Grecia, età classica, V-IV secolo a.C.
Dracula, Bram Stoker, 1897 – le visite notturne relative a Dracula di Lucy, i morsi ripetuti e la sua successiva trasformazione dopo la morte hanno fissato nella tua immaginazione l’idea che “ti morde, muori, ti rialzi vampiro”, come se il morso fosse di per sé una procedura standard di creazione. Procedura standard, capito? Standard. Come se fosse una cosa normale.
Salem’s Lot, Stephen King, 1975 – il romanzo e i suoi adattamenti mostrano una catena di trasformazioni basata soprattutto sul morso e sulla morte successiva, con interi compaesani che si rialzano come vampiri dopo essere stati morsi, rafforzando in te l’idea di progenie “a catena”. Siete fissati dalla catena di montaggio, come concetto. Parzializzate la produzione fino a che nessuno è più in grado di costruire una cosa dall’inizio alla fine. Che fina ha fatto il buon vecchio artigianato?
Intervista col Vampiro, Neil Jordan, 1994, tratto dal romanzo di Anne Rice – le scene in cui il vampiro dissangua la vittima e poi le offre il proprio sangue come “passaggio di consegne” hanno reso popolare la variante più sofisticata: morso + morte + sangue vampirico = rinascita non-morta, ma nella percezione molti ricordano solo il morso come momento chiave. Avete una pessima memoria.
Blade, Stephen Norrington, 1998, tratto dagli omonimi fumetti Marvel Comics – il film mostra umani che, dopo essere stati morsi, si trasformano in vampiri di basso rango, alimentando l’idea cinematografica di una contagiosità quasi automatica del morso, come un virus che moltiplica progenie. Per assurdo, se fosse vero, potrebbe quasi avere senso.
The Lost Boys, Joel Schumacher, 1987 – l’iniziazione di Michael (morsi, sangue, semi-morte) e la possibilità di completare o invertire la trasformazione danno al morso un ruolo rituale fortissimo, che molti di voi spettatori umani ricordano come “basta il morso e dopo il funerale ti rialzi”. Perché voi amate le cose semplici.
Il luogo è buio e polveroso. Non ci sono finestre, ed alle pareti sono fissati quelli che credo siano pannelli isolanti acustici. Di qualità infima, hanno speso poco.
Probabilmente non hanno accesso a chissà quali somme di denaro. I soliti pezzenti.
Temono possa chiamare aiuto, per questo hanno cercato di isolare acusticamente, ma non hanno fatto un gran lavoro. I mezzi sono chiaramente limitati. La realtà però è che quello che temono di più è che qualcuno possa sentirmi e decidere di aiutarmi. È così quando devi fare le cose di nascosto.
Non hanno evidentemente appoggi ufficiali o altolocati. Sarebbero più spavaldi.
So queste cose perché percepisco le micro-variazioni nella pressione dell’aria, e sento tutti i suoni provenienti dall’esterno non troppo ovattati e filtrati da qualcosa che ci prova a fare quello per cui è stato acquistato, ma non abbastanza seriamente.
Deve essere la cantina di un vecchio condominio anni ’50 o ‘60 o giù di lì. Lo capisco dall’odore. L’impasto del cemento e della malta, sento odore di mattoni di un certo tipo, di quel periodo, l’odore è specifico.
Non è un box auto però. Me ne renderei conto, percepirei l’aria esterna, la sua vicinanza. L’aria subito oltre la parete ricoperta dai pannelli fono-assorbenti è ferma, quasi immobile. Ci hanno provato, ma non ne sono stati in grado.
Però bisogna dargliene atto. Il tentativo, seppur goffo ed inutile, è stato fatto. Decido, ne terrò conto.
Anche se, a dire il vero, in realtà potrebbe essere un’aggravante. Suggerisce una premeditazione raffazzonata. Non mi piacciono le cose fatte tanto per fare, soprattutto se a farle sono i soliti dilettanti del cazzo. Soprattutto se vengo coinvolto in prima persona.
Sospendo il mio giudizio. Ci penserò nuovamente dopo. Ho tempo.
Ho tutto il tempo del mondo.
–
È da un po’ che mi seguono, che mi osservano. Li ho notati subito, non potevo farne a meno, erano talmente goffi ed impacciati che non farlo sarebbe stato davvero da stupidi incompetenti. Probabilmente loro, al posto mio, non l’avrebbero fatto, ma loro sono chiaramente incompetenti. E distratti.
In un paio di occasioni, durante i loro goffi appostamenti, ho anche provato a fissarli apertamente per alcuni secondi, sfidandoli, ma sono dei dilettanti, con la testa fra le nuvole o la faccia nel telefono. Non se ne sono nemmeno accorti. Questo mi ha fatto arrabbiare. Non sono dei professionisti, non è gente preparata. Detesto il pressapochismo. Detesto la mancanza di impegno e concentrazione.
