevano scorgere le stelle. Negli anni, era stata lei a evolverne il lato sessuale. “Sono di tua proprietà” usava dire spesso ai clienti. Sapeva che questo disinibiva, e anche con Mirco aveva funzionato; ma a quel tempo non si faceva ancora pagare.
Sarà meglio cambiarle, pensò annusando le lenzuola. Le tolse dal letto, le spinse nel cestello della lavatrice e caricò la vaschetta del detersivo. Rigorosamente di Marsiglia, l’unico profumo che le piaceva sentire quando si addormentava.
Quel giorno doveva anche pensare a pulire casa. La cucina era un disastro e c’erano piatti accumulati nel lavello da almeno due giorni. Per la teiera sarebbe bastato un risciacquo, ma considerando che non aveva nemmeno più tazze o cucchiaini puliti, la sua idea di fare colazione fuori diventò più concreta.
Si accese una sigaretta e avviò il computer. Più per inerzia che per reale bisogno.
Ciao, mi chiamo Stefano e ho trentadue anni. Ho visto il tuo annuncio e sembra interessante… Quando sei libera per un incontro? Potrei passare domani nel tardo pomeriggio. Fammi sapere se per te va bene. Ti lascio foto e contatti come richiesto.
A presto,
Stefano
Giada, negli anni, aveva notato come il primo messaggio dei clienti fosse spesso molto simile. Partivano in punta di piedi, come se non volessero disturbare e non sapessero che pagando potevano ottenere tutto, o quasi. Aveva appena rifiutato Mirco, ma questo era nuovo, conveniva non farlo aspettare troppo. Così decise di controllare la sua agenda. Per il giorno dopo poteva andare bene e rispose fissando l’incontro per le cinque del pomeriggio.
D’un tratto un graffio alla gola le ricordò che doveva andare a comprare qualcosa in farmacia. Deglutire era ancora un’impresa, nonostante il dolore iniziasse ad attenuarsi. La settimana precedente uno dei suoi clienti era stato un po’ troppo veemente durante un lavoretto di bocca. Tipico dei ventenni, così vogliosi di dimostrare che loro aprono, sfondano, superano quel limite che li riporta a uno stato quasi animale. A detta loro. Per Giada era solo una fatica.
Un caso simile le era capitato nei primi tempi. L’aveva battezzata “tonsillite da pompino”. Era stata tutta la notte a sudare in macchina con un tipo raccattato in un locale del centro. In quel caso, le era venuta anche la febbre, quasi quarantuno. Era convinta di aver preso l’HIV e che ormai fosse tutto finito. Aveva immaginato già le scene del suo funerale. Tutti i suoi clienti, almeno quelli più affezionati, a fare commenti poco garbati per l’occasione: “D’altronde, a fare la troia si finisce sempre male”. Per non pensare alla sua famiglia, che avrebbe scoperto il suo vero impiego. Per loro, faceva le pulizie per una cooperativa. In fondo, non era totalmente una bugia; ripuliva i suoi clienti dalla frustrazione.
«Ha le tonsille viola. Ci credo che non le scenda la febbre» era stato il responso del medico quella volta. Tre giorni di antibiotici e poi tutto era passato.
Da allora aveva attuato una vera e propria strategia: lavarsi i denti prima e dopo averlo fatto, ma soprattutto sciacqui col collutorio. Sempre dopo, ovviamente. Questo stratagemma a volte funzionava, altre volte doveva essere accompagnato da un uso massiccio di pastiglie per la gola. Il farmacista sotto casa ormai scherzava su quella dipendenza.
Forse doveva provare con lo spray al propoli. Enrico lo usava spesso, visto il continuo consumo di sigarette che gli infiammavano la gola. A qualcosa serviranno pure gli ex, pensò Giada.
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