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La zona in nero – Episodio Tre

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Consegna prevista Dicembre 2026
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Dopo una fuga rocambolesca, Federico, Martina, Rebecca, Franco e il Taglia pretendono risposte. Il Professore sa molto più di quanto voglia ammettere, e il tempo stringe: lo Scarnificatore è ancora libero, e ogni esitazione può costare una vita.

Costretti a nascondersi, braccati dalla paura e dai dubbi, i cinque amici si ritrovano coinvolti in un gioco più grande di loro. Un’antica organizzazione che opera nell’ombra. Un oggetto misterioso affidato alle loro mani. Un passato che affonda le radici in secoli di sangue e segreti.

Ma la vera domanda è un’altra: stanno davvero dando la caccia a un uomo… o a qualcosa che dell’umano conserva soltanto l’odio?

Nel capitolo conclusivo della trilogia, tra paura, coraggio e sacrificio, i cinque dovranno scegliere fin dove sono disposti a spingersi per fermare ciò che non dovrebbe esistere. Lo scontro finale prende forma e li attende. Saranno pronti?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto La Zona in Nero per esplorare il Male come presenza che abita anche dentro di noi. Volevo raccontare la forza dell’amicizia quando tutto sembra crollare, il coraggio di persone comuni davanti all’ignoto e la scelta – difficile, quotidiana – di non lasciarsi contagiare dall’oscurità. È una storia di paura, ma soprattutto di amicizia, responsabilità e speranza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

L’uomo, seduto davanti ai cinque amici al tavolo di quel locale affollato di gente nel  centro di Milano, sembrava aver recuperato completamente la calma. Al contrario, i suoi interlocutori erano scossi e spaventati, e lo fissavano con sospetto e timore.

“Sodalizi, professori… Un po’ troppo mistero per convincerci di non avere qualcosa da nascondere.” Osservò Federico, con espressione dura e diffidente sul viso.

“La sicurezza e, di conseguenza, la riservatezza sono fondamentali nel mio lavoro. Ad ogni modo, mi rendo conto che, in questo momento, tali necessità cozzino contro la vostra giusta e naturale preoccupazione per la vostra, di sicurezza.

Vi faccio però notare che ho accondisceso alla vostra richiesta di parlare in un luogo pubblico affollato e vi ho consegnato le armi che erano in mio possesso in una situazione in cui voi avete un vantaggio numerico di cinque contro uno…”

“Beh questo non mi pare un grande sforzo.” Lo interruppe Franco. Noi non abbiamo dimestichezza con le armi, al contrario di lei. Inoltre mi sembra che, a giudicare da quello che è accaduto prima alla villa, non se la cava poi male nelle situazioni di inferiorità numerica.”

Il Professore sorrise. “La ringrazio per l’apprezzamento. Tuttavia vorrei rilevare che, almeno la signora Colombo, in quanto Vicecomandante della Polizia Locale non è sicuramente priva di dimestichezza nell’utilizzo delle armi da fuoco. Inoltre siete tutti e cinque molto più giovani di me, in condizioni di buona forma fisica e alcuni di voi hanno anche familiarità con le arti marziali. Se ci mettiamo anche che, a differenza di poco fa, nella villa, non ho a mio vantaggio il fattore sorpresa, direi che non avete nulla da temere dal sottoscritto.

Ma non mi aspetto che vi fidiate per questo. Mi aspetto che lo facciate dopo che vi avrò fatto parlare con un esponente delle forze dell’ordine, in modo che possiate sporgere denuncia.”

“Certo che dobbiamo parlare con le forze dell’ordine. E pure in fretta!” Disse Federico, spazientito. “E come fa a sapere queste cose di noi?”

“Come ho detto, per conto della mia organizzazione, sto indagando sullo Scarnificatore e su alcune cose ad esso collegate. Ad un certo punto nelle mie indagini siete comparsi voi, di conseguenza ho dovuto raccogliere informazioni anche sul vostro conto. Quello che non sono riuscito a scoprire è il motivo per cui vi siete messi a fare i detective, ed è quello che mi piacerebbe sapere da voi.”

“Chi dice che ci siamo messi a fare i detective?” Federico rispose con una domanda.

