Il dottor Ugo Basile è uno psicologo in pensione. Colto, ironico, metodico. Abituato a osservare gli altri, a smontare le loro certezze, a dare un nome alle paure. Ora, però, qualcosa si incrina. La routine che lo proteggeva — i libri, le passeggiate — non bastano più. Un incontro inatteso, alcune domande rimaste troppo a lungo senza risposta, e il passato comincia a riaffiorare. Non come un ricordo ordinato, ma come una corrente sotterranea che spinge, insiste, pretende ascolto. Basile si trova così costretto a fare ciò che ha sempre chiesto ai suoi pazienti: guardarsi dentro.
Tra memoria e rimozione, senso di colpa e ironia, il romanzo segue il suo viaggio interiore, fatto di dialoghi tesi, intuizioni improvvise, silenzi che pesano più delle parole. Nulla è mai del tutto come appare. Ogni certezza può essere messa in discussione. Anche quelle costruite in una vita intera.
Un’indagine psicologica che, pagina dopo pagina, diventa una resa dei conti. Con il passato. E con se stessi.
Perché ho scritto questo libro?
Per anni ho scaricato sugli altri la colpa delle mie delusioni lavorative, delle incertezze. Senza accorgermi che l’unico vero artefice della mia vita ero io. Questo libro nasce da lì. Dal momento in cui le scuse non bastano più. Ho scritto Il dottor Basile per dare voce a una domanda che mi accompagna da sempre: cosa resta quando smettiamo di mentirci? Basile nasce da questa tensione: guardare dentro le crepe, senza assoluzioni facili, e capire se la verità, anche tardiva, possa ancora salvarci
ANTEPRIMA NON EDITATA
Da venti minuti Basile osserva il libro scolpito sul marmo, come se quel blocco di sasso potesse ancora raccontargli qualcosa. Un volume di pietra che sembra vegliare sull’epitaffio e sulla fotografia ingiallita della madre, quel volto che la memoria ha custodito con ostinata tenerezza.
«I libri…» riflette, sfiorando con un dito la superficie gelida, «continuano a perseguitarmi. Anche qui…»
La scoperta della lettera — piegata con una cura quasi devota, nascosta in un luogo che non avrebbe dovuto raggiungere — lo ha precipitato in uno stato di prostrazione che non provava da anni. Una rivelazione dura, imprevista: sua madre aveva rinunciato all’amore del suo uomo per proteggere lui e il figlio che stava arrivando. Una scelta estrema, silenziosa, che getta un’ombra nuova su tutta la sua vita.
Non riesce a darsi pace. Non comprende come sia stato possibile custodire un segreto simile per un’intera esistenza. E soprattutto: perché non gliene aveva mai parlato?
Forse — pensa ora — perché sapeva che nessuno l’avrebbe creduta. Aveva visto troppo, troppo presto: immagini dell’orrore che sarebbe poi diventato realtà, sogni e premonizioni che avevano attraversato gli anni come schegge incandescenti.
Era consapevole di come il mondo la guardava: una donna eccentrica, incline a intuizioni che sconfinavano nell’invisibile, in quella zona indefinita che separa la percezione dal presagio. Una donna originale, sì, ma anche giudicata inaffidabile, esposta all’ombra del ridicolo. E così aveva taciuto. Aveva custodito tutto dentro di sé, senza concedersi nemmeno la possibilità di spiegare.
Tranne una sola cosa: la decisione estrema di salvare l’uomo che amava. Un gesto solitario, quasi sacrale, che lui solo ora comprende nella sua interezza.
La fitta che avverte non è soltanto dolore: è rimorso. Un rimorso acuto, improvviso, che gli serra il petto. Per anni aveva creduto — o forse aveva voluto credere — che l’assenza del padre fosse una scelta capricciosa della madre, un gesto di eccentricità, la volontà ostinata di una donna decisa a vivere fuori dagli schemi.
Aveva persino attribuito alla sua sensibilità anticonvenzionale ciò che invece era sacrificio puro, protezione silenziosa, amore piegato su se stesso. Ora quella convinzione gli appare insopportabile, quasi ingiusta. Come ha potuto liquidare con tanta superficialità ciò che la madre aveva sopportato in solitudine?
Come ha potuto vivere così a lungo senza sospettare la verità che lei, con una dignità feroce, aveva scelto di non confessare?
La lettera ha rimesso tutto in discussione: la sua infanzia, i vuoti che credeva di conoscere, persino l’immagine della madre che aveva custodito per decenni.
E il peso di quell’errore — del suo errore — adesso gli cade addosso con la stessa inesorabile freddezza del marmo che sta toccando.
Il vento nel cimitero solleva foglie secche e le trascina in piccoli vortici.
Basile rimane immobile, dritto come i cipressi che l’hanno vegliato in tante mattinate di lettura accanto alle sue due donne, la madre e la moglie: presenze mute, compagne fedeli, testimoni discrete delle sue giornate da anziano navigatore del pensiero umano.
Accarezza la superficie del libro scolpito, come se una risposta potesse celarsi tra le scanalature di quel marmo o nelle parole che la madre non ha mai pronunciato.
La pietra gli restituisce un freddo tagliente, lo stesso che sente nell’anima: svuotata, irrigidita, come se la rivelazione avesse prosciugato ogni calore rimasto.
