“Si, questo è un bottone della sua giacca”. Connie non aveva dovuto analizzarlo a lungo, nonostante fosse consumato e annerito dal tempo e dall’umidità. Sul retro si leggevano appena le iniziali TK che lei stessa aveva inciso a mano, prima della partenza. Lo osservò qualche istante, in silenzio, cercando di mascherare con un sospiro il singhiozzo che stava per scatenarsi. “Questo… è l’ultimo bottone del colletto, ne aveva un altro uguale sulla sua divisa. Lo cucì lui, personalmente”. “L’hanno trovato accanto ai resti di una vecchia radiotrasmittente” – spiegò il tenente Mannion. Stava per risuccedere. Trevor non avrebbe voluto vederla così, mutò allora la reazione istintiva in un sorriso: ora finalmente avrebbero avuto l’onore e il ricordo che meritavano. Ora era giusto che tutti lo sapessero. “Come si sente, dottoressa?” Quando superi gli ottanta sei abituato a rispondere a questa domanda, almeno quando ti affacci alle occasioni pubbliche. Connie Gilmore dopo la pensione aveva rarefatto le uscite, anche per non avere la sensazione di essere invitata per dovere o compassionevole riconoscenza, a completare il parterre nelle conferenze scientifiche. “Le presento la dottoressa Gilmore, madre del professor Jim Keegan, prima donna a dirigere il Royal College di Chirurgia a Londra”. Il suo momento di gloria era arrivato molto tardi, negli anni Sessanta, anche perché tardi aveva potuto riprendere gli studi, finita la guerra e col peso di andare avanti con un capofamiglia disperso. Aveva sempre saputo che doveva trovarsi ancora laggiù, da qualche parte, ma per trent’anni nessun documento ufficiale lo aveva voluto confermare, pur riconoscendole dal ’47 una pensione militare cospicua, che aveva permesso a Jim di seguire le orme del padre, studiando ad Oxford, la più prestigiosa e costosa facoltà di Medicina al mondo. E a lei di tornare sui libri di chimica. “Missing in action”, era stato l’asciutto dispaccio ricevuto sulla sorte del marito Trevor dal Ministero, consegnato di persona dal vice Ammiraglio John Henry Godfrey, suo ultimo superiore a Gibilterra. “Perdonaci, Connie, presto saprai quello che non possiamo ancora rivelare”, le aveva promesso lo stesso Godfrey, poco prima che un ictus se lo portasse via durante una parata. Aveva dovuto aspettare ancora molto, Connie, ma non serbava alcun rancore ed era serena, quel giorno, quando la stampa fece conoscere al Paese di “Operation Tracer”. Orgogliosa quando la portarono sul pontile della Rocca, per gettare in mare la corona di alloro in memoria di Trevor e degli altri eroi silenziosi, il suo volto stanco, ma dignitoso. “Dedicated to the men and women who fought in silence for the light” era scritto sul monumento che stavano dedicando loro, coi nomi incisi sotto: Trevor, Liam, Deian, Ric, Ryan, Lord Brian e il giovane Edwin, l’unico sopravvissuto ma obbligato al silenzio. Lesse piano la frase ritrovata intatta sul muro della grotta: “We listened for England”. Era il 6 giugno 1997, pochi mesi prima un gruppo di tecnici della Royal Navy, che lavoravano nella manutenzione per creare un percorso turistico, scoprì casualmente quello che restava di una stanza murata nella roccia. “Sono restati chiusi lì dentro per quasi un anno, poi per sempre. Ci hanno insegnato che la vittoria non è sopravvivere, ma restare fedeli. Si può dire che abbiano vinto la guerra, senza sparare un proiettile”, li onorò nel discorso finale il Primo Ministro. Sette colpi a salve, poi silenzio, lo stesso silenzio sordo che aveva sentito per anni, ogni notte. Ma ora era di nuovo con lui, come le aveva canticchiato Trevor, prima di salire sull’aereo quel lontano mattino d’ottobre insolitamente baciato dal sole: “we’ll meet again… some sunny day”.
UN FASTIDIOSO MAL DI DENTI…
Considerando non più praticabile, almeno nell’immediato, lo sbarco sul suolo inglese, Hitler aveva appoggiato il piano di strozzarne il traffico navale con l’occupazione di Gibilterra e Malta. La prima tappa era sembrata più alla portata, ma serviva il benestare della neutrale Spagna. Ne aveva fatto vigorosa e inequivocabile richiesta al Caudillo Franco, in un freddo colloquio ad Hendaye, sui Pirenei.
“Noi agiremo comunque, ma sarebbe meglio se fosse un’azione coordinata e simultanea. Ne deriverebbero vantaggi per tutti, quella enclave dà fastidio ad entrambi”.
Franco: Vorrei aspettare il vostro sbarco in Inghilterra o per lo meno una fase più avanzata della guerra, in cui i britannici fossero meno in condizione di reagire. Come ha convenuto l’Ammiraglio Canaris non più di tre mesi fa, potrebbero minacciare direttamente le Canarie ed il Marocco spagnolo e non abbiamo la possibilità di impedirglielo. In pratica per ora avremmo più da perderci che da guadagnare, ma ci tengo a precisare che il nostro intervento è solo rimandato.
Hitler: Certo Generale, ma cerchi di valutare il contesto, non occorre che le ricordi che se Lei si trova qui è anche per merito nostro. Non è così?
Franco: So bene quanto debbo a Lei e al Senor Mussolini, ho riconoscenza, ma come può comprendere in questo momento la mia priorità è riportare l’ordine interno e le mie milizie sono impegnate a stanare la feccia rossa che resta in agguato, pronta ad approfittare se abbassiamo la guardia. Abbiamo appena iniziato il nostro lavoro, voi avete avuto più tempo per consolidarvi prima che scoppiasse la guerra.
Hitler: Vi aiuteremo ancora, il comunismo va estirpato in Europa, però sappia che i peggiori, i più feroci sono già fuggiti altrove. Noi ci aspettiamo un vostro contributo alla causa.