“E anche se fosse, perché dovremmo raccontarlo a lei?” Aggiunse Martina.

“Poco fa avete ammesso di aver cercato informazioni sulle vittime dei delitti.”

“C’è una bella differenza fra questo è fare gli investigatori.” Obiettò Rebecca.

“Dipende da quanto è approfondita la ricerca. E a me risulta che la vostra sia stata parecchio approfondita.” Il Professore guardò i suoi interlocutori ad uno ad uno. “Io sto giocando a carte scoperte. Vi ho detto cose che normalmente tendo a mantenere riservate. Mi farebbe piacere che faceste lo stesso con me. Per rispondere alla vostra ultima domanda: dovreste raccontarmi quello che avete fatto perché abbiamo lo stesso fine: scoprire la verità su questi delitti.”

“Spero non se ne abbia a male ma, se dobbiamo parlare con qualcuno, quel qualcuno sono le forze di polizia.” Insistette Federico. “Credo che aver rischiato la vita ci abbia definitivamente tolto la voglia di occuparci di certe cose. Dobbiamo proteggere noi stessi e le nostre famiglie.”

“Sono d’accordo.” Affermò il Professore. “Infatti la mia proposta è questa: incontriamo insieme un ufficiale dei Carabinieri a cui voi potete raccontare la vostra storia e sporgere denuncia. Una volta fatto questo voi concedete di rispondere ad alcune mie domande e, una volta che abbiamo terminato, non vi disturberò più e potrete fare tutto quello che i Carabinieri vi diranno di fare per mettervi al sicuro. Può andare per voi?”

I cinque amici parlottarono tra loro per qualche momento, poi Rebecca disse: “Potrebbe anche andare, ma vorremmo un chiarimento: lei ha detto che farà venire un ufficiale dei Carabinieri. Che vuol dire? Non andiamo noi in caserma?”

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“Se andassimo subito al comando, loro prenderebbero in carico la denuncia e tutto quello che ne consegue. Invece io ho bisogno di farvi alcune domande prima che i Carabinieri entrino nella partita con tutte le scarpe.

Se facciamo come dico io, voi vi mettete sotto la protezione delle forze dell’ordine e io guadagno un po’ di tempo per potermi muovere.

“Cioè, voi del Sodalizio non operate in modo legale?” Volle sapere Martina.

“Certo che agiamo legalmente. Il fatto che i Carabinieri ci vengano incontro facendoci un favore lo testimonia. E solo che, per il tipo di indagini che svolgiamo, abbiamo bisogno di uno spazio di manovra che non sempre è compatibile con la burocrazia.”

“E se vi dicessimo no grazie, e c’è ne andassimo da soli dai Carabinieri?” Chiese Federico, in parte provocatorio, in parte serio.

“È una possibilità che sicuramente avete.” Concesse il Professore. “In tal caso però, dovreste giustificare ai militari la vostra presenza all’interno di un’abitazione privata, le vostre indagini non autorizzate e inoltre le modalità con cui siete riusciti ad uscire dalla brutta situazione in cui vi siete ritrovati. A quel punto i Carabinieri dovrebbero comunque convocare me. Avreste lo stesso risultato con un bel po’ di seccature in più. Senza contare che non avreste la possibilità di sciogliere qualche vostro dubbio sulla faccenda che vi sta tanto a cuore.”

“Cioè?” Franco voleva essere sicuro di aver compreso i sottintesi dell’uomo misterioso.

“Cioè, se voi rispondete alle mie domande, io potrei rispondere a qualcuna delle vostre.”

“Spera di far leva sulla nostra curiosità ora?” Chiese Federico. C’era un che di ironico nella sua voce. “Mi dispiace deluderla, ma abbiamo esposto noi e i nostri cari al pericolo per colpa della nostra curiosità. Non abbiamo intenzione di fare ancora lo stesso errore.”

Il Professore annuì. Appariva un po’ deluso, tuttavia non sorpreso. “È comprensibile, ed è vostro pieno diritto. Tuttavia, se la vostra curiosità non vi smuove oggi, potrebbe ripresentarsi domani. E, più ancora di essa, potrebbe essere il pensiero di non aver dato il vostro contributo a far cessare i delitti, a farsi sentire in futuro. Se lo Scarnificatore ucciderà ancora, siete sicuri di volervi trovare di fronte al dubbio che forse potevate fare qualcosa per fermarlo e non lo avete fatto?”

