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L’eco di un drago

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Consegna prevista Novembre 2026
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Vrael ha visto il suo mondo bruciare tra le fiamme di un drago rosso. Da quel giorno, tra le ceneri di Vervells, ha coltivato un unico desiderio: entrare nelle Folgori d’Argento e sterminare le bestie che gli hanno portato via tutto.
Ma la verità è spesso più affilata di una lancia. Durante l’addestramento nella Capitale, Vrael scopre di possedere un dono terrificante e inaspettato: riesce a sentire l’eco dei pensieri dei draghi. Non sente la furia di mostri senza anima, ma la paura e il dolore delle creature che aveva giurato di distruggere.
L’incontro con Erieth, una dragonessa bianca tenuta in catene dai misteriosi Draconologi, cambierà ogni cosa, e Vrael si troverà di fronte a una scelta impossibile: seguire la via della vendetta per cui si è addestrato, o tradire la sua stessa razza per cercare di capire la verità dietro al suo legame.

Perché ho scritto questo libro?

La principale motivazione è stata la curiosità: la voglia di provare a costruire un mondo aldilà di questo, con le sue regole, i suoi conflitti e i suoi legami.
E’ più stata una specie di “chiamata”. Da un giorno all’altro ho pensato: “voglio provare a scrivere”. E da lì, piano piano, ho cominciato a mettere insieme questa storia, pezzo per pezzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Un nuovo giorno

I

l gallo cominciò a cantare non appena i primi raggi  del sole illuminarono la vallata. La luce penetrò tra le sottili tende di lana rossa della camera da letto, le ombre dei mobili in legno si proiettavano leggere sul pavimento.

Un flebile raggio illuminò il volto di un ragazzo disteso sul letto. A poco a poco i suoi occhi si aprirono sottili e con fatica, in una protesta silenziosa.

Abituatosi alla luce del mattino, il giovane si diresse verso una piccola bacinella poco distante, strappandosi dal sonno con qualche schizzata di acqua gelida. Il riflesso nella bacinella gli restituì un volto pallido incorniciato da capelli neri arruffati, mentre la fame cominciò a fargli brontolare lo stomaco.

Con movimenti veloci, si infilò i vestiti di lana grezza con gesti meccanici, dirigendosi poi verso la sala principale.

Un odore di legna bruciata aleggiava nel salone, decorato da un grande tavolo in legno lavorato, e da un’ampia cucina.

Afferrò una fetta di pane e qualche pezzo di formaggio dentro un cestello di vimini sul ripiano della cucina, sedendosi a tavola e gustandosi i bocconi in tutta tranquillità, accompagnandoli con qualche sorso di latte.

Mentre mangiava, udì dei passi provenire dalle sue spalle. Da dietro l’angolo della cucina sbucò un uomo alto e robusto, dalla pelle chiara, con capelli corti e bianchi e una barba rada grigia.

«Ah, ti sei svegliato, Vrael» esordì con voce profonda, vedendo il ragazzo.

«Buongiorno, padre» rispose il ragazzo con un filo di voce, girandosi verso di lui.

Un leggero sorriso apparve sul volto dell’uomo, ammorbidendo le rughe. «Quando hai finito, avrei bisogno che tu mi aiutassi con alcune faccende. Ho lasciato una lista delle cose di cui avremo bisogno per stasera sulla mensola laggiù».

«Certamente, padre» rispose Vrael serenamente.

«Ti ringrazio. Quando hai fatto, raggiungimi fuori» concluse l’uomo, voltandosi per poi uscire dalla stanza.

Finito di mangiare, Vrael si alzò dal tavolo prendendo il foglietto sulla mensola, con su scritta una lunga lista di carni, frutta e verdura, insieme a diversi barili di birra e vino. Una fortuna in provviste.

Roba piuttosto costosa, pensò Vrael con una leggera smorfia, ripiegando il foglietto, mettendoselo nella tasca e pronto ad uscire.

L’aria frizzante del mattino lo pervase, costringendolo a stringersi nella giacca, mentre una sottile nebbiolina decorava il paesaggio.

Poco distante, il padre si ergeva davanti a lui, il sudore che gli aveva scurito la pesante camicia e scavato percorsi nella polvere sulla fronte. Combatteva la sua guerra silenziosa contro la terra da ben prima dell’alba, senza un fiato.

«Eccoti, Vrael» esordì il padre, poggiandosi la vanga sulla spalla. «Hai preso il foglio con la lista?».

«Sì, padre. Non è roba un po’ costosa?» rispose tirando fuori il foglietto dalla tasca, dandogli di nuovo una rapida occhiata.

«Sì, è vero, ma non ti preoccupare. Grazie ai guadagni della taverna siamo riusciti ad accumulare un bel gruzzoletto» riferì con un fiero sorriso. «In più, grazie a stasera, riusciremo sicuramente a riempire la cassetta».