Uscendo dal colloquio e raggiunta la sua vettura, il Fuhrer si sfogò col suo attendente Fritz Darges, con un commento rabbioso che ripeté giorni dopo al Duce: “preferirei farmi strappare tre o quattro denti, piuttosto che dover tornare a discutere con quest’uomo.”
Da quel 23 ottobre 1940 però quel muro iniziò a sgretolarsi. La Spagna, pur senza entrare direttamente nel conflitto, acconsentì a fornire sostegno al piano Felix, mettendo a disposizione delle SS varie dimore in Andalucia, oltre a Villa Carmela ad Algeciras, già di proprietà italiana, e la pista sterrata di Torremolinos, ma soprattutto lasciando un varco per il passaggio di truppe leggere. Il resto lo avrebbero fatto gli U-Boot già presenti nel Mediterraneo e la Lutwaffe. Gibilterra resistette quasi tre settimane, respingendo un primo tentativo di sbarco che aveva seriamente compromesso le difese navali, ma non potendo contare sull’arrivo di rinforzi, il viceammiraglio Fownes dovette consegnare la piazzaforte ai tedeschi, il 26 giugno 1941. La svastica sventolava ora sul pennone in cima al castello, sulla Rocca: sei carri armati, più di duemila tra cannoni e mitragliere semoventi restarono in mano nemica, mentre quattromila prigionieri vennero imbarcati verso la Libia. L’incrociatore Wellington e sei corvette preferirono l’autoaffondamento, un momento prima di ratificare la resa. Ma non tutto era perduto, Churchill aveva preparato gli inglesi ad una lunga e dolorosa resistenza e si sarebbero ripresi anche Gibilterra, prima o poi.
“Chiediamo perdono, ai nostri fratelli e amici a Jersey, Guernsey, Aderney, Sark ed oggi ai concittadini della Fortezza. Non vi abbandoneremo mai, presto rimetteremo le cose a posto, scacciando gli intrusi”. Il Primo Ministro lo aveva promesso al Re Giorgio e in un solenne discorso alla radio, all’indomani della drammatica resa, che gettò nello sconforto anche la Borsa di Londra. “Ci siamo preparati all’invasione e l’abbiamo resa impossibile, avevamo previsto anche questo indesiderato scenario e i tedeschi scopriranno ancora una volta che non conviene sottovalutarci”.
“Ho scelto di incontrarvi qui, perché quello che ci diremo non dovrà mai uscire da questo perimetro. Non mi fido di nessuno, quando è in ballo il futuro dell’Impero britannico”. John Henry Godfrey, veterano di guerra, aveva meno di 50 anni quando venne messo al vertice della NID, Naval Intelligence Division, dipartimento divenuto fondamentale, da quando il Regno Unito era rimasto da solo a fronteggiare i nazisti. Prevenire i letali assalti dei sottomarini lungo il Canale e nell’Atlantico, coordinare le rotte dei rifornimenti lungo la costa africana, organizzare blitz che indebolissero il già fragile alleato di Hitler nei porti che Mussolini millantava come inespugnabili. La Marina britannica aveva tenuto alto il suo prestigio e intatta o quasi la sua potenza, e dal controllo delle comunicazioni passava la remota possibilità di sovvertire le sorti del conflitto. Ma era importante anche avere B-Plan nelle situazioni non favorevoli, operazioni del tipo “stay-behind” che consentissero di rimanere operativi e utili quando era proprio impossibile prevalere. In questo senso, essere riusciti a conoscere in anticipo i propositi su Gibilterra, grazie ad una seducente spia portoghese, già a novembre, costituiva un indubbio vantaggio. Era ovvio che il promontorio sarebbe stato un obiettivo per i tedeschi, così come Franco ne aveva reclamato la restituzione appena dopo la fine della Guerra Civile. Ma i documenti copiati dalla cartella del capitano Lehman, mentre smaltiva una sbornia in un bordello di Faro, non lasciavano dubbi sull’urgenza di prendere le contromisure. Amalia Puentes se lo era trovato davanti, barcollante dopo una serata troppo intensa ed aveva pensato bene di lasciarlo riposare sul suo divano. Del resto, non era stato difficile farlo convincere ad una sosta al Pensao Boa Sorte, aveva notato come l’aveva guardata il giorno prima e sorprendentemente semplice era stato rendere più “efficace” la bottiglia di Porto che aveva condiviso col capitano del 6° Corpo d’Armata della Wehrmacht, in visita privata all’ambasciatore e plenipotenziario italiano Renato Bova Scocca. Ad una spia addestrata a Londra e Parigi per tre anni, prima di accettare quella indecente copertura dopo l’occupazione della Francia, bastavano pochi minuti per comprendere come fotografare un documento, rimettendolo allo stesso identico posto, o almeno memorizzare quanto più possibile in pochi istanti, attraverso associazioni mentali. Amalia usava le canzoni, le riusciva più facile poi decodificare e trascrivere le parole, anche quelle di una lingua che conosceva poco, come il tedesco. “Impara solo l’essenziale e fai capire che conosci ancora meno”, le avevano raccomandato a Londra: una prostituta portoghese che parla come Goethe avrebbe destato non pochi sospetti. Il suo inglese, invece, era impeccabile e la sera stessa a Whitehall sapevano che un Corpo d’Armata, guidato dal Generale Rudolf Schmidt, si stava addestrando al confine con la Spagna. Gibilterra non era mai citata, in quel fascicolo, ma era chiaro che a Berlino fossero certi del via libera di Franco per spingersi oltre. “Einkreisung” era la parola usata più volte e, subito dopo, “Landung”. Entro la fine del 1941 sullo stretto andava tolta di mezzo la presenza inglese, con un’azione coordinata da terra e via mare. Rafforzare troppo la piazzaforte, oltre che essere complicato (a Malta si era rinunciato quasi subito), avrebbe potuto insospettire i tedeschi. La consegna per la guarnigione di Gibilterra fu quindi quella di resistere più a lungo possibile, rendendo arduo uno sbarco attraverso una fitta cerniera di reti di protezione. Nel frattempo, però andavano intensificati i cunicoli già presenti nella Rocca, alcuni risalenti addirittura al periodo degli attacchi spagnoli e francesi agli albori del 18° secolo. Grazie all’aiuto di due compagnie di genieri volontari arrivati dal Canada, dotati di punte per trapano a diamante, già ad inizio conflitto era stato ultimato lo scavo di circa 50 km di gallerie su vari livelli, con tanto di uffici, ospedali e due caserme al riparo da possibili bombardamenti. C’era anche un panificio. Ma occorreva qualcos’altro, in caso di occupazione: un presidio permanente segreto, proprio in pancia al nemico, come una sorta di cavallo di Troia. Il brain storming prese il via il 20 dicembre 1940, con appuntamenti fissati ogni domenica alle 7PM, al civico 36 di Curzon Street.
