Leone ha ventun anni, una passione viscerale per i romanzi gialli e un lavoro che gli sta stretto.
Quando Carolina, la sua ex ragazza, viene trovata morta, ogni sospetto ricade su di lui. Eppure era stato proprio Leone, anni prima, a farla innamorare con una caccia al tesoro tra le strade di Milano, un gioco romantico che sembrava promettere un futuro insieme. Ora quel ricordo è diventato un’ombra, e lui il principale indiziato.
Determinato a dimostrare la propria innocenza, Leone sceglie di fare ciò che i libri gialli gli hanno insegnato: indagare. Ma questa volta non è finzione. Al suo fianco c’è Marta, la migliore amica della vittima, pronta a tutto pur di scoprire cosa si nasconde dietro la morte di Carolina. Insieme inseguono domande che diventano sempre più scomode: chi è il colpevole? Qual è il vero movente? E soprattutto, chi era davvero Carolina?
Verso Goma
Primo ottobre di dieci anni fa, ore ventuno e quindici. Sette giorni prima della grande scoperta.
«Ehi, amico, quello sarebbe il mio posto.»
Riccardo de Cigni alza lo sguardo sull’uomo di circa trent’anni che sta sistemando la valigia sopra la sua testa. Il giovane è alto, magro, ha gli occhi azzurri, lunghi capelli biondi e la barba incolta. È vestito sportivo e comodo, con un paio di jeans e una camicia hawaiana i cui due bottoni in alto sono slacciati e ne fanno intravedere il petto esile e cosparso da una folta peluria bionda. Dai suoi abiti proviene un forte odore di marijuana. L’espressione dell’uomo è serena e rilassata. Un autentico spirito libero, pensa Riccardo con disgusto. Lui invece, come al solito, è impeccabile nel suo elegante completo nero e non sopporta i perdigiorno scapestrati.
«Ti dispiace se resto io di fianco al finestrino? Soffro di claustrofobia e vedere fuori mi aiuta a rilassarmi» azzarda con una bugia Riccardo, senza accennare ad alzarsi. La verità è che per lui è una questione di principio; sugli aerei il posto con il finestrino spetta agli uomini importanti e di classe, non certo a un hippy che puzza d’erba.
Il viso del giovane si spalanca in un grande sorriso. «Certo, ci mancherebbe» dice sedendosi nel posto libero vicino. Poi tende la mano a Riccardo. «Piacere, mi chiamo Tommaso Favecchi.»
Riccardo guarda diffidente la mano che l’altro gli sta tendendo e allunga la sua solo per cortesia.
«Riccardo de Cigni» sussurra con un sospiro. Poi, per nulla intenzionato a continuare la conversazione, chiude gli occhi e prova a dormire.
«Come mai stai andando a Goma?» chiede Tommaso, senza lasciargli il tempo di assopirsi.
Riccardo decide di rimandare il pisolino e si volta verso il suo interlocutore.
«Sono un imprenditore e mi piace l’avventura, poi ho sentito dire che la Repubblica Democratica del Congo è un Paese ricco di importanti risorse naturali.»
«Ti riferisci all’avorio e alle miniere di diamanti?»
Riccardo alza le spalle. «Sì, ad esempio. Chissà che questo viaggio non diventi anche l’opportunità per concludere qualche interessante affare. Tu di cosa ti occupi?»
«Ero un agente immobiliare, vendevo immobili di lusso e normali. Quando posso viaggio e sono un appassionato studioso del continente africano.»
«Vendevi? Ora non vendi più?»
Tommaso sorride. «Mi sono licenziato dal lavoro per fare il volontario in una scuola a Goma. Starò via due mesi e quando tornerò troverò qualcos’altro.»
«Mi sembra di intuire che tu sia un esperto del posto, mi sbaglio?»
«Ho visto diversi film e letto parecchi libri.»
«Potresti tornarmi utile, uno che conosce bene le tradizioni congolesi è proprio ciò di cui ho bisogno durante il mio soggiorno.»
«Se è per sfruttare le risorse naturali del Paese, puoi scordartelo. I colonizzatori europei lo hanno già spremuto fin troppo per il loro tornaconto personale» dice Tommaso, tenendoci a chiarire fin da subito la sua posizione.
La hostess comincia a elencare le norme di sicurezza e Riccardo e Tommaso s’interrompono. Dieci minuti dopo l’aereo decolla diretto a Roma Fiumicino, il primo scalo del lungo viaggio.
