Lui cura l’anima degli altri, lo fa con stanchezza e disillusione ma ancora lo sa fare. Lei gli appare un giorno e la sua vita non sarà più la stessa. L’idea di proteggerla, oltre – molto oltre – le “regole di ingaggio” di una psicoterapia lo bracca e poi lo pervade. Comincia lentamente una discesa agli inferi, punteggiata da sporadici incontri erotici con l'”altra” donna che da sempre prova a scaldarlo, un’amica del cuore. Ma la “sua” paziente divora ogni slancio e ogni tentativo di cedere al sentimento verso l’unica persona che lo tocca dentro. Il male che gli sembra di scoprire davanti a sé lo infetta. Il resto è sempre più buio e inesorabile.
Un noir. Un noir dell’anima.
Perché ho scritto questo libro?
Doveva essere un modo per affrontare e vincere alcuni fantasmi della mia vita. E anche un esercizio utile a dimostrami che ero in grado di scrivere non solo saggi. La scelta poi non poteva che essere quella di una scansione “cinematografica” della storia raccontata: brevi squarci, densi sipari colmi di umanità, nel bene e nel male.
ANTEPRIMA NON EDITATA
“Il sogno”
Era certamente una luce pomeridiana. Grassa, umida, non livida – tutt’altro – densa fino alla nausea, con riverberi giallastri.
I miei piedi affondavano nella sabbia impastata con l’acqua di mare, mantenendo costante un senso di soffocante inquietudine.
Davanti a me, continuamente scoperto e poi ricoperto dalla risacca bavosa, il cellophan fangoso riverberava i riflessi sudaticci del mare. La buca che avevo scavato conteneva quello che quel sacco rigido, traslucido, crepitante, tentava di avvolgere, nascondendolo al mio sguardo ma continuamente disvelandolo: un corpo, o forse frammenti sparsi di un corpo, di cui non percepivo alcun odore e da cui non giungeva più alcun segno della vita che lo aveva attraversato e poi abbandonato.
I miei movimenti erano frenetici: ritornavo a ripiegare il cellophan, quello che emergeva dalla buca, lottando contro la forza persistente dell’acqua che si accaniva a riaprire l’involucro, lasciando intravvedere ciò che ricordava i resti di un corpo. E lo rifacevo e il mare me lo scombinava e io tornavo a farlo e il mare me lo scombinava.
D’un tratto compresi che i miei piedi, ingoiati ciclicamente dalla sabbia melmosa, potevano essermi di un qualche aiuto, se solo fossi riuscito a liberarli da quella presa. Avrei potuto spingere con più forza il fagotto e tentare di coprirlo completamente con l’aiuto del mare che sordidamente continuava il suo incessante lavoro. Tentai di farlo, usando tutta la forza che avevo nelle mie gambe, in parte per sorreggermi su quel terreno tanto instabile in parte per spingere la sacca.
L’oppressione che mi assediava, dentro e fuori, cresceva. Si stava impadronendo di me, del mio respiro, dei miei pensieri.
Poi uno strappo improvviso, il telo della sacca che si lacera, i resti che galleggiano in quella pozza schiumante, un crescente odore dolciastro che penetra nelle narici e nei pori, e una definitiva sensazione di disfatta.
Mi svegliai madido di sudore, le lenzuola stropicciate, trasformate in un rotolo maleodorante, la mia pelle che aveva trasudato una quantità insostenibile di liquido corporeo, il cuore nel petto che cavalcava quasi assordante.
Mi scoprii, per liberarmi da quel groviglio informe e per gustare il sollievo di un soffio fresco sulla mia pelle arroventata.
L’angoscia mi pervadeva in tutta la sua potenza, in una forma e con una intensità che mi apparivano sproporzionate alle immagini del sogno, che pure restavano vivide, stagliate su uno sfondo nero, totalmente circondate di nulla.
Mi alzai. Faticosamente mi portai in cucina. Estrassi dal frigo la bottiglia dell’acqua gelida. Tracannai alcuni sorsi, procurandomi una fitta di dolore dietro lo sterno. La riposai. Andai in bagno a gettare acqua sul mio viso. E infine mi specchiai.
Quello che vidi non mi piacque.
Neanche un po’.
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