Il Rear Admiral Godfrey prese la parola perché nessuno dei 15 presenti sapeva cosa dire, ma nemmeno ci fu qualcuno che ebbe l’ardire di chiedere perché li avessero convocati.
“Quello che accade qui, resta dentro queste quattro mura, ed è facile per me controllare che sia così. Inutile poi che vi dica quanto può pesare una confidenza fatta in buona fede ad un amico, alla moglie, al vicino o in un pub. Se temete di non poter convivere con questi segreti, vi pregherei di farvi da parte subito, perché vi sto chiedendo non solo di omettere ma di mentire a chiunque non sia qui adesso”. Il dottor Liam Rashford, docente di Scienze Geologiche al Royal College di York, si sentì quasi chiamato in causa, l’ammiraglio sembrava scrutarlo con particolare scetticismo. “Non so perché abbiate voluto il sottoscritto, ma ne vado fiero, a 45 anni con due infarti alle spalle, un occhio praticamente inutile, non mi hanno voluto nemmeno nella Home Guard. Se posso tornare utile altrimenti, sono disposto a restare chiuso in questa stanza per il resto della guerra”.
“Non ce ne sarà bisogno, professore, ma se vorrà aiutarci ci vedremo spesso. Lei è stato ricercatore universitario nel dipartimento di mineralogia ad Oxford, corretto?” “Immagino sappiate tutto, ma confermo. Saprete anche che non sono rimasto a lungo in quelle aule, nel ’24 mi hanno invitato a cercarmi un’altra collocazione, nonostante una decina di pubblicazioni. Bah, ormai è acqua passata, sono stato più utile alla Imperial Chemical per sperimentare nuovi polimeri. Non era proprio la mia vocazione, ma mi hanno fatto fare carriera, almeno abbastanza per mantenere dignitosamente un single mezzo invalido con due figli orfani della mamma.”
“Conosco la sua storia, professore, così come so che il rettore la cacciò perché invitava i suoi allievi a mettere in discussione i docenti e ad accorciare le distanze del protocollo accademico”.
“Per la verità io usavo il verbo sfidare, rovesciare le certezze, non accontentandosi di quanto potevamo scarabocchiare sulla lavagna. Lo dicevano scienziati più importanti di me, da Cartesio a Karl Popper. Ah, già, ma lui era ebreo”.
L’ammiraglio tirò fuori da una pila di carte un libretto con una copertina sbiadita “Questa era una delle sue pubblicazioni?” PROPAGAZIONE DEL SUONO ATTRAVERSO LE ROCCE CALCAREE, Oxford University, 1923. Il titolo si leggeva appena, i caratteri in oro erano stati quasi completamente sfregati via.
“Non devono averne fatte uscire molte, di copie, se avete in mano solo quello schifo. Fu uno dei miei primi tentativi di attirare l’attenzione- sorrise Rashford- non un gran che per l’umanità, ma ci dedicai parecchio impegno, mi creda”.
“Me lo auguro, professore, perché l’ho scelta proprio per questo”.
Su cinque comodi Chesterfield, lungo tre lati della sala disadorna, stava seduta un’altra decina di estranei, molto diversi tra loro, a parte un paio di brizzolati sovrappeso, curiosamente vestiti in modo identico e ai lati opposti del tavolo ovale pieno di documenti, posto al centro. “Voi non vi conoscete, immagino, e non è così importante, ma lo è quello che potrete fare per il Paese. Dobbiamo fare in modo che un posto sperduto e indifendibile diventi una delle nostre più profittevoli fonti di informazione. Il nostro occhio e le nostre orecchie nelle retrovie nemiche”. Approvò, senza capire, Sir Baldwin Adams, anche lui geologo ma con una storia più banale, specializzato in perforazioni marine. In senso orario lo seguivano Deian Starrow, fisico a Cardiff, il tecnico radio Ric Bremer, il marconista navale Ryan O’Sullivan ed il dottor Duncan Oliver Norrie, primario cardiologo del St Bartholomew Hospital di Londra (responsabile dell’intera ala Giorgio V del Bart Heart Center) che non nascondeva il suo disagio per l’omino decisamente male in arnese che aveva avuto l’ardire di accomodarsi al suo fianco, non avendo trovato posto nella poltrona successiva. “Le sembra il modo?” provò ad allontanarlo, ma Godfrey intervenne prontamente: “Ha ragione, professore, avrei dovuto presentarvi prima. Ma ci sarà modo di conoscerci, se accetterete l’incarico”.