Non è la prima volta che mi prendono, non è la prima volta e non sarà di certo l’ultima. Non loro, in generale nella mia esistenza, è già capitato che qualcuno decida di percorrere questa strada. A volte le persone lo fanno. Spesso per loro è un errore.
A dire il vero è tanto tempo che non mi prendono effettivamente loro. Relativamente agli ultimi secoli della mia esistenza sarebbe più opportuno affermare che sono io che mi faccio prendere.
Dalla noia, probabilmente.
La mia vita è diventata noiosa e ripetitiva. Difficilmente trovo abbastanza motivazioni per considerarmi superficialmente incuriosito nei confronti di qualcosa o di qualcuno.
Loro non mi incuriosiscono particolarmente, però mi infastidiscono, quindi trovo doveroso rimetterli al loro posto. Fare loro un corso accelerato.
Qualcuno di loro potrebbe anche sopravvivere.
Davvero credono di potermi prendere così? Di potermi legare in questo modo? Pensano seriamente che bendarmi ed imbavagliarmi possa servire a qualcosa? Certo che lo pensano. Loro pensano di sapere.
Pensano di sapere. Credono di credere. Io invece, intanto, ascolto ed aspetto. Annuso l’aria e pianifico la mia prossima mossa. So già molte cose.
Sopra di me vivono almeno una trentina di persone. Certamente non sanno del possibile problema che gli hanno forzatamente traslocato in cantina.
Sento la merda ed il piscio scorrere dei tubi. Percepisco l’energia elettrica attraversare i filamenti di rame dentro le pareti e questo nonostante l’accrocchio che mi hanno infilato in testa. Non l’ho ancora visto, ma credo sia una qualche sorta di gabbia… probabilmente incatenata al soffitto. Percepisco il peso sul collo e la resistenza della catena di metallo. Ne sento tintinnare gli anelli.
Soluzione interessante, anche se non particolarmente originale. Già vista. Però se ci sono arrivati da soli vuol dire che si sono dati da fare. Hanno studiato? Un minimo certo, però hanno studiato. O è pura fantasia? Estro artigianale forse?
Trovare il materiale, costruirla. Son persone che sanno fare?
Forse. Non sanno decisamente pedinare nessuno, ma qualcosa lo sanno fare. Non è cosa da tutti. Vedremo quanti crediti riusciranno a guadagnare. Per ora ben pochi.
Probabilmente ancora non ci credono di essere riusciti ad intrappolarmi qua sotto. Staranno festeggiando. Avranno festeggiato?
Ma hanno paura, temono di essere morsi. Per questo la gabbia in testa. Mi temono e cercano di controllarmi.
Hanno sempre paura. Hanno sempre e solo avuto paura. Ed hanno sempre provato a controllarmi, per poi decidere di eliminarmi.
Mai una volta che abbiano provato a capirmi.
Mai, nemmeno una volta è successo.
Voglio concedermi il lusso di credere che questa volta sarà differente.
GIORNO 2
Ho voglia di fumare
Li sento discutere a bassa voce fra di loro. Anche ora mentre aprono porte e scendono scale.
Sento tintinnare un grosso mazzo di chiavi. E cos’altro? Ah! Le ruote di un trolley di fattura cinese! La plastica delle ruote ha quel suono.
Pieno fino a strabordare di paletti di frassino, crocifissi, aglio ed altre baggianate del genere? Altamente probabile. Quasi certamente ovvio. Noiosamente inevitabile.
Ma eccoli finalmente, stanno aprendo la porta.
All’ultimo secondo utile. Decido in fretta. Devo farlo. Tiro un dado mentale.
Pari, troveranno la bestia, questa cosa finirà in fretta, non si meritano il mio tempo.
Dispari, inizieremo qualcosa insieme, mi mostrerò paziente.
È uscito il 7. Era un dado da 8.
Fortunati dilettanti. Ma, come si dice! La fortuna sorride agli audaci! E bisogna dargliene atto dai, un po’ di coraggio ce l’hanno.
Com’era l’altra cosa? Gli stupidi e gli ignoranti son sempre i più coraggiosi?
E qui caschiamo nell’ovvio.
La serratura scatta, sento scorrere un chiavistello, non ne commento la solidità, ma siamo sull’inutile/ridicolo. Li sento entrare. Sono tre, uno resta fuori. Non posso vederlo, non posso vedere nulla, ma sento il battito distinto ed accelerato dei tre cuori. Accelerato dalla paura, ne sento l’odore. Acido, come quello del sudore.
“Dovremmo farlo fuori subito pima che si riprenda!”
“Sta zitta, io ci voglio parlar!” mormorano fra di loro.
Schiarisco la voce ed emetto qualche mugolio dal tono interrogativo. Ma mantengo la voce bassa. Non voglio allarmare nessuno.