«Stasera? Perché che succede stasera?» domandò Vrael.

«Come che succede stasera» ribatté il padre sorpreso che il figlio non ricordasse. «Oggi è il giorno della Creazione, e ci sarà tutto il villaggio alla taverna. Dobbiamo essere ben preparati e riforniti se vogliamo che vada tutto a buon fine».

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Vrael alzò gli occhi al cielo, soffocando uno sbuffo. L’annuale commemorazione della fondazione del regno di Alviost significava solo una cosa: La Grande Tavola sarebbe stata piena di festeggiamenti per tutta la notte, con birra e vino, trasformandosi in una bolgia rumorosa.

C’era un lato positivo però. Spesso giungevano viaggiatori da tutta Alviost e da terre lontane, portando con sé storie incredibili.

Vrael aspettava il momento in cui un viaggiatore avrebbe sbattuto sul tavolo una scaglia grande come un piatto o un dente mostruoso, giurando che fosse tutto vero. Per quella vista, valeva la pena sopportare la notte insonne.

«Allora, Vrael. Vai al villaggio e prendi tutta questa roba, poi torna alla taverna, così iniziamo a preparare tutto» ordinò il padre. «E non dimenticare di prendere Daisy».

Vrael si diresse verso la stalla, una struttura di legno massiccio e tegole scure che si ergeva solida contro le intemperie della valle.

Varcata la soglia, l’odore caldo del fieno e degli animali lo avvolse. Daisy, la mula dal manto grigio, sbucò da dietro un palo, le orecchie dritte nel riconoscerlo. «Buongiorno, Daisy» disse Vrael sorridendo, grattandole dietro l’orecchio.

Recuperata una vecchia corda sfilacciata da un gancio, Vrael la passò delicatamente attorno al collo dell’animale con gesti esperti.

Vrael e la mula si diressero verso un carretto in legno poco distante, costruito in robusto legno d’abete con ruote rivestite in ferro, dove ad attenderli c’era il padre, intento a sistemare i legacci per la mula.

«Ah, ecco fatto» disse il padre serrando l’ultima stringa, poi si mise una mano nella tasca dei pantaloni, tirando fuori un borsello colmo di monete, che tintinnò sonora quando la porse al figlio. «Queste dovrebbero bastare per prendere tutto quanto. Stasera ci attende una serata impegnativa. Con tutta quella birra e il vino, chissà quante persone dovremmo aiutare a ritrovare la strada di casa».

Vrael sorrise con leggerezza, rammentando un episodio giocoso dei festeggiamenti dell’anno passato. «Speriamo solo che il vecchio Ector non distrugga un altro tavolo».

Suo padre scoppiò in una risata roca, scuotendo la testa. «Se ci riprova, lo userò come panca».

I due si scambiarono una risata complice mentre si rivivevano la scena nei loro ricordi.

«Allora ci vediamo dopo, Vrael. Vieni direttamente alla taverna non appena hai finito di prendere tutto» disse infine il padre, ricomponendosi ma ancora con le labbra inarcate.

«Certamente padre, ci vediamo dopo» rispose il giovane con un sorriso, avviandosi sul sentiero con la mula al suo seguito.

I due si avviarono verso il villaggio natale di Vrael, Vervells. Le case e i negozi, circondati da foreste di abeti e dalle vicine pareti rocciose, erano costruiti con legno e pietra locale, con tetti spioventi da cui spuntavano canne fumarie che esalavano il fumo dei camini.

Le strade di ghiaia si diramavano dalla piazza centrale verso i campi arati, e Vervells, abitato da contadini, agricoltori e falegnami, con poche decine di famiglie, era un luogo in cui tutti si conoscevano e si scambiavano favori, comprando beni e servizi in un frenetico e vivace ritmo di vita. 

Vrael osservava il fumo uscire dai comignoli mentre camminava al fianco della mula sulla strada per il villaggio, con una sottile brezza che gli solleticava il volto e un velo di nebbia che si insinuava tra gli abeti e gli edifici, mentre in lontananza, vedeva le persone indaffarate nelle loro attività quotidiane, trasportando cassette o spingendo carriole ricolme di terriccio.

Entrato nelle vie di Vervells, la gente lo salutava di buon grado, e lui ricambiava con un lieve sorriso o un gesto della mano.

Infine, si fermò davanti a un piccolo negozio, dove un uomo pasciuto dietro il bancone affettava un grosso pezzo di carne con una mannaia insanguinata.

«Buongiorno, Bill» esordì Vrael, fermandosi davanti al bancone. 

L’uomo si girò, richiamato da quella voce, mostrando un volto coperto da una folta barba rossastra, e un sorriso gli illuminò il volto chiaro, non appena vide il ragazzo, facendo risuonare una voce sottile che contrastava il suo aspetto un po’ trasandato. «Ehi, Vrael, come va?»

