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Nessuno ricorda il Sole

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Consegna prevista Dicembre 2026
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Il 12 ottobre del 2038 il cielo si è spezzato e il mondo è diventato cenere.
Venti anni dopo, tra rovine silenziose e città divorate dalle radiazioni, un uomo ferito incontra una macchina progettata per la guerra. Il suo nome è Lex.
In un’Italia devastata, dove culti atomici venerano la distruzione e la memoria del Sole è solo un mito sbiadito, uomo e androide intraprendono un viaggio che è sopravvivenza, ma anche ricerca di senso.
Perché quando tutto crolla – governi, ideali, certezze – resta una sola domanda: cosa significa essere umani?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo perché amo il fantasy e le atmosfere post-apocalittiche che ho vissuto nei videogiochi che hanno dato forma ai mille mondi che ho nella testa. Ma soprattutto perché credo nell’umanità, anche quando tutto sembra perduto. Volevo raccontare che il viaggio della vita non va affrontato da soli: scegliere di fidarsi, di camminare accanto a qualcuno, è l’atto più fragile e potente che esiste ed è ciò ci rende davvero umani.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il buio umido della galleria ferroviaria sembrava eterno. Le rotaie, coperte da detriti e muffe luminescenti, proseguivano stancamente per chilometri sotto terra. Poi, all’improvviso, la curva. Un suono nuovo, aperto. Aria che odorava di polvere calda e vetro fuso.

Davanti a noi si apriva un cratere immenso, come se un dio iracondo avesse colpito la terra con un pugno incandescente.
La linea ferroviaria finiva lì, spezzata di netto, i binari piegati verso l’abisso. Il fondo del cratere rifletteva una luce verdognola inquietante. Vetrificato. Fuso. Trinitite.

«Rilevata elevata radioattività di superficie. Origine: impatto termonucleare diretto. Zona non conforme alle normative biologiche prebelliche. Ma ci sono… forme di vita.»
Lex si era già posizionato in modalità difensiva.

E infatti, li vedemmo.
Figure magre, vestiti di mantelli intessuti con muschi e fibre grezze, con corpi dipinti di pigmenti ocra e verde pallido, si muovevano con lentezza rituale tra gli anfratti della pietra fusa. Portavano al collo amuleti fatti di vetro verde, alcuni grezzi, altri intagliati con cura in forme geometriche complesse. Le loro teste erano coperte da cappucci di stoffa ruvida e maschere rudimentali di piombo e ceramica, che filtravano l’aria ma non certo le radiazioni.
Uno di loro, più alto degli altri, si avvicinò con passo solenne, portando tra le mani una lastra ditrinitite traslucida. La luce del sole, filtrando da un’apertura nella volta crollata della montagna, attraversava il vetro creando riflessi danzanti sulla sua maschera.
«La luce ci ha parlato» disse con voce roca, «e ci ha detto che eravate attesi.»

Non brandivano armi, ma non erano innocui. Le deformità visibili su alcuni dei più anziani – pelle necrotizzata, tumori, dita fuse – parlavano chiaro: il culto della Cenere Verde viveva a stretto contatto con la trinitite, ignorando deliberatamente ogni principio di sopravvivenza. La loro fede era più forte della paura.

Ci condussero in quello che chiamavano il Tempio del Respiro, un’area più stabile del cratere dove enormi monoliti di trinitite erano disposti in cerchio. Al centro, una piattaforma rialzata conteneva il “Cuore del Fuoco Purificatore”, un frammento di trinitite grande quanto un uomo, completamente trasparente, in cui erano visibili bolle d’aria e strati concentrici.
Per loro, era un oggetto divino.
Attorno a noi, altri Figli si raccoglievano in preghiera. Alcuni tenevano in mano frammenti taglienti e se li poggiavano sulla fronte in segno di devozione. Ogni tanto, uno degli oracoli si alzava, portando una lente rudimentale per osservare la luce che attraversava i frammenti e interpretarne i “segni”. Lex osservava in silenzio. Poi mi disse quasi bisbigliando:
«Ostilità umana non rilevata. Ostilità ambientale letale. Ridurre al minimo il tempo d’esposizione. Molti di loro mostrano sintomi avanzati di sindrome acuta da radiazioni… ma sembrano non curarsene.»

Parlammo con un’anziana oracolo chiamata Vetriya, la Custode delle Luci. Aveva un volto segnato da cicatrici e un occhio opaco come la trinitite stessa.

«Il mondo di prima era un male senza rimedio» ci disse. «La fiamma atomica lo ha purificato. Noi siamo ciò che resta, e ciò che deve essere. Il Sito Zero? È un nome che abbiamo sentito… un’eco tra i cristalli. Ma solo chi è pronto potrà vederlo.»

«E come si diventa pronti?» chiesi.

«Morendo… o ascoltando.» rispose, enigmatica, alzando il frammento davanti al volto.

Fu allora che il canto cominciò.
Un coro basso, monotono, vibrazioni gutturali che facevano vibrare il vetro. I Figli cadevano in trance, alcuni piangendo, altri ridendo. Uno di loro cadde a terra in preda a convulsioni e fu coperto con un mantello cerimoniale. Nessuno intervenne.
Lex mi guardò.

«Loro ci hanno accolto, ma non ci sopravvivranno. Questo culto non ha futuro… solo fede.» Poi aggiunse «Livello di radiazioni assorbite superiore alla norma del 12%. Allontanarsi subito.»

Ma prima che potessimo allontanarci, un giovane iniziato ci fermò. Ci porse un frammento triangolare di trinitite, avvolto in una stoffa nera.