Le due settimane successive furono dedicate appunto solo a spiegare a ciascuno cosa facevano gli altri ospiti e questo infastidì molto Lord Mortimer Matthew Beaufort, erede di una millenaria casata proveniente dalla Bretagna ed imparentata coi duchi di Somerset. Si era chiesto sin da subito cosa c’entrasse lui, in quel contesto così poco blasonato. La sua famiglia già contribuiva in modo cospicuo alla causa bellica, nessuno in età idonea si era sottratto al suo dovere. Suo figlio Archibald si era arruolato volontario, vincendo le resistenze materne, nella base RAF di High Wycombe. “Dove ha imparato a parlare tedesco, Milord?” La domanda secca, impertinente e soprattutto così plateale lo aveva convinto ad alzarsi e ad andarsene. Non avrebbe messo più piede in quel modesto appartamento, non di certo all’altezza di un militare di così alto rango e responsabilità per le sorti della Corona britannica. Del resto, non era tenuto a dare spiegazioni, anzi ne avrebbe pretese parecchie dai suoi contatti di ben altro spessore, in Parlamento. “Mi perdoni, Milord. Non la sto accusando di essere una spia nazista, non sarebbe qui e certamente non l’avrei invitata io, che sono a capo dell’Intelligence. Mi risulta che non abbia fatto studi specifici, che non abbia mai risieduto in Germania, né abbia frequentazioni diplomatiche, è così?”
Il conte di Northumberland era già sull’uscio, prima di varcarlo voleva replicare all’insinuazione ma la domanda gli partì ancora prima: “Chi l’ha autorizzata a indagare sulla mia persona?”
“Milord, siamo in guerra e vale anche per ognuno delle Vostre nobiltà, i cui avi hanno fatto grande questo Impero. Le Loro Maestà stanno adoperandosi oltre misura per mettere a disposizione dei nostri soldati tutte le risorse per scongiurare l’Apocalisse promessa da Hitler. Nessuno può restare in disparte, chiuso nella propria dimora, contando sulla benevolenza dei panzer tedeschi. Lo sanno bene i reali del Belgio, di Lussemburgo, di Danimarca, Olanda, Norvegia e chissà quanti altri ancora sperimenteranno tale ferocia. Chi mi ha autorizzato? Re Giorgio VI in persona, vuole lamentarsi con Buckingham Palace?”
Si sedette di nuovo al suo posto, chinando il capo. In quel momento era solo Brian Mortimer Beaufort e tutti si aspettavano che fornisse delle spiegazioni plausibili. “Chiedo venia per la mia irruenza, ammiraglio, non volevo offenderla. È che sono stato convocato mentre ero in visita ad un cugino gravemente ammalato, senza una spiegazione.”
“Nessuno ne ha avute, per ora, sarò più chiaro a breve. Lei ci aiuterà?” Lo guardavano nuovamente tutti, perfino quello che pareva un garzone di bottega dei Docks. “Se riterrete che sia in grado, sono a disposizione di Sua Maestà. Posso avvisare la mia famiglia che mancherò ogni domenica sera a cena…per quanto tempo?”
“Quello che sarà necessario. Potrà dire solo che è ospite fisso del circolo del bridge del Banqueting House, Lei gioca spesso mi pare e non dà molte spiegazioni. Le forniremo l’alibi, non si preoccupi, un paio di frequentatori telefoneranno e si presenteranno alla Sua signora. Inoltre, La verremo a prendere, dalla prossima volta. Sarebbe in grado di comprendere conversazioni veloci e masticate, anche se arrivano da lontano?”
“Credo di sì. Sono stato allevato da una governante olandese, che mi raccontava le favole e mi leggeva libri in tedesco. La trovavo una lingua poetica e, allo stesso tempo, molto musicale. Fino a quando non scoppiò l’altra guerra mi procuravo edizioni speciali di Fichte, Hegel, Schlegel e condividevo questa passione con due dei migliori clienti della sartoria di mio padre. Quando venivano a Londra mi portavano anche dischi originali per ascoltare musica da camera e l’Opera sul nostro grammofono. In battaglia mi sono trovato di fronte uno di loro, mi chiesero di interrogarlo dopo che era stato catturato sulla Somme e feci il mio dovere, mi disse solo che noi e loro avremmo dovuto essere dalla stessa parte perché i nostri Re erano cugini. Ho capito subito, però, che combattevamo una guerra diversa e quella lingua non mi è sembrata più così vicina e rassicurante. È restato solo un fatto privato, a maggior ragione dopo questa loro ennesima follia, ma probabilmente saprei tenere una conversazione decente, se dovesse presentarsi l’occasione”.
“Ci contiamo. Avremmo potuto cercare e trovare migliaia di interpreti, ma non avremmo avuto tempo di verificare la loro assoluta integrità. Sono certo che possiamo fidarci ciecamente di un nobiluomo integerrimo che ha un figlio che ci ha aiutato a ripulire i cieli della nostra isola. Archibald è un pilota molto coraggioso, ne sarà orgoglioso immagino. È stato lui a rivelarci che ha deciso di arruolarsi, rinunciando agli agi dell’Accademia, quando il severo padre gli ha tradotto i discorsi del Fuhrer, spiegandogli che Chamberlain non aveva saputo cogliere affatto i risvolti inequivocabili di quelle parole. Ci disse che lei quasi si vergognava di parlare tedesco, ma che avrebbe voluto essere a Monaco per mettere tutti in guardia. Ora avrà l’occasione per ringraziare di questo la sua governante”.