«Tutto bene, grazie. E tu come te la passi?» chiese Vrael.

«Molto indaffarato, come vedi» rispose con un sogghigno, pulendosi le mani sul grembiule macchiato di sangue secco.. «Con la festa alle porte, la gente si è riversata qui e mi hanno fatto tagliare più carne oggi che nel resto dell’anno. Cosa posso fare per te?».

Vrael estrasse la lista che suo padre gli aveva dato spiegando a Bill cosa gli serviva.

«Certamente, le preparo subito» commentò il macellaio. «Stasera vi aspetta un bel da fare».

«Già. Tu verrai alla taverna stasera?» chiese Vrael, curioso.

«Oh sì, certo. Non potrei mancare,» rispose Bill con un sorriso che gli arricciò la barba, e Vrael ricambiò, sentendo una fitta di calore familiare. Bill era la cosa più vicina a uno zio che avesse mai avuto.

Il suo sguardo cadde oltre la spalla del macellaio, su una mensola alta, lontana dagli schizzi di sangue. Lì, tra vari barattoli di spezie, troneggiava ancora la statuetta di legno: una caricatura di Bill in posa eroica, scolpita con l’imprecisione di un bambino ma lucidata con cura.

Vrael ricordò l’odore di segatura del retrobottega e le mani enormi di Bill che guidavano le sue, insegnandogli che il legno, come la carne, aveva una venatura da rispettare.

«Vedo che la tieni ancora lì» commentò Vrael, indicando la statuetta con un cenno del capo.

Bill seguì il suo sguardo e ridacchiò. «Ci puoi scommettere, ragazzo. Ora, vediamo questa lista.»

Vrael porse la lista al macellaio, che la osservò con attenzione, facendo una leggera smorfia.«Ci metterò un po’ a prepararti tutto».

«Non c’è problema. Torno più tardi. Nel frattempo, vado a prendere il resto della lista» rispose Vrael rinfoderando il foglietto. «Ci vediamo dopo».

«Perfetto. A dopo allora» rispose il macellaio, salutando il ragazzo e la mula con una leggera carezza, sparendo nel retrobottega per cominciare a preparare l’ordine.

Lasciò Bill al suo lavoro e rimise in marcia Daisy lungo i vicoli tortuosi, la lista delle provviste ancora stretta in mano. Il carretto aveva appena ricominciato a sobbalzare sul ciottolato quando la quiete fu spezzata.

Le risate esplosero prima ancora che i bambini svoltassero l’angolo. Tre piccole pesti tagliarono la strada al carro, urlando a squarciagola. Daisy scartò di lato con un raglio nervoso, e Vrael dovette strattonare le redini per evitare di finire contro uno steccato.

Mentre calmava la mula con una carezza sul collo, vide spuntare una donna dallo stesso angolo dove erano apparsi i bambini.

La donna emerse dal vicolo arrancando, il volto olivastro rigato di sudore. Si lasciò andare contro la parete di legno più vicina, una mano premuta sul fianco e l’altra a sostenere il pancione, il respiro rotto dalla corsa.

«Venite qui» gridò mentre cercava di riprendere fiato. «Non fatevi…rincorrere».

Vrael si girò verso la donna, riconoscendo la sua lunga treccia bronzea. «Buongiorno, Margaret».

«Oh, ciao Vrael» rispose la donna non appena riconobbe il suono della sua voce. «Non ti avevo visto. Ero concentrata a rincorrere quelle terribili pesti, ma è tutto inutile. Non appena mi sono distratta un attimo, sono partiti a tutta velocità sghignazzando a squarcia gola».

«E tra non molto saranno quattro» disse Vrael ironicamente, notando che la donna era in dolce attesa.

«Non farmici pensare» rispose Margaret in tono ilare. «Non sappiamo ancora se è un maschio o una femmina, ma spero vivamente che sia una femmina e che sia tranquilla. Non come gli altri due, che hanno trasformato la sorella in una piccola bestia, più pestifera dei fratelli. Comunque…sai dirmi dove sono andati?».

Vrael le fece un piccolo cenno con la testa, indicandole la direzione dove li aveva visti sparire correndo divertiti.

«Ti ringrazio, ragazzo mio» concluse infine la donna, facendo un lungo respiro per poi avviarsi a passo svelto nella direzione che le aveva indicato il giovane.

Divertito dalla scena, Vrael riprese a camminare fino a raggiungere la bottega del vecchio Ector, lo stesso che distrusse un tavolo durante i festeggiamenti dell’anno scorso.

La bottega di Ector era un antro saturo dell’odore pungente di mosto e lievito. Il vecchio birraio accolse Vrael con una pacca sulla spalla che avrebbe potuto abbattere una mucca e, senza perdere tempo in chiacchiere, iniziò a far rotolare fuori i barili richiesti con una forza sorprendente per la sua età.