«Questo… è per il Viandante del Fuoco. Così lo chiamiamo. Appare nei sogni. Tu hai il suo sguardo.»

Non capii cosa intendesse. Ma Lex, stranamente, rimase in silenzio per diversi secondi.

«Simbologia compatibile con antiche leggende post-impatto. Figura del Viandante compatibile con una proiezione mitica del concetto di Redenzione. Oppure potrebbe essere reale. Suggerimento: indagare.»

Ci allontanammo dai Figli della Cenere Verde senza scontrarci, ma col cuore pesante. Avevamo visto cosa significava sopravvivere senza rinunciare alla fede… e quanto potesse essere sottile il confine tra illuminazione e follia.
Il frammento triangolare brillava debolmente nella tasca del mio zaino. Il sentiero proseguiva oltre il cratere, verso una nuova struttura scavata nella roccia.

La chiamavano… l’Occhio del Mondo.
Ci lasciammo alle spalle il cratere e il culto, risalendo un sentiero stretto che si insinuava tra le pareti vetrificate. Il silenzio tornò a stringerci come un mantello pesante, interrotto solo dal suono sordo dei nostri passi sul terreno misto di sabbia e frammenti di vetro verde.
Non c’erano cartelli. Nessun sentiero segnato. Solo una fessura nella roccia, come la pupilla di un colosso di pietra, aperta a metà tra naturale e scolpito. Era l’Occhio del Mondo.

«Le geometrie non sono coerenti con formazioni naturali» commentò Lex. «Pareti lavorate al plasma. Questo era un accesso… costruito?»

Attraversammo il passaggio, entrando in un corridoio curvo dove il metallo e la pietra sembravano fusi insieme. La temperatura si abbassò bruscamente. Le pareti erano lisce, levigate come ossa scolpite. Ogni tanto, delle incisioni: non lettere, non simboli conosciuti. Solo sequenze ritmiche di linee, interruzioni, rilievi minimi. Come fosse una partitura non musicale.

Poi, la sala.
Un vasto ambiente circolare, scavato nel cuore della montagna. Al centro, sospeso da filamenti metallici sottilissimi, un globo di vetro opaco fluttuava a mezz’aria. Aveva un diametro di circa tre metri e sembrava pulsare lievemente, come se respirasse. Sulle pareti attorno, dozzine di pannelli neri inclinati verso il globo, ognuno decorato con quel linguaggio sconosciuto.
Lex si immobilizzò.

«Sto ricevendo impulsi. Linguaggio dati non compatibile con alcun protocollo prebellico noto. Frequenza ottica. Potrei… tentare un’interfaccia passiva.»
Mi avvicinai al globo. Sul vetro, una fessura si illuminò leggermente, seguendo il movimento della mia mano. Poi la stanza tremò, lieve, come se l’intera struttura si fosse accorta di noi.
«Non ci vede. Ci osserva» sussurrò Lex, e non era una figura retorica.

D’improvviso, le pareti si accesero di luce fioca e uno dei pannelli iniziò a proiettare un’immagine: il cratere visto dall’alto, poi un’inquadratura più ampia… la mappa della regione. Ma distorta. Modificata. Il paesaggio che conoscevamo sembrava deformato da un’altra visione del mondo, forse quella di un’intelligenza artificiale prebellica che cercava di immaginare il mondo dopo le bombe… o qualcosa di più antico, radicato in quella montagna da molto prima della fine.
Un suono metallico, come una voce rotta dal tempo, risuonò nella sala. Non erano parole, ma trasmettevano un’intenzione. Non eravamo ospiti. Non eravamo nemici. Eravamo… oggetti di studio.
Lex, con cautela, posò un braccio su uno dei pannelli. Il suo occhio artificiale si spense.

«Questa struttura è autonoma. È viva nel senso computazionale. Ha osservato la guerra. Ha osservato la fine. E ha aspettato. Forse aspetta… ancora??»

Mi voltai verso il globo. Per un istante brevissimo, mi sembrò di vedere un riflesso. Il mio volto. Poi un altro. Non Lex. Non umano. Una maschera scolpita in silicio, con occhi vuoti e un marchio che non avevo mai visto. Poi svanì.

«Non possiamo restare. Ma dobbiamo tornare. Questo luogo… potrebbe essere la chiave del Sito Zero. O forse lo è già.»

Ci allontanammo, sentendo dietro di noi l’energia del globo diminuire. Come se l’Occhio del Mondo avesse chiuso di nuovo le sue palpebre per tornare a dormire.
Ma da quel momento, ogni passo sarebbe stato diverso. Perché qualcosa ci stava osservando.
E ora… sapeva chi eravamo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sergio Gatta
Sono nato a Napoli il 15 agosto 1993. Fin da piccolo ho sempre avuto una forte passione per il doppiaggio e la scrittura, trascrivendo i sogni che facevo e strutturandoli al meglio delle mie possibilità infantili. Col tempo, le mie storie hanno suscitato l’interesse di amici e familiari, incoraggiandomi a continuare.
Diplomato al liceo linguistico, ho mantenuto vivo il mio interesse per le lingue, ma è nella scrittura creativa che ho trovato il mio spazio espressivo. Negli ultimi anni ho scritto storie per dare voce alle mille idee che mi vengono in mente per videogiochi roleplay a cui giocavo con alcuni amici, affinando il mio stile e approfondendo il rapporto con la narrazione. Appassionato di survival, GDR e universi narrativi complessi, creo personaggi e scenari che sento il bisogno di condividere. "Nessuno ricorda il Sole" è la mia prima opera compiuta e ne sono molto orgoglioso.
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