Smettono di parlare fra di loro e sento qualcuno che si avvicina, l’altro sussurra appena “Che cazzo fai!”
“Stai zitto e tieniti pronto, voglio sentirlo parlare”
Finalmente la luce, fioca e scadente, una singola lampadina fatica a fare un lavoro anche solo discreto. Resto immobile e guardo la ragazza.
Non è la prima volta che la vedo. L’avevo già notata durante i loro goffi tentativi di pedinamento. Mi era sembrata la più sveglia della cucciolata. Mi piace quando ho ragione.
La fisso negli occhi, cerco di trasmettere calma, sembra funzionare. È agitata ma non terrorizzata. Più incuriosita che altro. Fa il giro e passa da dietro per slacciarmi il bavaglio. Finalmente posso parlare senza sembrare un mugolante babbeo.
“Scusate ma, da cosa dovrei riprendermi di preciso?”
Smettono di respirare. Si fissano con lo sguardo stupefatto, gli occhi sbarrati. Panico totale. Farebbe ridere se non fosse drammaticamente pietoso.
“Senza considerare il fatto che ‘farmi fuori’ potrebbe non essere così semplice”
Ancora silenzio.
È ovvio che avete bisogno di una conferma” il mio tono di voce è quasi paterno, sotto l’evidente fastidio “Sì, vi ho sentiti, già mentre scendevate le scale due o tre piani sopra e no, non vi vedevo, come avrei potuto chiuso qui dentro, ma percepivo i vostri movimenti. Anche quelli del vostro stimato collega che è rimasto fuori. Con chi ho il piacere di parlare?”
La mia voce a volte fa questo effetto. Non è poi così spettrale, non ho accenti particolari, ma è una voce molto profonda, anche a causa delle sigarette. Brutto vizio, lo so.
“Sapete di cosa avrei proprio voglia? Di una buona sigaretta. Distende i nervi.”
La ragazza si muove meccanicamente. Afferra un pacchetto da uno stipetto impolverato poco distante, sono le mie. Devono avermele tolte dalle tasche quando mi hanno legato qui come un salame.
Fa un cenno al suo compare, con la mano libera. L’altro non sembra capire. Io sì.
“Vuole che le dai l’accendino…”
Arrossisce ed inizia a frugarsi nelle tasche. Tira fuori un accendino dorato che conosco molto bene. Anche quello è mio. Quell’accendino è nelle mie tasche da molto prima che quel beota nascesse. Decido che alla fine di questa storia, in un modo o nell’altro, ci tornerà. Non devo tirare un dato per farlo.
È ovvio.
Apre il pacchetto e tira fuori una sigaretta. Le mani le tremano talmente che le sfugga dalle dita. Fa per chinarsi per raccoglierla, ma prima di completare il gesto mi guarda con aria interrogativa.
“No grazie, quella buttala, prendine un’altra. Ho sentito più di un topo camminare su quel pavimento. Preferisco evitare.”
Si risolleva, apre il pacchetto e con aria risoluta mi infila una nuova sigaretta in bocca attraverso le maglie quadrate che compongono la grata di quella che, effettivamente, è una sorta di gabbia che mi avvolge la testa. Ci avevo visto giusto. L’esperienza insegna.
Si ritrae bruscamente, appena capisce quanto mi è stata vicina per un attimo.
“Tranquilla che non mordo” sornione.
Inclino la testa ed osservo il compare alle sue spalle.
“Per ora” e sorrido.
Ho sbagliato. Il tizio sbianca ancora più di prima, forse se la fa addirittura nei pantaloni. Appena uno sprizzo, ma io lo annuso chiaramente. E dire che non ho nemmeno sfoggiato le zanne.
“Ops!” dico ad alta voce con sguardo chiaramente denigratorio, l’espressione di fanciullesco dispiacere, decisamente finto. Capisce che ho capito ed il rosso della vergogna annulla il pallore sulle sue guance.
Reagisce, però, con con estrema compostezza. Abbassa lo sguardo, il viso paonazzo dalla mortificazione, ed esce dalla cantina, ora è chiaro dove mi trovo. Come è chiaro che lui è abituato ad essere umiliato.
Apre la porta ed esce. Intravedo il terzo della combriccola. Mi fissa con gli occhi sgranati, l’aria di chi farebbe mille domande ma non sa da quale iniziare. Gli faccio un cenno di saluto con la testa. Fa un passo di lato e si toglie dalla mia visuale. Ecco il cuor di leone del gruppo.
“Hei ma dove cazzo vai!” gli grida lei correndogli dietro. Si infila nel vano aperto ed esce di corsa serrandosi la porta alle spalle.
Torneranno fra poco, lo so. Magari dopo una doccia. Faccio un tiro dalla sigaretta che mi hanno lasciato infilata fra le labbra e questa si accende con uno scoppiettio appena percepibile. Lei è coraggiosa, incosciente o solo stupida?