Edwin Twittle a 15 anni aveva già accumulato tre arresti per furto e una decina di denunce, oltre alle periodiche sospensioni da parte della scuola che, saltuariamente frequentava. Orfano di padre poco dopo la nascita, era stato cresciuto come potevano dai nonni materni, impegnati a far quadrare i bilanci dopo che la crisi del ’29 aveva azzerato il valore dell’azienda di famiglia. A casa non c’era quasi mai nessuno, così Edwin quando era fuori controllo preferiva frequentare i ragazzi più grandi a Soho ed aveva imparato velocemente l’arte di procurarsi quanto gli era stato negato. Qualche volta lo coglievano sul fatto, ma era velocissimo a divincolarsi e nessun gendarme da solo era mai riuscito a bloccarlo. Ce ne erano voluti ben quattro, che gli tesero una trappola poco dopo aver finito di trasferire su un carretto parte del carico di vettovaglie da una camionetta militare incautamente lasciata incustodita. Aveva accettato la sfida di alcuni sbruffoni che ancora lo ritenevano un moccioso, capace solo di rubare galline. Uscito da Felham piuttosto malconcio per un’aggressione subita in cella, i nonni si erano rifiutati di riprenderlo ed avevano firmato per affidarlo ai servizi sociali. Prima che scappasse di nuovo, l’ammiraglio Godfrey lo prese in consegna, convinto che l’ambiente militare avrebbe potuto ridare un senso alla sua vita. Per lo meno ci credeva suo figlio Joshua, che Edwin aveva difeso da un gruppo di bulli che l’avevano preso di mira a scuola. “Non ha paura di nessuno e di nulla, spesso anzi sembra sfidare le autorità con un atteggiamento strafottente, ma a modo suo ha anche un grande senso di giustizia”. Lo aveva descritto così a suo padre, che aveva preso a cuore la faccenda, evitandogli il riformatorio che, a quella età, avrebbe rappresentato un marchio indelebile. “Magari ha solo bisogno di un po’ di disciplina, padre, e di un riferimento. Non puoi trovargli una sistemazione da te in caserma?” In tempo di guerra, con gran parte degli uomini in forze al fronte, le situazioni di emergenza non mancavano e l’ammiraglio Godfrey lo affiancò agli addetti al magazzino divise ed equipaggiamento. Si diede parecchio da fare, Edwin Twittle, ben oltre le sue mansioni e gli orari previsti, mostrando riconoscenza verso chi gli aveva dato finalmente fiducia. “Non si pentirà, signor ammiraglio, mi piace pensare che mi rendo utile ai soldati che difendono il nostro Paese da quel pazzo di Hitler. Cosa non darei per essere con loro, ne sarebbe orgoglioso mio padre che li aveva combattuti in Belgio, nell’altra guerra”. Dopo poco più di sei mesi Godfrey aveva compreso che quel ragazzo poteva rendersi utile alla Patria molto più che smistando uniformi.
AMMINISTRAZIONE CONGIUNTA
L’occupazione di Gibilterra non fu di facile gestione per l’OKW, l’Oberkommando germanico. Nelle intenzioni del Fuhrer, oltre che uno strategico osservatorio sul Mediterraneo, rappresentava un’arma di ricatto verso gli inglesi. Sette impiegati amministrativi di Sua Maestà erano ostaggi sotto la Rocca, assieme a quindici militari di alto grado catturati in combattimento, tra cui l’ex Governatore Generale Sir John Standish Vereker, sesto Visconte di Gort, membro di casa Windsor. Sin dal blitz in Polonia Hitler cercava, a suo modo, di far capire agli inglesi che non avrebbe voluto impegnarsi direttamente contro di loro, senza quel cocciuto di Churchill si sarebbe anche potuta trovare una soluzione e comunque forse qualcuno a Buckingham Palace avrebbe potuto farlo ragionare, in cambio della restituzione di Gibilterra. Non c’era fretta però, ed Alfred Jodl invece premeva per sfruttare subito quel vantaggio competitivo, usando quella base per rifornire le truppe in Africa e bombardare Malta. Franco dal canto suo, auspicava una sorta di protettorato, in prospettiva di ricongiungere il territorio alla Spagna a fine conflitto ed anche l’Italia reclamava un ruolo, avendo contribuito con i suoi Macchi al martellamento delle difese costiere, prima della capitolazione inglese. Il 17 agosto 1941 venne creato il Governatorato Militare di Gibilterra, col Reichskommissar Seyss-Inquart al vertice, coadiuvato dal Generale Badoglio e da Ramon Serrano Suner, cognato di Franco, come proconsole fiduciario. Alla Germania spettava la gestione militare della penisola, mentre agli alleati era affidato il compito di coordinare gli affari di Stato, i rapporti diplomatici e di provvedere alla sicurezza interna, coinvolgendo anche le residue forze di polizia britanniche rimaste. Anche nelle isole del Canale si era tentato di farlo, con risultati modesti, l’obiettivo era di mantenere un residuo di normalità e di evitare di dare l’impressione di occupanti oppressivi ai civili che non avevano aderito all’evacuazione generale del ’39. Era però una convivenza complicata, l’uso della radio e delle parole britanniche era bandito e lungo Main Street e Kings Square stazionavano e sfilavano minacciosamente le divise della fanteria del Grossdeutschland e le truppe del 98° reggimento di Ludwig Kubler. L’invito ad una certa tolleranza verso i nemici non era servito a salvare la vita dei tre impiegati postali, crivellati di colpi per aver disegnato una “V” su un muro. C’era però ancora sette uomini su cui i tedeschi non avevano alcun controllo, anche perché ne ignoravano completamente la presenza: a loro erano affidate le speranze di riscatto della Royal Navy.
Milleduecento pesetas era lo stipendio mensile pattuito per meccanici, idraulici, elettricisti ed autotrasportatori, la metà spettava a camerieri, facchini e manovali. Personale reclutato dalle vicine cittadine di La Linea ed Algeciras, ma una trentina di loro erano marocchini arrivati dal territorio coloniale spagnolo e da quello francese, attirati dall’ottimo stipendio promesso dal comando militare. Del resto, il personale ausiliario non era possibile trovarlo solo all’interno delle truppe di occupazione e si era deciso di tenere aperti anche i principali pub e le osterie per mantenere una parvenza di normalità a Gibilterra. Accanto al cimitero di Flint Road c’era una fornita officina per ricambi Rover, ora riadattata per rifornire gli equipaggi dei Panzer 38 recuperati dal fronte ceco, oramai obsoleti ma sufficienti per le necessità del presidio. I capi meccanici erano ausiliari tedeschi, trasferiti in poche settimane assieme alle famiglie. Da settembre 1941 a fine anno, la popolazione civile aumentò di circa 2000 unità e, al di là dei frequenti atterraggi di Stukas ed aerei italiani, in rifornimento prima di tornare in Africa, Gibilterrra appariva una tranquilla cittadina lontana dal fronte. Gli inglesi e gli irlandesi rimasti, amministrativi e i loro familiari, pur controllati a vista e non potendo rientrare in patria, godevano di una certa libertà di movimento e si ritrovavano presso la Cattedrale di St Mary The Crowned oppure nella sala da tè di Queen’s Road. Off limits per loro, invece, la zona dell’aeroporto e il North District, dove i tedeschi avevano iniziato i lavori di ampliamento per l’attracco di corazzate, incrociatori e della portaerei Graf Zeppelin.
