Capitolo 1
Il cartello Benvenuti a Porto Ercole comparve all’improvviso, mentre la strada costiera si arrampicava lungo la montagna.
Athena rallentò l’auto, abbassò il finestrino e respirò a pieni polmoni l’aria salmastra che sapeva di mare e pini.
Era tornata.
Non pensava sarebbe mai successo, non davvero. Ma la proposta di lavoro era arrivata come un fulmine a ciel sereno, e con lei anche il bisogno – forse mai sopito – di fare i conti con ciò che aveva lasciato indietro.
Svoltò nel vecchio quartiere residenziale, le stesse strade in cui aveva imparato a vivere il mare, le stesse case colorate che, da bambina, le sembravano enormi e protettive. Il cuore le batteva più forte. Non sapeva se fosse emozione o inquietudine.
Parcheggiò davanti alla casa dei suoi genitori, che ora era vuota da mesi. Aprì il bagagliaio, estrasse la valigia e si fermò un attimo a guardare il portone.
Quanti sogni avevo, dietro quella porta.
Quanti sguardi rubati, parole non dette, attese mai ripagate.
Il telefono vibrò nella tasca dei jeans.
Un messaggio.
Tommy: Sei arrivata? Passa da me per un caffè. Ho una sorpresa.
Athena sorrise. Era passato tanto, ma Tommaso era ancora lo stesso. Il fratello che non aveva mai avuto. L’amico di sempre.
E, una volta, anche la causa indiretta della sua più grande ossessione.
Il pensiero la colpì come un pugno.
Edoardo.
Lo aveva rimosso per anni. Aveva finto che quel gioco sporco di sguardi e silenzi non l’avesse segnata. Che quelle carezze sfiorate, quelle parole ambigue dette sul filo del limite, fossero solo frutto della sua immaginazione.
Eppure bastava il suo nome a riaccendere tutto.
Un nome che le martellava nelle tempie già da quando aveva rimesso piede in paese.
Svoltò nella strada di Tommaso, parcheggiò davanti alla casa che sembrava identica a dieci anni prima. Il portone di legno massiccio, il glicine che scendeva a cascata dalla pergola, e la luce calda che filtrava dalle finestre. Era strano essere di nuovo lì, a casa. Ma casa non era più solo un luogo fisico.
Athena bussò, ma la porta si aprì ancor prima che potesse toccarla.
«Eccoti!»
Tommaso l’abbracciò forte, profumava di dopobarba e vecchi ricordi.
«Non sei cambiata di una virgola» disse, staccandosi e guardandola con il suo solito sorriso storto.
«Tu invece… barba, rughe, occhiaie. Sei diventato un uomo, mi sa.»
«Sono un uomo!» protestò, ridendo. «Ma lo so che in fondo ti manco versione quindicenne con l’apparecchio e le t-shirt dei Linkin Park.»
Athena rise davvero, per la prima volta da giorni. Era strano quanto fosse naturale tornare lì. Come se il tempo avesse fatto una pausa per aspettarli.
«Vieni dentro, ho messo su il caffè.»
La cucina era cambiata, ma l’odore era lo stesso. Pane tostato, caffè e una punta sottile di detersivo al limone.
«Quindi… la famosa sorpresa?» chiese lei, sollevando un sopracciglio mentre si sedeva al tavolo.
Tommaso versò il caffè con fare teatrale. «Arriva più tardi. Intanto ti racconto un po’ di novità.»
Parlarono di tutto e di niente. Della nuova agenzia di comunicazione dove lui lavorava, del suo tentativo fallito di imparare a suonare la chitarra. Dei loro amici comuni, di chi si era sposato, chi aveva divorziato, chi aveva fatto un figlio “per sbaglio”.
Athena ascoltava, annuiva, rideva. Ma sotto sotto sentiva una strana elettricità montare nell’aria.
«Ah, e a proposito…» disse Tommaso, quasi svogliatamente. «Sai chi è tornato anche lui in città da un paio di mesi?»
Athena lo sapeva. Lo sentì prima ancora che lo dicesse.
Un nome che le martellava nelle tempie già da quando aveva rimesso piede in paese.
«Edo.»
Silenzio.
Athena fissò la tazza.
«Sta bene?» chiese con tono neutro, o almeno ci provò.
Tommaso fece spallucce. «Sta. Sai com’è lui… sempre un po’ sfuggente. Ma lo vedrai, sicuro. Sta aiutando papà con dei lavori, e passa spesso da queste parti.»
Il cuore di Athena accelerò. Si morse il labbro inferiore.
Lo vedrai, sicuro.
«Non è più come una volta, eh. È… diverso.»
Tommaso abbassò la voce. «Un po’ chiuso, a tratti anche strano. Ma se ti capita, salutalo. Magari fa bene anche a lui.»
Salutalo.
Come se fosse facile. Come se dieci anni di silenzio, di notti piene di sogni sporchi e sogni spezzati, potessero sciogliersi in un ciao.
Tommaso si alzò per andare a fare una telefonata, lasciando Athena da sola al tavolo. Era strano come, nonostante fosse tornata a casa, ci fosse qualcosa di vuoto nell’aria. Un vuoto che non dipendeva dalla casa, ma da lui. Da Edoardo.
Il rumore della porta che si apriva la fece sobbalzare.
Athena alzò lo sguardo, il cuore in gola.
Era lui.
Edoardo entrò nella cucina come se fosse stato lì tutto il tempo. Alto, elegante, con quel passo che sembrava calcolare ogni movimento. I suoi occhi, chiari e penetranti, incontrarono i suoi con una lucidità che le fece tremare le mani.
Era come se il tempo non fosse mai passato.
Edoardo non cambiò nemmeno una virgola della sua presenza: lo stesso sguardo intenso, lo stesso sorriso enigmatico che aveva il potere di farle perdere il respiro. La pelle di Athena si tese al contatto con quegli occhi. Non riusciva a staccarli. Non si sarebbe mai aspettata che il destino fosse così crudele da metterlo di fronte a lei proprio in quel momento.
Tommaso, vedendo il suo sguardo un po’ confuso, fece un cenno. «Ecco, ti avevo detto che sarebbe passato…»
«Ciao, Athena.» La voce di Edoardo la colpì come un’onda improvvisa, calda e profonda. Ogni parola sembrava pesare come piombo.
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