“Certo che le fa proprio onore, giocare la carta del senso di colpa con gente che ha i nervi a fior di pelle perché ha appena rischiato di essere ammazzata.” Sbottò il Taglia.

“Ha ragione. Non mi fa onore, e non lo avrei mai fatto se non ci trovassimo di fronte a un pericolo tanto grande. Non vi immaginate quanto grande!”

C’era una luce negli occhi di quell’uomo mentre pronunciava quelle frasi, che fece ammutolire i cinque amici.

Era qualcosa che faceva pensare all’urgenza, alla determinazione, ma anche alla sincerità.

Egli tornò ad assumere la maschera di calma che aveva avuto sino a poco prima.

“Per voi non cambia nulla, ma potrebbe fare una differenza enorme nella caccia al killer.”

“Allora, a maggior ragione, sbrighiamoci a raccontare tutto ai Carabinieri.” Obiettò Federico.

“Se noi rispondiamo alle sue domande, lei, poi, cosa farà?” Chiese Martina.

“Come vi ho detto, se vorrete, farò altrettanto con alcune vostre curiosità.

Poi cercherò di comporre i pezzi per risolvere il mistero e, qualora dovessi scoprire qualcosa di utile, lo riferirò agli inquirenti.”

“Facciamo così: iniziamo a parlare con i Carabinieri, poi decidiamo cosa fare dopo.” Quella di Federico, più che una proposta, era un prendere o lasciare.

Il Professore fece di sì con il capo, sorridendo. Era la prima volta da quando si era formato quel sestetto, che qualcuno esibiva un sorriso. “Va bene. Chiamo subito il mio amico.”

Prese il cellulare e fece una chiamata. Comunicò dove si trovava e chiese di essere raggiunto lì.

Mentre aspettavano, sia il Professore che i cinque amici terminarono di mangiare in silenzio. C’era un’evidente tensione nell’aria.

Erano passati forse dieci minuti quando, attraverso una delle vetrine, il Taglia vide arrivare e fermarsi davanti al locale una gazzella dell’Arma.

Avvisò gli altri.

Dall’automobile scesero un uomo sulla cinquantina in borghese e un giovane sui venticinque, in divisa.

Un altro militare in divisa, anche questo di poco più di cinquant’anni, rimase seduto al volante.

I due che erano smontati si incamminarono verso l’ingresso è, dopo qualche secondo, apparvero sulla soglia del locale.

Il Professore fece un cenno con il braccio per farsi vedere. L’uomo in borghese lo vide e rispose salutando con la mano; disse qualche parola al ragazzo in divisa, indicando il tavolo, si fece dare una cartella portadocumenti che quest’ultimo teneva in mano e si mosse verso il gruppo.

Il giovane in divisa si accomiatò ed uscì dal locale. Il Taglia, dalla vetrina, lo vide risalire sulla macchina, che ripartì immediatamente.

Il Professore si alzò e salutò il nuovo arrivato.

“Signori, permettete che vi presenti il Capitano Chiesa, dell’Arma dei Carabinieri, Comando Provinciale di Milano, nonché un caro amico.”

“Buonasera.” Esordì l’ufficiale, mostrando il tesserino di riconoscimento.

Il Professore prese una sedia da un tavolo vicino e lo fece accomodare.

“Ho detto ai colleghi Franzese e Pannacci di girare qui attorno con la gazzella. Così attiriamo meno l’attenzione qui dentro e abbiamo qualcuno con gli occhi aperti là fuori, anche se, stando a quanto mi ha brevemente riferito il Professore al telefono, per il momento non dovreste avere nulla da temere. Diciamo che è per farvi stare tranquilli.”

Estrasse dalla cartella alcuni fogli di carta.

“Volete iniziare a raccontarmi quello che è accaduto questa sera?” Propose il Capitano.

Prese le generalità di ciascuno di loro, e ascoltò il racconto di quanto era successo nelle ore precedenti.

Non fece alcuna domanda in merito al perché i cinque amici si trovassero nella casa di Monsignor Colasanti, né al perché il Professore fosse così sicuro dell’identità dei loro aggressori.