“Quanto durerà ancora questo caos? Non riesco a fare finta di nulla, tra poco saremo prigionieri di guerra e probabilmente ci useranno come ostaggi in caso di bombardamento. In fondo l’Irlanda è neutrale, tramite la mia ambasciata a Lisbona ho già fatto pervenire richiesta di rientrare per raggiungere mia moglie”. Liam O’Neill era uno dei 12 medici rimasti in servizio nell’ospedale inglese, ma non nascondeva di avere poco in comune con i suoi colleghi e con gli altri residenti. Non si era arruolato, come si erano affrettati a fare molti coetanei ed amici a Cork, dove era originario e l’Union Jack rappresentava quasi un vessillo estraneo, esattamente come quello tedesco. “Sia chiaro, io non vorrei mai vivere sotto i nazisti, ma spero si arrivi presto a capire che accordarsi è meglio per tutti. Il Commonwealth da una parte, il loro Lebensraum più a est. Che c’entriamo noi con la Polonia, la Cecoslovacchia, la Russia o la Yugoslavia?”
“Fossi in te, mi vergognerei di ragionare in questo modo. Loro stanno vincendo proprio perché non li abbiamo fermati per tempo e non credere si accontenteranno. Non sei inglese, ma non è più tempo per stare a guardare, o si sta da una parte…o dall’altra, caro Liam. Altro tè?” Prima della guerra avevano condiviso gran parte delle tappe più importanti del loro percorso formativo, ma ora il dottor Trevor Keegan sembrava vedere le cose in modo decisamente differente. Cresciuti a Brighton, nella stessa modesta semi detached in Ringmer Road, figli di operai marittimi, dopo il diploma si erano trasferiti in un seminterrato a Londra, dandosi il cambio come lavapiatti nel ristorante che li ospitava, per pagarsi gli studi. Il professor Norrie del St. Bartholomew li aveva notati entrambi, durante il tirocinio, chiedendo che venissero poi assegnati al suo reparto ed affiancandoli nella specializzazione, uno in chirurgia toracica, l’altro in chirurgia d’urgenza. Il loro talento non era inferiore alla leggerezza con cui esorcizzavano i pesantissimi ritmi di lavoro cui erano sottoposti. Non di rado si aspettavano l’un l’altro oltre i rispettivi turni, per rientrare assieme a piedi, anche in piena notte. Progettavano di aprire assieme una clinica a Karthoum, quando avrebbero iniziato ad imbiancare i capelli, il denaro ed il prestigio non li avevano offuscati affatto e si erano rifugiati entrambi nell’affetto rassicurante di ex compagne di scuola. La morte della amata Evlin, caduta dalle braccia della mamma mentre scendeva le scale, cambiò tutto ma soprattutto spense ogni entusiasmo ed ogni spinta ideale nel biondo irlandese, che ormai non si curava più nemmeno del suo fisico, a giudicare da come era imbolsito. “Forse quando i tedeschi tireranno un paio di confetti sulle nostre distillerie…” provò a scherzare Trevor. Prima dell’occupazione l’ospedale di Gibilterra era un piccolo, ma importante presidio sanitario per rimettere in piedi marinai che erano rimasti feriti durante scontri navali nel Mediterraneo, ma anche per le terapie antimalariche dei contingenti diretti in Egitto e Sudan. Compresa l’impossibilità di aiutare l’amico a rimarginare la ferita, che lo aveva devastato oltre le apparenze, due anni prima gli aveva proposto di raggiungerlo con Sarah, quando già le strade di Londra si stavano riempiendo di sacchi di sabbia e di volantini con le istruzioni per indossare le maschere antigas. Il dottor Keegan non ci pensò su molto, quando si trattò di scegliere tra un prestigioso studio medico e mettersi a disposizione del British Army, senza però potersi arruolare. Il suo servizio era finito nel 1931 ed a quarant’anni trovò normale, una volta divorziato, cambiare aria ed uscire dalla comfort zone. Operò fino alla morte di Re Giorgio, al cui capezzale fu chiamato assieme a Liam, per attenuarne le sofferenze, poi chiese di partire per l’India ma venne destinato all’Ospedale Coloniale di Gibilterra, che stava aprendo un’area chirurgica di cui fu nominato primario con l’incarico di organizzare il personale. Si oppose all’ordine di rimandare indietro alcuni repubblicani spagnoli feriti a Granada e ricercati dai miliziani, mettendoli sotto protezione di Sua Maestà e permettendo al tenente Uriarte ed ai cinque civili di fuggire a Tangeri. Iniziativa non particolarmente apprezzata in patria e che lo mise in difficoltà anche a Gibilterra, dove avrebbero preferito non avere problemi diplomatici coi nuovi vicini. Quando Franco si insediò, velatamente indicarono tra gli indesiderati il dottor Keegan, chiedendone il trasferimento, ma quell’ingerenza sortì l’effetto opposto ed il comando militare lo convocò per un incarico top secret. La guerra pareva oramai inevitabile, nonostante le rassicurazioni di Hitler e le illusioni di Chamberlain e la Rocca rappresentava un avamposto strategico irrinunciabile.
