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Le inarrestabili conseguenze dell’alba

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Marcello lavora in una piccola agenzia investigativa e ha un’immaginazione ingombrante, che usa come scudo contro tutto ciò che lo inquieta. La sua vita scorre con prevedibilità, divisa tra casi di poco conto e un romanzo che fatica a prendere forma.

Attorno a lui si muove un piccolo universo umano: Alessio, il fratello affascinante e inquieto che vive in Islanda; Renato, il vicino astrofisico convinto che il tempo sia una porta socchiusa; una madre capace di essere presente con una sola cartolina all’anno; e Simona, dolce e concreta, l’unica àncora possibile quando tutto vacilla.

Improvvisamente, una serie di rapimenti sconvolge la città. Nessuna richiesta di riscatto, nessuna traccia evidente, solo una parola enigmatica lasciata come firma: albanera. Da quel momento la realtà smette di obbedire a regole rassicuranti e Marcello – sconvolto anche dall’arrivo della misteriosa e magnetica Eulalie –, si ritrova invischiato in una storia più audace e pericolosa di quelle che ha sempre immaginato.

Ogni alba porta con sé una promessa. E alcune albe richiedono coraggio.

Un capitolo importante

L’ascensore del suo palazzo non le era mai piaciuto: scendeva troppo velocemente, non faceva alcun tipo di rumore che potesse farti capire che stava funzionando, ed era così moderno che non percepivi proprio di muoverti. Ti potevi ritrovare all’inferno come in paradiso, ma lo avresti saputo solo al momento dell’apertura delle porte, quando ormai era troppo tardi per tornare indietro, e la tua anima era segnata per sempre. Roberta pensò che in quel momento l’aggettivo “segnata” non doveva indicare esclusivamente l’inferno, perché a volte il paradiso è anche peggio, e l’anima potrebbe non avere la più grave delle punizioni scendendo giù, e poi giù, e ancora giù. Il suo dito in ogni caso premette il piano meno uno, verso il garage. Pochi secondi di nulla dopo, le porte si aprirono, e le file di auto parcheggiate sfoderarono la loro sonnolenta maestosità di gruppo. H9 era il suo posto. L’iniziale di Heidi e il giorno in cui si era fidanzata con Stefano. Mala coincidenza, l’aveva sempre pensato. O forse un segnale. Già si era avvinghiata troppe volte a quel pensiero. Per quella notte decise di concentrarsi invece sul suo piano. Darle una lezione. Mettere fuori uso Heidi. Almeno per un po’. Un bel po’. Superò a passo svelto i metri che la distanziavano dalla sua auto; quel garage, come tutti d’altronde, non poteva che richiamarle alla mente la sfilza di horror che aveva visto con le sue compagne di università durante i pigiama party o le serate senza senso del sabato sera. E per quanto si sentisse forte, non aveva mai voglia di attraversare da sola quella distesa di auto di notte. I suoi tacchi echeggiavano forte nel vuoto fisico di quel dormitorio di vetture, e si accorse di non essersi neanche cambiata d’abito. Dalla serata di festa alla notte di vendetta, lo stesso vestito firmato a testimoniare il percorso dell’emozione. Per 1500 euro di valore sarebbe stato sicuramente un fedele complice. Comodo e leggero. Le scarpe invece le facevano male, lo sapeva che in quel grande magazzino la qualità non era alta, ma aveva ceduto lo stesso alla bellezza della linea. Poteva averlo fatto qualche bambino indonesiano da un disegno di una bambina newyorkese, ma le erano piaciute subito. Non andavano affatto bene però per la sua “attività”. Arrivata in macchina, si chiuse dentro, e pensò se era il caso di tornare su a cambiarle. Ma significava cambiare tutto l’abito: un abito da sera con sotto scarpe da passeggio non sarebbe certo passato inosservato. No, era troppo per lei. Voleva agire. Mise in moto, fece retromarcia e uscì nella notte che era già contenuta nel giorno dopo.