Si limitò a considerare queste cose come dei dati di fatto.

Prese appunti sui fogli di cara bianca, e riassunse i fatti e i dati dei cinque amici su fogli di carta intestata, che fece firmare a ciascuno di loro e poi controfirmò lui stesso.

“Questa la mando avanti come vostra denuncia.” Comunicò infine. “Non è una procedura pienamente ortodossa, ma dal momento che è il Professore a chiederlo, chiuderemo un occhio sugli aspetti formali.

“Che succede ora?” Domandò Rebecca all’ufficiale dei Carabinieri.

“Noi andremo a cercare Tony Borsanova e la sua banda. Se tanto mi dà tanto, si saranno già resi irreperibili, per cui potremmo impiegarci un po’ a trovarli.

Non è da escludersi, anzi direi che è sicuro, che loro invece cerchino voi, per cui sarebbe bene che per qualche giorno non tornaste alle vostre case e ai posti che frequentate normalmente. Saranno i primi dove andranno e che terranno sotto controllo.”

“Ma…Noi abbiamo bisogno di protezione.” Protestò Martina. “C’è una gang di criminali che ci cerca!”

“Infatti vi farò tenere sotto controllo. Se seguirete le indicazioni del Professore per qualche giorno, sarete al sicuro, mentre noi penseremo a Borsanova.”

Martina guardò il Professore; gli altri fecero lo stesso. Sembravano smarriti e arrabbiati.

“Ma, come sarebbe…?” Balbettò Martina. “Se avessimo necessità di contattarla? Ci lasci un contatto, un riferimento della sua caserma…”

Il Capitano parlò in tono gentile. “State tranquilli. Siete in buone mani. Troverete un posto tranquillo dove stare per qualche giorno; i miei uomini vi sorveglieranno. Intanto io mi occuperò di Tony. Il Professore ha tutti i riferimenti per contattarmi qualora servisse. Se le cose dovessero andare per le lunghe ovviamente ci organizzeremo per proteggervi a casa. È quello che avremmo fatto normalmente, solo che in questo caso abbiamo l’aggiunta della collaborazione del Professore.

Il Carabiniere prese il telefono e fece una chiamata. “Franzese? Come procede? Ah bene, bene. Allora potete venire a prendermi.”

Salutò e strinse la mano a tutti, quindi guadagnò l’uscita.

Dalla vetrina, il Taglia lo vide salire sulla gazzella che era tornata a prelevarlo.

Seguirono alcuni istanti in cui nessuno parlò. I cinque amici erano in preda allo smarrimento e il Professore lasciò loro il tempo di riordinare le idee.

Fu Federico Galimberti a rompere la coltre di tensione. “Allora, a quanto pare, dovrà farci da balia lei.”

Il Professore assunse un’espressione cordiale. “Non penso che abbiate bisogno di balie. Più che altro ci ritireremo in un posto tranquillo in attesa che si risolva questa situazione.”

“E dove può essere un posto tranquillo?” Domandò il Taglia. Come possiamo sapere fin dove arrivano i tentacoli di Tony Borsanova?”

“Ci ho già pensato.” Rispose il Professore. “Dobbiamo incontrare una persona che ci indicherà il posto.”

“Chi è questa persona?” Volle sapere il Taglia.

“Un amico.”

“Un membro della sua organizzazione?” Insistette Martina.

“Un membro del Sodalizio, sì.”

“Dove?” Chiese Rebecca.

“Anche qui se volete.”

I cinque si guardarono fra loro. Annuirono.

“Va bene. Lo faccia venire qui.” Acconsentì Rebecca, parlando a nome di tutti.

Il Professore prese il telefonino e chiamò uno dei numeri nella lista delle chiamate recenti. “Vieni pure.” Disse semplicemente.

Dopo cinque minuti, un uomo più o meno della stessa età del Professore apparve sulla soglia.

Il Professore, che stava tenendo d’occhio l’ingresso, lo vide e agitò un braccio per farsi vedere a sua volta.

L’uomo fece un cenno di saluto con la testa e camminò fino al tavolo.

“Buonasera.” Salutò, in piedi davanti al tavolo.