“Conosce qualcuno a Gibilterra, professor Norrie?” La domanda restò sospesa, alla fine di un colloquio in cui parevano più interessati alle sue competenze professionali. Godfrey accennò un fugace cenno col capo, prima di uscire dalla stanza in cui aveva accompagnato il luminare della chirurgia, atteso ad un congresso negli Stati Uniti la settimana successiva. Dopo i primi incontri semi clandestini in Mayfair, per Duncan Oliver Norrie erano seguiti due mesi di assoluto silenzio. Nessun invito era più stato recapitato nella sua cassetta postale, nessuno lo aveva più cercato dopo l’ultima riunione in cui erano rimasti in otto ad ascoltare l’ammiraglio, anzi più che altro a rispondere alle sue ficcanti domande sul loro passato. “Se ricordo bene, è la sua birra preferita”. Aveva trovato questo messaggio, sul retro di un biglietto che reclamizzava un pub di Withfield, dentro il taschino del tight che aveva appena ritirato in tintoria: la doppio malto sarebbe stata fatta assaggiare a selezionati avventori il 23 marzo 1941. Non c’era nulla dentro, quando lo aveva portato a rinfrescare, in vista del viaggio in America. Fu tentato di andare a chiedere spiegazioni al commesso, ma senza un motivo apparente associò l’invito alle riunioni clandestine cessate mesi prima, così si avviò senza troppe domande verso il Midland Pub, perché quell’invito era per la sera stessa. “Bentornato, professor Norrie, abbiamo ordinato tre pinte scure, si unisce al nostro tavolo?” Non era perciò sorpreso di rivedere l’ammiraglio e, nonostante le fattezze alquanto popolari, comprese subito che gli altri ospiti erano di un certo riguardo. “Si sieda con noi, professore, è arrivato il momento di fare la nostra parte”. Gli altri tre ospiti si presentarono a turno: il colonnello Dalglish, del dipartimento comunicazioni speciali, il tenente RAF, Jim Doors, e la dottoressa Leslie Summer Peacock. Con quest’ultima bastò un saluto compiaciuto da parte di Norris, che l’aveva avuta come apprezzatissima anestesista nel suo reparto per un decennio. Ne aveva poi seguito indirettamente la carriera ed era felice di poterla ritrovare al Congresso sulle neoplasie addominali di Philadelphia, di cui era tra gli organizzatori. “Temeva disertassi ed è venuta a prendermi, Leslie?” ammiccò, sollecitando ulteriori dettagli. “In un certo senso sì, professore, faremo il viaggio assieme, ma con due tappe intermedie”. Duncan Oliver Norrie si sforzò di comprendere il motivo dell’ultima domanda, proprio al momento di congedarsi dopo due graditi boccali di Guinness. Si sedette nuovamente e poi chiese finalmente il perché di quell’interrogatorio curriculare, dopo quanto già condiviso a Mayfair. Per un’ora circa aveva risposto senza irrigidirsi, sollecitando scherzosamente la conferma della dottoressa Peacock. Aveva ipotizzato di poter tornare utile come tutor per chirurghi destinati al fronte, ma ora la conversazione gli stava sfuggendo di mano e questo lo infastidiva. “Capisco la segretezza militare, ma io cosa c’entro con voi?” Godfrey riprese la parola e il suo tono ufficiale paradossalmente tranquillizzò il professore. “Come può ben comprendere, questi sono momenti in cui non ci si può fidare di nessuno. Abbiamo incassato episodi spiacevoli anche da parte di individui che conoscevamo bene e che ritenevamo sicuri. La guerra non sta andando come vorremmo e il problema più delicato, quando si è praticamente accerchiati, è lo scambio di informazioni”. Norrie tracannò l’ultimo sorso di birra e si sedette di nuovo. “In Europa siamo da soli, l’intervento della Spagna ha compromesso l’utilizzo di una base navale imprescindibile come Gibilterra, la priorità non è più evitare l’invasione fortunatamente, ma poter continuare a combattere Hitler almeno sul Mediterraneo. Lei ha avuto con sé due valenti chirurghi irlandesi al St. Bartholomew, si fida di loro?” Il professore scrutò l’espressione di Leslie, l’informazione era sicuramente trapelata da lei; quindi, si abbottonò nervosamente il bavero e appoggiò la mano sulle labbra, quasi a darsi un tono, oppure solo per prendere tempo. “Liam per la verità è più inglese di noi, da parte di padre e per scelta. Non abbiamo mai avuto molto tempo per discutere della situazione politica, in quel periodo c’era tanto da fare, ci arrivavano pazienti da tutta la Gran Bretagna; anche se noi tutti eravamo d’accordo che l’accordo di Monaco si era rivelato un insuccesso. Sono partiti poco prima della guerra, non so come la pensino oggi”. L’ammiraglio lo aggiornò sulla successiva carriera dei due colleghi e poi gli mostrò le foto di alcuni dei frequentatori di Mayfair. “Abbiamo dovuto fare una selezione, solo alcuni di voi erano idonei per lo scenario che avevamo ipotizzato. Non sapevamo quando, ma ora è il momento di agire”. Norrie riconobbe Sir Baldwin Adams, il geologo Rashford, Ric Bremer, Ryan O’Sullivan e Lord Beaufort. “Il ragazzo non l’ha mai visto agli incontri, Edwin in pratica è un mio figlio adottivo, a quell’età hanno un’agilità che noi imbolsiti purtroppo ci sogniamo.” Ordinarono altri boccali, poi l’ammiraglio andò al punto. “Lei partirà per New York con la dottoressa, a Philadelphia vi raggiungeranno i suoi ex collaboratori e il resto del gruppo. Verrete istruiti a dovere sui vostri compiti, ma sta a Lei accreditare tutti quanti come medici del suo staff, senza destare sospetti. La seguiranno al Congresso e in albergo, dove resterete fino alla chiusura dei lavori, tre giorni dopo. Quindi la vostra destinazione, separatamente, sarà Gibilterra, via Lisbona e poi Tangeri. I due medici non sanno nulla, li istruirà Lei, professore, anche sul posto, loro credono di essere stati destinati ad un presidio sanitario. Dobbiamo fare in fretta, entro metà giugno al massimo Lei dovrà ripartire per Londra”. Norrie finse di comprendere, ma chiese spiegazioni per un’urgenza che cozzava con i suoi intensi impegni professionali e universitari. “Professore- chiosò Godfrey- stiamo per perdere La Rocca, oramai è certo, ma non ce ne andremo completamente, resterà una ostinata retroguardia che ci dovrà aiutare a vincere la guerra. Murata lì dentro, Dio solo sa per quanto. È tutto chiaro? Possiamo contare su di Lei, naturalmente”. Non era una domanda.