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Era l’inconsapevole inizio di un giorno feriale, e la città era un fantasma in cerca di qualcuno da spaventare. L’alba sarebbe arrivata dopo, si sarebbe presa il suo tempo. Tutto sembrava compartecipare nel creare l’atmosfera adatta per desistere dall’idea di andarsene in giro e desiderare di tornare sotto le coperte al più presto. Ma Roberta non vedeva altro che Heidi di fronte a sé, l’accaldata donna che probabilmente in quel momento stava con il suo Stefano. Quello che le faceva rabbia era la sottovalutazione di cui era oggetto: ma davvero potevano credere che non si fosse accorta di nulla? Heidi nella posizione della pecora, o sarebbe più corretto dire della capra: ecco l’immagine che proprio in quel momento le fasciava con ironia tutto il cervello, comprimendolo nella sensazione che se non si fosse dissolta presto quella visione, il suo pulsare le avrebbe stretto la testa fino a distruggerla. Sentiva quel suo “yes” torchiarle le tempie come se fosse in macchina con lei, quella puttana. Girò a destra e subito a sinistra, seguendo il percorso che da dieci anni era abituata a percorrere per raggiungere il piacere con il suo Stefano, lo stesso che Heidi stava provando in quel momento con lui. Ne era sicura.

Alla fine della notte di festeggiamento si erano salutati, lei gli aveva chiesto se avesse voluto festeggiare la promozione a casa sua, ma lui aveva rifiutato troppo cortesemente con la scusa della stanchezza. A Roberta non era però sfuggito quello sguardo complice tra Stefano e Heidi, quell’impercettibile alzarsi delle sue sopracciglia che ben conosceva, e che poteva decifrare con certezza come fosse un alfabeto morse: “fra mezz’ora da me”. Certo, non aveva le prove sicure, ma settimane di atteggiamenti, scuse strane, frasi dette a metà ed espressioni fin troppo insolite non ci avevano messo molto a cooperare per arrivare a farle capire il mistero. Quel dubbio che ora si chiudeva nel cerchio della certezza con quell’unica, minuscola, occhiata. Come una dichiarazione d’amore urlata, per chi la sapeva comprendere. Roberta sapeva farlo, fin troppo bene. E tutto ciò che poteva ancora rivelarsi una stupida insicurezza si era tramutato quella sera nella più crudele delle certezze. Tutto in quel momento si ruppe, dentro di lei, e ogni pezzo del suo io si riposizionò in una nuova conformazione che la rendeva una lucida e determinata vendicatrice. Prese il telefonino per comporre il numero di Stefano, ma attaccò subito dopo aver dato l’ok a chiamare: inutile indagare ancora, arrivata a quel punto. Se fosse stato solo gli avrebbe fatto una sorpresa, e probabilmente sarebbe scivolata sotto le sue lenzuola, perché allora non le aveva mentito. Ma non lo avrebbe trovato solo. Il sesto senso di una donna, in questi casi, non è una pura astrazione da manuale.

Era in quarta e tirava già troppo, ma non mise la quinta, voleva sfogarsi con il rumore del motore sotto sforzo, in un gioco di possessione che imponeva all’auto come un antipasto alla realizzazione del piano che da lì a poco la avrebbe vista vittoriosa, senza scrupoli sui nemici che le stavano sfregiando la morale e la dignità. Arrivò al limite della marcia, a circa cento chilometri orari su strade urbane, con l’adrenalina che saliva rovinosamente nel corpo di vendetta che circondava la sua anima, respirando affannosamente come se corresse a piedi, guardando di fronte a sé eppure non vedendo nulla, spostando al passaggio del suo missile a quattro ruote buste, lattine e fogli di carta di quella notte tesa e deserta, fino a che qualcuno le comparve davanti, riportandola in un istante alla realtà della tragedia inevitabile.

Fece in tempo a lanciare il suo pensiero nella direzione del mancato compimento della vendetta, mentre sterzava di colpo sulla sua sinistra, evitando la figura e portando le due ruote del fianco sinistro ad arrampicarsi su una fila di auto parcheggiate. La sua bara mobile si ribaltò sulla destra, ruotò nell’aria e si scaraventò nella vetrina di un alimentari, terminando la sua drammaticità in un fumo denso di morte, completamente dentro il negozio, divisa in due per il tremendo impatto. Qualche centinaio di metri prima, la persona che Roberta aveva evitato solo di pochi centimetri, guardando fissamente l’auto distrutta e il fuoco che abbracciava quella carcassa metallica, si voltò e si allontanò camminando. Pochi minuti dopo la strada era invasa da cittadini assonnati, increduli, spaventati, in pigiama e scompigliati, che urlavano verso l’incidente con i telefonini in mano, come un mistico gruppo di adoratori inermi inneggianti. Dieci minuti dopo giunse una grossa ambulanza e due auto della polizia con le sirene spiegate, che separarono la folla e ispezionarono il dramma. Chi arrivò non riusciva a capire bene se fosse un meteorite piombato dall’alto ad aver sfondato tutto con la sua potenza spaziale o qualcosa di più terreno, ma altrettanto devastante.