I cinque amici risposero al saluto.

“Hai tutto?” Domandò il Professore.

“Naturalmente.” Rispose il nuovo venuto. Gli porse una busta di carta.

Il Professore aprì la busta; al suo interno c’era una mazzo di due chiavi è un bigliettino.

“Portone e porta d’ingresso. Sul biglietto c’è l’indirizzo. Imparalo a memoria e distruggilo.”

Il Professore strinse la mano all’uomo, nel farlo lo guardò negli occhi, con espressione seria. “Grazie.”

L’altro ricambiò lo sguardo, e annuì. Salutò il resto del gruppo e si allontanò.

Quando fu sparito alla vista, il Professore lesse il foglio di carta per qualche secondo. “Nessuno di voi ha un accendino?” Chiese infine.

Gli altri risposero tutti di no, quindi egli fece a pezzi il foglietto in pezzetti tanto minuti da rendere impossibile ricomporlo e leggere quello che vi era scritto.

“Vogliamo andare?” Propose al resto del gruppo?

“Andare dove, esattamente?” Domandò il Taglia.

“Al nostro alloggio temporaneo.”

“Ho chiesto dove esattamente. Possiamo circoscrivere l’area? Magari sapere almeno se il nostro alloggio è in questo continente?”

Il Professore sorrise. “Sì. Mi spingo perfino a dire che è in Lombardia. Il resto ve lo dirò strada facendo. Qui c’è troppa gente.”

Il gruppo uscì dal locale e, guidato dal Professore, si mosse verso ovest lungo via della Moscova. Dopo un breve tratto attraversò la strada e imboccò via di Porta Tenaglia, la strada, non lunga, che portava il nome di un’antica porta nelle mura spagnole della città, demolita nel 1571, che collegava quest’ultima con il Borgo degli Ortolani.

Sbucarono in piazzale Biancamano, davanti alla zona di Parco Sempione occupata dall’Arena Civica. Qui voltarono a destra.

“Adesso possiamo sapere dove stiamo andando?” Interrogò Federico, rivolto al Professore.

“Siamo diretti in Piazzale della Conciliazione.” Fu la risposta del bizzarro personaggio. “Ma non è la nostra destinazione definitiva. Lì prenderemo la metropolitana.”

“Per andare dove?” Volle sapere Rebecca.

“Scenderemo alla fermata di Primaticcio.”

“E cosa c’è lì?” Insistette Becky.

“Un sacco di cose immagino. Fra queste, c’è il nostro alloggio. Non ne so molto più di voi.”

Camminarono con passo spedito lungo il perimetro del Parco, passando davanti alla bella palazzina dell’acquario civico, quindi percorsero il semicerchio di piazza Castello, con la meravigliosa mole dell’antico edificio fortificato che dominava la scena.

Non completarono tutto l’arco della piazza, bensì svoltarono in via Ricasoli, subito a destra in Foro Buonaparte e sbucarono in piazzale Cadorna, evitando accuratamente il lato della stazione delle Ferrovie Nord.

“Ma se dobbiamo prendere la Metropolitana perché non la prendiamo qui a Cadorna?” Domandò Martina.

“Perché qui si incrociano la linea rossa è quella verde.” Rispose il Professore. “Non vorrei che i due sgherri di Tony stessero ancora ripassandosi le fermate della verde sperando di trovarci, oppure che ci stiano cercando in stazione pensando che vogliamo lasciare la città in treno. Meglio andare a piedi fino alla prima stazione della linea rossa nella direzione che ci interessa, che è appunto quella di Conciliazione.”

Per stare lontani dalla stazione ferroviaria di Piazzale Cadorna, i sei fuggiaschi costeggiarono i giardini sul lato sud est del piazzale, presero a sinistra via Carducci e poi a destra via Leopardi, per svoltare subito a sinistra in via Boccaccio; poi fu sempre dritto, fino ad arrivare in piazza della Conciliazione. Gesto per la libertà, il monumento posto nella grande aiuola al centro della piazza non era molto visibile, nella fioca illuminazione artificiale.

Scesero i gradini che portavano alla stazione sotterranea e fecero i biglietti a una delle macchinette automatiche, quindi raggiunsero i binari, sempre guardandosi attorno con la paura che potesse spuntare da qualche parte uno dei centauri armati di Tony.