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SerD
Mombello, provincia di Monza, dicembre. Oggi.
La porta dell’ufficio dell’assistente sociale si apre di colpo e Marco Trombioni, un giovane di ventisei anni alto e muscoloso, esce e si ferma nel corridoio dove sono disposte le sedie per chi è in attesa del colloquio.
«Tocca a te, Leone, dai che è l’ultima volta e poi non vedremo mai più questo posto di merda» dice Marco.
Leone Poschini, ventun anni, emaciato, i capelli lunghi, biondi e arruffati, gli occhi blu e una barbetta incolta che gli conferisce un’aria sciupata e ridicola, alza appena la testa dal romanzo, senza accennare ad alzarsi.
«Cosa stai leggendo?» Leone alza il libro e mostra il titolo. Il leopardo di Jo Nesbø. «Sempre e solo gialli, eh?» sorride Marco e il lupo tatuato di fianco al suo occhio destro si incurva, seguendo i lineamenti del viso. «Dovresti leggere qualcosa di più impegnativo.»
«Tipo? Cosa mi propone oggi il maestro?» chiede Leone.
Lui e Marco si sono conosciuti sette mesi fa al lavoro e, poco dopo, sono finiti insieme al SerD, i Servizi per le dipendenze patologiche. Non si può dire che siano grandi amici, piuttosto hanno due grandi passioni in comune: i libri e l’alcol. Anche se Marco preferisce la letteratura classica piuttosto che il genere noir, il preferito di Leone.
I due chiacchierano spesso e a volte Marco presta qualche romanzo a Leone, con la speranza di farlo appassionare alle opere classiche.
Il giovane uomo col lupo vicino all’occhio si tira su le maniche della felpa e scopre due possenti avambracci costellati di tatuaggi.
«Hai mai sentito parlare di Kafka?»
«Quello che ha scritto il racconto in cui uno si trasforma in scarafaggio?»
«Già, pensavo proprio a quello. Se vuoi domani te lo porto al lavoro» propone Marco.
Leone scuote la testa. «Ti ringrazio, ma ho appena iniziato questo e mi sta prendendo tantissimo.»
«Come vuoi, zuccone. Senti, per cena vado a mangiare una pizza con alcuni amici che abitano qui vicino. Gente tranquilla… ovviamente niente alcol. Ti aggreghi? Posso aspettarti e andiamo insieme con la mia macchina.»
«Mi spiace, ma devo dirti ancora di no. Domani mattina mi alzo presto, vado a compilare i moduli per riavere la patente.»
Quest’ultima frase è una bugia. Il giorno dopo Leone ha il turno di lavoro nel pomeriggio e la sua unica intenzione è dormire fino a tardi per riposarsi. Andrà un altro giorno a sbrigare la parte burocratica per la patente, non c’è fretta. La verità è che non ha nessuna voglia di passare la serata in compagnia di persone sconosciute, preferisce trascorrerla leggendo.
«Ok, ma come torni a casa?» chiede Marco.
«Non ti preoccupare prendo i mezzi. L’autobus e la metro, in poco più di un’ora sono a casa.»
«Va bene, mi spiace non poterti dare uno strappo stasera.»
«Stai sereno, non mi pesa,» dice Leone strizzando l’occhio per non fare sentire in colpa l’amico «e poi così avrò il tempo per andare avanti con il libro.»
Sono passati sei mesi da quando si sono schiantati in macchina contro un lampione, ubriachi fradici e fatti di hashish. In più, la polizia ha trovato due grammi di fumo nelle tasche di Leone, che era il guidatore. Lui, senza neanche provare a trovare giustificazioni, ha accettato in silenzio le conseguenze: patente ritirata per sei mesi e il SerD, che prevede due incontri al mese, con lo psicologo e l’assistente sociale. Oltre a ciò, si è dovuto sottoporre al controllo delle urine ogni due mesi e, in vista della fine del percorso di recupero, ha fatto il test del capello per dimostrare di non aver assunto droghe.