Capitolo 1

Questo capitolo della sua storia raccontava la svolta nella narrazione che aspettava da un po’. Un romanzo che ormai portava avanti da tre anni, mai davvero costante. Scrivere e inventare riuscivano a distrarlo da quel suo mondo semplice. Spesso ammetteva, con un po’ di sollievo, che quel mondo non fosse però solo suo, ma di tutti; eppure subito realizzava come fosse filtrato dai suoi due occhi marroni e quindi, in fondo, quasi tutto suo, incluse le semplicità da cui voleva distrarsi. La sera passata, prima di andare a dormire, gli era sembrato davvero un bel capitolo quello che vedeva una delle protagoniste viaggiare rabbiosa verso una vendetta che si sarebbe invece abbattuta su di lei, pedina di una storia ingrata, ma con una sua idea di giustizia che si sarebbe completata nel catartico finale del libro. Come ogni sera da qualche tempo, al ritorno dal lavoro, non vedeva l’ora di rileggere le righe composte dal suo computer, o meglio, dalle sue dita a battere sfrigolanti parole di un altro mondo. Quel mondo che, invece, non era davvero di nessun altro. Solo suo, perché lui lo aveva creato, chiudendo quegli stessi occhi marroni. E come ogni giorno da qualche tempo, quando la sera prima sentiva di aver scritto bene, rimaneva distratto fino alla sera successiva, non pensando ad altro che alle sue impressioni a distanza di qualche ora sugli eventi raccontati. Non poteva smettere di pensare se avrebbe continuato a trovarle belle parole, messe insieme a formare un bel capitolo, un bel racconto, o se avrebbe pensato di cancellare tutto e riprendere dalle ultime righe decenti, col rischio che magari anche quelle, a rileggerle la sera, non gli sarebbero sembrate poi così buone, e così su fino a cancellare tutto il romanzo. Insomma, il giorno dopo una soddisfacente scrittura, Marcello lavorava male, con la testa altrove. Emozionato e preoccupato. Se ne accorgevano a volte i suoi colleghi e, probabilmente, non credendo alle sue vaghe scuse, immaginavano chissà quale vita dopo il lavoro potesse condurre in segreto, piena di ore piccole, grande sesso, e fiumi di alcol. Certo non sembrava uno sregolato, anzi, e nel dubbio di una sua personalità a tutti nascosta circolavano voci e aneddoti che lui conosceva, e di cui rideva insieme ai suoi colleghi dell’agenzia investigativa “A pensar male si fa peccato ma…”. Un nome che, come aveva avuto più volte conferma, continuava a essere il principale motivo di successo nel settore degli spioni legali, stranamente persuadente. Però gli volevano bene, quei suoi colleghi semplici, e lui ne voleva a loro. Erano la sua famiglia in effetti; di quella vera rimaneva solo un fratello che viveva in Islanda, e con cui parlava spesso, grazie alla tecnologia, e una madre che non aveva mai smesso di credersi ragazza e che, sebbene gli volesse bene, ricordava una volta all’anno di averlo concepito, e si metteva in contatto con lui. Via posta. Cartacea. Dalla stessa città.

2025-05-06

Aggiornamento

Ciao a tutti e tutte! La strada verso la pubblicazione si avvicina: siamo al 41% in poco più di dieci giorni, e davvero voglio ringraziare tutte le persone che stanno credendo in questo progetto! Che sono interessate alla storia, che cercano forse quell'emozione di poter viaggiare in un mondo fatto di personaggi, eventi, e sorprese che sono fuori dalla nostra normalità, e che per questo possono suggerirci come guardarla in modo diverso, quando ci torniamo dopo la lettura. E allora, ancora grazie, ci aggiorniamo al prossimo traguardo! Più siamo e più il viaggio sarà straordinario. Andrea

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Andrea Orlando
Nasce a Roma. Diplomato in recitazione e laureato in Scienze della Comunicazione, ha scritto e diretto cortometraggi, realizzato sceneggiature radiofoniche, recitato in produzioni teatrali e cinematografiche, e lavorato come doppiatore. Ha pubblicato il racconto “La notte di June”, ed è autore e speaker dei podcast “Strade Narranti” e “Strisce - Fumetti & Fotogrammi”.
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