Dopo forse un minuto che aspettavano davanti ai binari, arrivò un treno, ma era diretto al capolinea di Rho-Fieramilano, cioè sull’altro ramo della biforcazione che la linea 1 apriva dopo la fermata di Pagano, rispetto a quello che interessava loro.

Dovettero attendere più o meno un altro paio di minuti, prima che arrivasse il convoglio diretto al capolinea di via Bisceglie.

Riuscirono a trovare posto a sedere, e trascorsero il viaggio in silenzio.

Sei fermate in cui nessuno disse una parola. Dopo ore in cui la tensione e la paura li avevano fatti stare costantemente sul chi vive, adesso la stanchezza ebbe la meglio.

Nessuno se la sentiva di parlare, volevano solo tirare il fiato.

Scesero a Primaticcio e il Professore guidò i cinque fino all’uscita su viale Legioni Romane, all’angolo con via Primaticcio.

“E adesso?” Volle sapere Rebecca. “Possiamo sapere dove stiamo andando?”

“Dobbiamo cercare il civico 22 di viale Legioni.”

Si guardarono intorno. Sull’altro lato della strada c’erano dei giardini pubblici; i numeri civici dalla loro parte erano dispari ed erano in ordine crescente andando verso ovest, di conseguenza dovevano spostarsi sull’altro lato di via Legioni Romane e andare in direzione est, attraversando via Francesco Primaticcio.

Così fecero, e in brevissimo tempo giunsero a destinazione.

Vi trovarono un complesso di condomini, risalente probabilmente agli anni ‘60 o ‘70. Con una delle chiavi del mazzo che avevano ricevuto dal tizio chiamato dal Professore, aprirono il cancelletto che fungeva da accesso al giardino del palazzo e poi la porta che conduceva all’androne della scala A.

“Saliamo a piedi.” Stabilì il Professore, ignorando l’ascensore. “Quarto piano.”

“Una forma di prudenza anche questa?” Chiese Federico.

“Diciamo che voglio vedere come sono fatte le scale, per ogni evenienza. Prudenza, sì.” Confermò la guida. “Cercate la porta con la targhetta Silla.” Istruì quando giunsero al piano indicato.

“È questa.” Disse il Taglia indicando uno degli usci che si aprivano sul pianerottolo.

II

Il Professore lo aprì con la seconda chiave del mazzo, e tutti entrarono nell’appartamento, con lui che faceva strada.

L’appartamento era spazioso. Come il gruppo ebbe modo di verificare dopo che ebbe acceso le luci e fatto un rapido giro. Si trattava di un quattro locali, pulito e arredato in modo semplice, ma funzionale.

Il Professore aprì gli sportelli dei mobili della cucina e verificò che erano riforniti di diversi prodotti alimentari in scatola e a lunga conservazione.

Su ciascun letto in ogni camera era depositata una borsa di tela con appoggiato sopra un biglietto recante il nome della persona cui era destinato il contenuto, che consisteva in alcuni capi di biancheria di ricambio, uno spazzolino da denti e un tubetto di dentifricio.

Il Professore aprì le finestre per rinfrescare la temperatura è spense quasi tutte le luci, lasciando accesa solo una lampada a piantana nel soggiorno, dove si riunirono tutti.

“Certo che siete ben organizzati voialtri.” Osservò Rebecca, rivolta al Professore. “Ma lei sapeva già tutto? Come..?”

Egli sorrise, lievemente compiaciuto. “La ringrazio per il complimento. Io non sono mai stato in questo posto prima d’ora, Ma abbiamo un protocollo per certe circostanze. Durante il nostro primo viaggio in metropolitana ho fatto alcune telefonate; una di queste era al Capitano Chiesa, l’altra al Sodale che ci ha portato le chiavi, che è colui che ha preparato l’alloggio. Per la biancheria spero che le taglie siano corrette. Sì è dovuto basare sulle mie indicazioni relative alle vostre corporature. Il cibo era qui già da prima. Ad ogni modo, in mezzo alla roba che ho trovato per me c’era una busta con del contante che potremo utilizzare per eventuali piccole spese.”