È andata meglio a Marco, al quale sono toccati solo gli incontri con l’assistente sociale e gli è stata lasciata la patente perché era il passeggero. Da quel momento, sentendosi in colpa, quando hanno lo stesso turno Marco passa a prendere Leone a casa e i due vanno insieme al lavoro. Ma ora è tutto finito, pensa Leone, è l’ultimo colloquio. La sua mente ripercorre velocemente gli avvenimenti che l’hanno condotto lì. Sono trascorsi ormai cinque anni dalla causa che l’ha portato a bere tutti i pomeriggi e a compiere quella cazzata in auto, completamente sbronzo e fatto. Ancora non riesce a realizzare che cosa sia realmente accaduto e non può fare a meno di dare parte della colpa a Carolina per come sta andando la sua vita. Da quando lei lo ha lasciato, non si è più ripreso. Ma, in tutto questo tempo, la cosa peggiore è stata la solitudine. Non è mai stato bravo con le amicizie e anche Pino, l’unico vero amico che abbia mai avuto, ormai non c’è più.
«Leone Poschini, iniziamo?»
La voce di Emanuela, l’assistente sociale, lo distoglie dai suoi pensieri. La donna, di trentacinque anni, alta e slanciata, è appoggiata allo stipite della porta.
«Ci sono!» Leone si alza dalla sedia, saluta Marco e segue Emanuela nell’ufficio.
«Allora,» dice l’assistente sociale dopo che si sono accomodati uno di fronte all’altro «questo è il nostro ultimo incontro, sei contento? Ho letto i risultati dei tuoi esami e sei pulito. Non risulta che tu abbia fatto uso di sostanze stupefacenti o alcol negli ultimi mesi. Da domani puoi riavere la patente, sai come funziona?»
«Sì, devo andare in motorizzazione a firmare dei documenti e loro mi danno un foglio sostitutivo per guidare, finché non mi spediscono la patente a casa. Dovrebbero volerci due o tre settimane.»
Emanuela annuisce con un sorriso. «Il lavoro come va?»
«Sempre il solito, sistemo i prodotti sugli scaffali» risponde Leone apatico.
Il suo unico pensiero è uscire di lì il prima possibile per tornare a sprofondare nella lettura. È impaziente di scoprire se Harry Hole deciderà di uscire dalle squallide fumerie d’oppio di Hong Kong per tornare a Oslo e occuparsi dell’indagine. Leone è da sempre un appassionato di thriller e gialli e quando si immerge nella lettura entra in un luogo tutto suo, un posto protetto dai mali del mondo esterno.
«Sei all’Esselunga, vero? Ti trovi bene?» prova a insistere l’assistente sociale.
Leone annuisce. «Abbiamo finito?»
«Sì, puoi andare, a meno che non ci sia altro di cui mi vuoi parlare…»
«Sono a posto, grazie di tutto» dice Leone. Poi si alza e si avvia verso la porta.
«Per qualunque cosa hai il mio numero, non farti problemi a chiamarmi» dice Emanuela.
Ma lui ormai non la sente più. La sua testa è altrove, nella gelida Norvegia. Leone attraversa il corridoio e scende la rampa di scale fino al piano terra. La sede dei Servizi per le dipendenze patologiche è a Mombello, in provincia di Monza. Il palazzo che ospita il SerD è l’unico ancora in funzione. Si tratta di un nuovo edificio a due piani che fa parte di una struttura più grande, un enorme manicomio abbandonato e in disuso da anni. La prima visita di Leone a Mombello risale a quasi quattro anni fa. È successo durante una fredda serata di dicembre. Alcuni compagni del liceo gli avevano raccontato che il manicomio era famoso per essere la meta preferita dai ragazzi alla ricerca di qualche brivido, a causa dei suoi ambienti lugubri e con una storia affascinante e suggestiva. Gli amici gli avevano detto che, secondo quanto si diceva in giro, nell’ospedale psichiatrico venivano torturati i pazzi e, quelli ormai ritenuti senza speranza, venivano rinchiusi nei sotterranei.
Ormai sono anni che la casa di cura è chiusa definitivamente, a causa dei trattamenti disumani esercitati dai medici e dagli infermieri sui pazienti. Dopo aver sentito questa storia, Leone ha deciso di portarci Carolina per passare una serata un po’ particolare. I due si sono persi nei sotterranei e hanno vagato per più di un’ora senza trovare l’uscita; per fortuna hanno incontrato dei ragazzi che conoscevano il percorso e li hanno guidati all’esterno. Leone e Carolina hanno preso un bello spavento e lei gli è rimasta abbracciata per tutta la sera.
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