Caricarono il tutto sul carretto in silenzio, rotto solo dallo sforzo fisico, ma prima di lasciarlo andare, Ector aggiunse due barilotti in più in cima alla catasta con un occhiolino cospiratore.

Vrael saldò il conto con un sorriso, assicurò i legacci per evitare disastri e rimise in marcia Daisy verso l’ultima destinazione.

L’ultima tappa era poco distante. La casa di Olivia era immersa nel profumo dei suoi frutteti, e l’anziana era lì, sul portico, intenta a lavorare a maglia con il ritmo lento degli anni.

Al rumore del carretto sollevò la testa, socchiudendo gli occhi velati per mettere a fuoco.

«Oh ciao, giovanotto» esordì l’anziana con voce gentile, accogliendo il giovane con il calore che le era così caratteristico.

«Ciao, Olivia» rispose il giovane cordialmente.

«Cosa posso fare per te?» chiese poi, guardandolo con occhi socchiusi.

«Avrei bisogno di due ceste delle tue arance, per favore» rispose Vrael, rammentando la lista.

«Oh ma certamente» rispose lei, facendo leva sui braccioli della sedia per alzarsi, le sue gambe tremarono visibilmente sotto lo sforzo.

Vrael si avvicinò prontamente ad Olivia, posandole delicatamente una mano sulla spalla per fermarla. «Vuoi che vada a prenderle io? Tu sta pure qui seduta, dimmi solo dove sono».

«Sei molto gentile giovanotto» rispose grata. «Tengo le arance nella capannuccia sul retro. Fa pure con comodo».

Vrael non perse tempo e si diresse verso il piccolo magazzino indicatogli da Olivia. Una volta dentro, il profumo di frutta appena colta lo avvolse completamente.

Vrael non perse tempo a frugare: individuò le casse, ne caricò una massiccia in spalla come se fosse piuma e tornò alla luce del sole.

«Ecco fatto» disse, posando il carico sul carretto e lasciando le monete sul grembo dell’anziana. «Tieni il resto per la prossima volta».

«Grazie, caro» rispose con un sorriso gentile che le deformò le numerose rughe sul volto. «Salutami tuo padre».

«Lo farò,» promise Vrael, rimettendosi in marcia.

Mentre cancellava l’ultima voce dalla lista, il sorriso gli morì sulle labbra. Mancava solo la carne. E con essa, il ritorno da Bill.

Ripercorse la strada fino al bancone di Bill, dove il macellaio stava servendo un cliente.

Non era un abitante di Vervells. Il cappuccio grigio scuro calato sul volto e il mantello lungo fino a terra emanavano un’aria di segretezza che stonava con l’allegria del villaggio.

Quando l’uomo allungò la mano per prendere la carne, la manica scivolò indietro, mostrando un braccio ossuto, la pelle tirata come vecchia pergamena.

Lì, sull’avambraccio, c’era qualcosa di insolito, una specie di voglia scura.

Cercò di mettere a fuoco quella macchia, e in quei pochi attimi, capì che non si trattava di sporcizia o simili, bensì una sorta di stemma.   

Un simbolo. Una serie di linee sconnesse che formavano una foglia lacerata, attraversata da tre tratti sottili. Un disegno mai visto prima, violento, che gli fece accapponare la pelle.

Come se avesse sentito quello sguardo addosso, lo straniero scattò col capo. Il cappuccio ondeggiò, rivelando un volto scavato e zigomi affilati.

Per un istante che parve eterno, due occhi vitrei si piantarono su di lui. Non c’era rabbia, né curiosità, solo un vuoto abissale, privo di luce, e un brivido freddo percorse la schiena di Vrael.

[…]

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Riccardo Rampinini
Sono un classe 2000, nato a Firenze e vivo a Scandicci e, fin da piccolo, sono stato sempre stato appassionato dalle costruzioni (Lego, modellini ecc...). Non a caso ho intrapreso un percorso di studi che mi permettesse di poter concretizzare le "costruzioni" che facevo quando ero bambino, e nel 2024 mi sono laureato alla facoltà di Ingegneria Edile a Firenze.
Tuttavia, tra le varie formule, sono anche appassionato di videogiochi, un passatempo che non si è mai spento, ed è proprio grazie alle loro storie immersive e, per certi versi, anche molto profonde, che l'idea di "costruire" un mondo tutto mio, si è fatta largo nella mia mente.
Infatti, durante una notte come tante altre, feci un sogno che raccontava una storia frammentata, e da quel giorno in poi, decisi di scrivere questa storia, crearne i personaggi, le ambientazioni, le emozioni, facendomi costruire un mondo tutto mio.
Riccardo Rampinini on FacebookRiccardo Rampinini on Instagram
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