“Scusi, ma quanto tempo pensate di tenerci esiliati qui.” Volle sapere Franco Fossati.

“Il meno possibile. Solo un paio di giorni.” Rassicurò il Professore.

“Speriamo.” Disse Federico, che non era molto convinto, ma era troppo stanco per polemizzare. “Visto che lei è il padrone di casa, come ci organizziamo?”

“Se qualcuno avesse ancora fame possiamo anche cucinare qualcosa, dopodiché vorrei fare una chiacchierata e farvi quelle famose domande le cui risposte mi servono per la mia indagine. So che è tardi e probabilmente vorreste farvi un sonno, però purtroppo non possiamo sprecare neanche un minuto, perché l’assassino potrebbe colpire in qualunque momento.”

Ci fu qualche mugugno da parte dei cinque, che tuttavia acconsentirono.

Nessuno aveva necessità che si preparasse qualcosa da mangiare, in compenso sostennero tutti di aver bisogno di un caffè.

In cucina trovarono una moka da otto e una confezione famiglia di pacchetti di caffè.

In pochi minuti l’aroma della bevanda si sparse per l’ambiente.

Portarono in salotto un vassoio con caffettiera, tazzine, cucchiaini, zucchero e un pacco di biscotti che trovarono nella credenza.

Quattro di loro si sedettero sul grande sofà, mentre Il Taglia prese posto su una delle due poltrone; il Professore spostò l’altra poltrona in modo che fosse più vicina al tavolino.

Rebecca, con un cucchiaino, girò il caffè dentro la caffettiera, quindi iniziò a versarlo nelle tazze.

“Signora Colombo.” Iniziò il Professore. “Lei ha ancora in consegna la mia cartella. Potrebbe cortesemente prendere da quest’ultima il quaderno e la penna e porgermeli?”

Martina, che non aveva abbandonato neanche per un secondo la borsa contenente le tre pistole, fece come le veniva richiesto.

“La ringrazio.” Il Professore aprì il quaderno, che risultava zeppo di appunti.

Bevve un sorso di caffè, quindi riprese a parlare.

“Come vi ho già detto, per conto del Sodalizio, mi sto occupando da diverso tempo del caso del serial killer noto come lo Scarnificatore. Voi, nel corso delle vostre indagini, parallele tanto alle mie, quanto a quelle delle forze dell’ordine, potreste avere raccolto dati e notizie che potrebbero essermi enormemente utili.

Dal momento che il nostro obiettivo comune è, se possibile, contribuire alla cattura di questo maniaco, vi chiedo di raccontarmi dall’inizio, e per filo e per segno, quello che avete fatto a riguardo.”

Fu Franco a prendere la parola per primo: “Credo di essere io il responsabile del nostro coinvolgimento. E, per la piega che hanno preso le cose, ritengo di dover chiedere scusa a tutti voi.” Disse rivolto a sua sorella, Federico, Martina e il Taglia.”

“Credo di parlare a nome di tutti, dicendo che non hai nulla di cui scusarti.” Gli rispose Federico. “Ci siamo buttati in questa cosa perché ci sembrava giusto. Io credo ancora che sia giusto. Forse abbiamo sottovalutato la portata di questa faccenda, ma né tu, né noi, né nessun altro poteva immaginare che avremmo incrociato la strada di una banda di farabutti delinquenti.”

“Come sono andate le cose?” Incalzò educatamente il Professore.

“Beh, tanto per cominciare, quando abbiamo iniziato non pensavamo di metterci a fare i detective.” Spiegò Franco. “Tutto è nato da un fatto che risale a qualche anno fa: la scomparsa di un mio amico clochard, e la mia volontà di trovare risposte su quell’evento, che è stato riportato alla ribalta dallo Scarnificatore.”

“Cioè?”

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Christian Canzi
Christian Canzi è nato nel 1974 a Brugherio, vicino a Milano. È laureato in Scienze e tecnologie per l’ambiente e si occupa di sostenibilità ambientale da più di venticinque anni. Ama la natura, il trekking in montagna, lo sport e la lettura. Ama anche coltivare la propria curiosità e i rapporti con le persone a cui tiene.
“La zona in nero - Episodio Tre” è il terzo capitolo della trilogia.
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