Il portiere di quella squadra era Ricky Albertosi e si distingueva da tutti gli altri per la maglia di un giallo acceso, pieno di vita e di energia. Lui, tra tutti i protagonisti di quella foto, mi affascinava in maniera particolare: aveva una posizione marziale e l’atteggiamento da ceffo; avrebbe potuto interpretare il personaggio di Giulio Sacchi, violento, crudele e sadico protagonista nel film Milano odia, la polizia non può sparare del 1974 appartenente al genere poliziesco che le produzioni italiane negli anni Settanta sapevano fare con grande maestria e successo. All’epoca ancora non lo sapevo, ma di lì a poco Albertosi finirà davvero in prigione, anche se solo per un paio di settimane, per quella drammatica vicenda del calcioscommesse che scosse dalle fondamenta tutto il sistema calcio coinvolgendo pure Paolo Rossi, il ragazzo di Prato che solo pochi anni dopo, tornato a nuova vita sportiva dopo la squalifica, ci fece vincere quell’avvincente e indimenticabile mondiale in terra di Spagna. Anche allora il mondo dell’Italia pallonara evidentemente non era immune dagli intrighi economici e dalle truffe.
Il mio rapporto con il calcio, dunque, iniziò proprio così, con quella grande foto affissa alla parete.
Ma cosa ci faceva il poster del Milan sul muro della mia cameretta se tutti coloro che mi conoscono da sempre, familiari, amici, ex compagni di scuola, sarebbero pronti a giurare solennemente che da piccolo ero stato tifoso della Juventus?
Come ci era finito quel poster appeso sulla parete della casa dove abitavo da bambino?
Il piccolo negozio di alimentari era posto sotto il piano stradale; vi si accedeva scendendo due scalini di marmo. Era uno dei quattro negozi di generi alimentari di quel piccolo paese situato sulle colline di Maremma dove vivevo. Sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, quel modesto borgo di poche case incastonato e nascosto in una sorta di valle circondata dai colli verdi di prosperosa vegetazione mediterranea poteva ancora permettersi il lusso di ospitare ben quattro negozi di generi alimentari, due macellerie, una tabaccheria e due empori dove chiunque poteva trovare qualsiasi cosa di cui potesse aver bisogno.
Tutto questo accadeva prima della diffusione dei supermercati, della grande distribuzione e dei centri commerciali che con la loro potenza di fuoco hanno portato alla quasi totale scomparsa di quei piccoli luoghi di socialità e di incontro di un’umanità che non andava a fare la spesa con il carrello.
In quella strana mattina dell’anno qualunque 1979, scesi quei due scalini in marmo del negozio di generi alimentari del mio paese mano nella mano con la mia mamma.
Il mio babbo non c’era più. Pochi mesi prima accadde infatti che non tornò a casa.
Prima c’era e poi non c’era più!
Questa è l’estrema, cruda e schietta sintesi di come un bambino di sei anni da poco compiuti quale ero riuscì a elaborare la morte del proprio genitore. Non soffrii, non piansi e non feci domande; l’evento fu troppo grande per essere affrontato in solitudine.
Semplicemente, chiusi con decisione e fermezza la saracinesca delle emozioni e feci finta di niente.
Rimanere indifferente a quel vuoto inaspettato e a quella sensazione di abbandono fu come mettersi una sorta di corazza difensiva. Così come il corpo, come estrema difesa di se stesso quando è sottoposto a un lacerante e insopportabile dolore fisico, perde i sensi o muore, così io decisi inconsciamente di sopprimere la consapevolezza delle emozioni per non dover fare i conti con quella inedita esperienza.
Crescendo, quando il dolore che per anni era stato solo messo in castigo e reso silenzioso ruppe gli argini e tracimò all’esterno con l’energia e la violenza di un’onda che tutto travolge, sono stato ingeneroso e poco riconoscente, questo lo riconosco, nei confronti della mia mamma, degli zii, dei parenti vari, criticandoli eccessivamente per non avermi coinvolto in quella sofferenza, per non aver trovato le parole, semplici ma sincere, per spiegarmi cosa stesse accadendo. Tutti agirono con le migliori e nobili intenzioni in una situazione difficilissima, con l’unico scopo di proteggermi, in cui ognuno non sapeva bene cosa fare.
Eppure, proprio in quel far finta di niente, in quel non dirmi niente, in quel fingere di essere normali in un evento tragico e devastante che normale non era, ci fu un grande errore di gestione delle emozioni.
Avvertivo infatti che qualcosa di grave era accaduto, vedevo che il mio babbo non c’era più ma ancora non sapevo cosa fosse la morte, non riuscivo a elaborare spiegazioni dentro di me, non potevo usare parole che ancora non possedevo per chiedere conto a qualcuno.
Chiudersi a riccio e far finta di niente diventò quindi l’unico rifugio possibile fino a quando, crescendo, non fui costretto, con grande ritardo, a mettere mano, volente o nolente, a ciò che in passato avevo necessariamente dovuto relegare all’angolo.
Il mio babbo era un uomo di un’epoca diversa. Quando nacqui, si limitò ad accompagnare la mamma in ospedale alle prime doglie, tornando solo dopo che io ero già venuto al mondo. Non si occupò mai di me come fanno molti padri di oggi: non mi cambiò i pannolini, non mi portò a spasso nel passeggino, non mi accompagnò al parco né assistette alle mie prime recite alla scuola dell’infanzia. Non era disinteresse o mancanza d’amore; semplicemente, negli anni Settanta, in quel piccolo paese di Maremma, le cose andavano così: la cura dei neonati e dei bambini piccoli era un compito che spettava alla mamma.
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