L’addestramento degli uomini iniziò nel gennaio del 1941: George Murray Levick, un esploratore sopravvissuto alla sfortunata spedizione di Robert Scott in Antartide, fu uno dei consulenti sulle tecniche di sopravvivenza. Bisognava imparare ad affrontare questioni pratiche, come la dieta, l’esercizio fisico, l’igiene, ma anche capire le eventuali ripercussioni psicologiche in una situazione così “estrema”.
Richiamare in servizio un veterano di 64 anni rappresentava un rischio non indifferente, anche se si trattava di George Murray Levick. La Royal Navy lo conosceva bene, ne aveva apprezzato le capacità già nel primo conflitto, quando fu tra i pochi a mantenere i nervi saldi nella disfatta di Gallipoli, un incidente di percorso che danneggiò l’immagine della spedizione inglese e costò l’oblio per lunghi anni perfino all’ambizioso Winston Churchill, che l’aveva progettata. La sua vita era stata un vero e proprio romanzo: brillante chirurgo, mai però attratto dalle sale operatorie, si era imbarcato già a 26 anni per poi affrontare i disagi delle spedizioni antartiche come esploratore e zoologo, a Terra Nova con altri cinque membri dell’equipaggio rischiò più volte il congelamento, bloccato per mesi in una angusta grotta di ghiaccio. Per un anno osservò e documentò le abitudini, anche quelle più intime di varie colonie di pinguini. Il suo prezioso taccuino fu però messo in un polveroso archivio perché giudicato inutile ed addirittura indecente dal British Museum, che ne ostacolò la pubblicazione. Promosso chirurgo ufficiale della flotta, fondò la Public School Exploring Society, che per anni organizzò gite scolastiche decisamente out of standard in Lapponia, Alaska e Canada. A credere che potesse essere ancora utile fu proprio l’ammiraglio Henry Godfrey, che gli affidò 5000 reclute di una scuola di addestramento alla guerriglia, in Scozia. Chi meglio di lui, sopravvissuto in condizioni estreme e perfetto conoscitore dei limiti umani, poteva preparare la resistenza, dopo il probabile sbarco delle truppe germaniche sull’isola? A luglio 1940 lo Special Training Center Commando di Lochailort aveva già portato in efficienza una “Quinta Colonna” interna di oltre settantamila Royal Marines, pronti a rallentare il più possibile l’invasione, come aveva promesso il Primo Ministro nel suo discorso di insediamento. Quando la minaccia su Gibilterra stava diventando concreta, Godfrey pensò di nuovo a lui, che si era laureato in medicina e formato al St. Bartholomew. “Credo profondamente nelle coincidenze, sono dei segnali importanti quando si devono fare delle scelte che hanno conseguenze su molte persone”. Levick e Norrie si sarebbero capiti subito, così come sarebbe stato meno arduo tentare di convincere Keegan ed O’Sullivan ad accettare di immolarsi.
I volontari furono scaraventati in pieno inverno, sulla costa delle Highlands flagellata dalle onde più alte, sull’isola di Arran. Si dovevano riprodurre il più possibile le condizioni climatiche che avrebbero dovuto affrontare i prescelti, abituandoli a fare affidamento su tutte le loro risorse, soprattutto mentali. “Sarete da soli, rinchiusi per mesi, forse per degli anni interi senza poter avere contatti con altre persone, senza potervi muovere alla ricerca di cibo, acqua, informazioni. Sarete più volte sul punto di impazzire, di tradire i vostri compagni pur di rivedere la luce, di ritrovare una postura normale, di dormire su un letto decente. Cedere però significherà condannare a morte centinaia di soldati, impedire al mondo civile di fermare la catastrofe”. A differenza delle reclute che aveva addestrato fino ad allora, davanti aveva persone con nessuna esperienza militare, tantomeno di guerra. Per tre settimane, senza alcuna spiegazione, erano stati confinati in sei diverse spelonche, lontane tra loro, con modeste riserve di cibo ed un paio di abiti di ricambio. Sir Adams e Lord Beaufort provarono ad uscire più volte, specie durante la notte, sempre ricacciati in malo modo dentro sotto la minaccia di una carabina. Poi li chiusero, al buio, per tre giorni in una cantina ricavato sotto il faro. L’obiettivo era rimandare a casa chi avesse manifestato sintomi di claustrofobia. “Perché dobbiamo sopportare questo? Non è umano, abbiamo trovato insetti dappertutto e l’umidità ci ha consumato le ossa”. Per Edwin Twittle era stato più semplice, abituarsi a quella condizione da eremiti, quando aveva deciso di perlustrare la zona non era stato neppure notato dai soldati di guardia. Una volta aveva raggiunto perfino la postazione di Bremer, aiutandolo ad incanalare l’acqua piovana nella gavetta. Ad ognuno dei prescelti il primo giorno venne affidata una dotazione di due coperte, una cerata impermeabile, un coltello bush, cinque mozziconi di candela e vari fiammiferi, 20 gallette di latte solubile, una borraccia, 1 kg di carne secca e una stecca di merluzzo affumicato, sale grosso e un kit medico essenziale con bende, tre aspirine, mercurocromo e un ago da sutura. Ryan O’Sullivan rischiò il soffocamento il terzo giorno, non avendo ammorbidito la carne stopposa ingurgitata voracemente durante un attacco di fame. Fu salvato da uno dei Marines di guardia che si accorse dei rantoli: “avrebbero dovuto spiegarvi prima queste cose”, si permise di commentare riaccompagnandolo nella grotta. Ad inizio febbraio del ’41 finalmente furono portati in un luogo caldo e fatti sedere su panche di legno, con davanti una corposa porzione di brodo caldo. L’ammiraglio Godfrey li chiamò uno per uno, per nome, dopo aver scritto su una lavagna al suo fianco la parola “Tracer”.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.