Il tragitto verso casa gli appare più lungo del solito. Le strade della città, che conosce da una vita, sembrano aver cambiato geometria: angoli più stretti, marciapiedi curvati come se qualcuno li avesse modellati durante la notte. «Sono stanco», si ripete.
Quando raggiunge il portone, infila la chiave con un gesto automatico. L’odore familiare dell’androne — un misto di pietra umida e cera per pavimenti — dovrebbe rassicurarlo. Invece lo mette in allerta, come se qualcosa di impercettibile fosse fuori posto. Sale le scale lentamente, poggiando una mano sulla ringhiera gelida. Ogni gradino risuona con un eco più cupo del solito. Quando arriva al pianerottolo, ha l’impressione netta che il corridoio davanti alla sua porta sia più stretto. O forse è solo l’ombra del pomeriggio che inganna la vista. Entra. La casa lo avvolge nel suo silenzio. Un silenzio pieno, denso, come se avesse trattenuto il respiro in attesa del suo ritorno. Appoggia il cappotto e accende la lampada accanto alla poltrona.
Fa per raggiungere la cucina quando un dettaglio lo blocca. Il corridoio. Sembra più lungo. Non di molto — un paio di passi appena — ma abbastanza da generare un senso di smarrimento, quel particolare tipo di allarme che il suo mestiere gli ha insegnato a non ignorare. Rimasto immobile, osserva la parete.
La porta del ripostiglio, quella che da sempre si apre su uno spazio minuscolo e ingombro di cianfrusaglie, è lì. La porta non è perfettamente chiusa.
«Impossibile» mormora. L’aveva chiusa lui stesso la sera prima, riponendo la scopa, come fa sempre. Spinto da un impulso che non sa definire, si avvicina.
La luce del corridoio crea un filo luminoso lungo la fessura della porta, come se dall’interno filtrasse un chiarore diverso, non elettrico, né pienamente naturale. Un chiarore sospeso. Appoggia due dita sul legno. La superficie è fredda, insolitamente fredda. Spinge lentamente. La porta cede senza rumore, rivelando l’interno. Per un istante Basile non respira. Il piccolo ripostiglio non esiste più.
Al suo posto si apre una stanza — piccola, spoglia, ordinata con una cura austera.
Le pareti color panna, il letto di ferro, il tavolino con sopra un portasigarette d’argento e un manuale consumato. Una stanza che appartiene a un altro tempo, un tempo che lui conosce, ma che non vuole ancora nominare. Un soffio d’aria gli accarezza il volto, come se la stanza avesse espirato alla sua presenza. «No…» sussurra, arretrando di un passo. Il cuore gli batte forte, non per la paura, ma per il riconoscimento. Perché quella stanza — benché impossibile — gli è familiare. Troppo familiare. Per qualche secondo Basile rimane sulla soglia, incapace di decifrare ciò che ha davanti. L’aria nella stanza ha una densità diversa, come se il tempo lì dentro scorresse più lentamente. O non scorresse affatto. Un dettaglio cattura subito il suo sguardo: il manuale di psicopatologia appoggiato sul tavolino è aperto su una pagina che conosce bene, una pagina che lui stesso aveva annotato da giovane medico. Ma le righe sembrano… differenti. Alcune parole sono sottolineate in un tratto incerto, altre cancellate, sostituite da annotazioni che non riconosce. Si avvicina. Il rumore dei suoi passi non coincide con quello del pavimento: ogni movimento sembra leggermente ovattato, come in una stanza imbottita. Sfiora il bordo del letto. È freddo, più freddo del libro di marmo del cimitero, un gelo che gli attraversa la pelle e risale fino all’avambraccio. Un’immagine improvvisa, un lampo: una stanza simile, molti anni prima; una giovane donna seduta, lo sguardo perso; una voce che dice «Dottore, non se ne vada…». Il ricordo svanisce subito, lasciando solo un battito accelerato e l’impressione di aver aperto una porta che non doveva aprire. «Non può essere» mormora. Si passa una mano sugli occhi, come a scacciare un peso invisibile. Torna a osservare il tavolino. Accanto al manuale vede il portasigarette d’argento, quello ricevuto nel ’47. È identico, persino la piccola ammaccatura sul bordo è al posto giusto. Ma lui è certo di averlo riposto in un cassetto anni fa. Certo.
Eppure eccolo lì, perfettamente lucido, come se qualcuno lo avesse lucidato di recente. Si sente avvolto da una strana pressione atmosferica, un silenzio troppo compatto. Il cuore continua a premere nel petto. «È stanchezza» sussurra. «Solo… stanchezza.» Ritrae la mano, lentamente. Uno scricchiolio leggerissimo — o forse un ricordo sonoro — attraversa la stanza. Basile percepisce un movimento periferico, un’ombra che sembra spostarsi appena oltre il campo visivo. Quando si volta, non c’è nulla. Il respiro gli si accorcia. Fa un passo indietro. Poi un altro. L’inquadratura della stanza inizia a sembrargli distorta, come se le proporzioni oscillassero impercettibilmente. Una nausea lieve gli sale dallo stomaco.
«È solo un momento» ripete, più per imporsi una forma di lucidità che per convincersi davvero. Arriva alla porta. Appoggia la mano sulla maniglia.
Per un istante percepisce un filo d’aria uscire dalla stanza, un respiro che non gli appartiene.
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