Brutto vizio il fumo, lo so.
Ma fa male solo a voi.
GIORNO 3
Presentazioni. Lei, lui e l’altro.
Pensavo che ci avrebbero impiegato di meno, ed invece c’è voluto un bel po’ di tempo. Li ho sentiti discutere mentre salivano le scale, poi le loro voci si son perse fra quelle degli altri inquilini del palazzo. La gente che tornava dopo la fine delle loro giornate di lavoro. Qualche discussione. Ho sentito ridere un paio di bambini. Mi fanno sorridere i bambini che ridono, sono sempre una bella cosa. Infine, è giunta la notte, e con essa la noia infinita. Dormivano quasi tutti.
Un paio di scopate poco esaltanti nella primissima mattinata.
La colazione del gallo.
Ho deciso che non mi andava più di restare appeso dentro questo attrezzo e mi sono liberato. Ho strappato le corde che mi tenevano le mani ferme dietro il busto e poi ho divelto la gabbia a mani nude.
Avrei preferito farlo davanti a loro, peccato. Si sono persi un bel momento. Molto scenografico. Il ciccione si sarebbe di nuovo pisciato addosso dalla paura? Probabile.
Ho liberato una poltrona dalla prigionia di un vecchio telo impolverato, raccolto il pacchetto di Sobranie Black Russians da terra e mi sono messo a fumare tranquillamente, in attesa.
Alla fine, mi sono anche addormentato. Non dormo praticamente mai e mai per più di pochi minuti. Nessuna fase REM, nessun respiro, nessun battito cardiaco percepibile. Nessuna attività cerebrale misurabile. Non che durante la veglia ci siano, ma li fingo. La gente si insospettisce se il proprio vicino di bus non respira. E poi respirare serve per parlare. Mi piace tanto il suono della mia voce.
Quando mi sono ripreso ero di ottimo umore. Un bel sonnellino mi predispone in ottima forma, sarà una grandiosa giornata.
Alla fine, coi loro tempi, sono arrivati. Sono scesi senza parlare, hanno aperto la porta e sono entrati in forza, mantenendo lo sguardo fisso a terra, poi insieme hanno sollevato lo sguardo convinti che fossi ancora appeso al soffitto come un salame.
Per prima cosa hanno visto la corda strappata, poi la gabbia, letteralmente strappata in due, ed infine la catena appesa inerte al soffitto. Lo sguardo, l’espressione beota di tutti e tre. Si fossero messi d’accordo non sarebbero riusciti a sembrare meno idioti.
“Io sarei qui” dico a bassa voce.
Ai miei piedi una mezza dozzina di cicche consumate.
“Scusate per il disordine, ma non ho trovato un posacenere, sarebbe utile” mostro il pacchetto oramai vuoto a metà.
“Stanno per finire, qualcuno dovrà andarmi a comprare le sigarette. Mi aiutano a tenere sotto controllo l’appetito” la reazione è immediata.
“Non mi mordere! Mostro!” il ciccione piscione solleva un crocifisso dorato ed una treccia d’aglio.
“Vade retro!” urla la ragazza, poco convinta. Anche lei ha una croce, ma questa volta d’argento. Dallo sguardo capisco, vedendomi libero si aspettava di essere già ridotta a brandelli. La poca convinzione è data dall’ovvio quesito. “Come mai non siamo ancora tutti morti?”
“Non ci trasformerai!” fa eco lo spilungone cuor di leone. Tiene stretto al petto un paletto di legno appuntito. Si punge con lo stiletto improvvisato, s’era dimenticato di avere un’arma fra le mani… trasalisce e me lo punta in faccia. Un filo di sangue gli macchia la spalla sinistra. La maglietta bianca della famosa marca di abbigliamento sportivo inizia a tingersi di rosso.
Sembrano tre power rangers imbranati.
Tiro un dado, pari, battuta ed inganno.
“Ecco, quello non aiuta” dico indicando chiaramente il tizio e la sua spalla insanguinata.
Lo spilungone si osserva la maglia ed inorridisce, poi segue il solito copione, apre la porta e fugge a gambe levate. Girandosi urta il ciccione e gli fa cadere la treccia d’aglio.
“Usa l’acqua fredda altrimenti quella maglia la butti!” gli grido alle spalle. Non ha chiuso la porta.
Non mi alzo dalla poltrona, resto seduto immobile, incrocio le dita di fronte al volto, i gomiti appoggiati sui braccioli impolverati. “Vogliamo fare le dovute presentazioni?”
“Sui miei documenti c’è scritto Oreste Thaneri. Una volta mi chiamavo in un altro modo, ma non lo pronuncereste mai correttamente; quindi, lasciamo perdere e va bene così. Con chi ho il piacere?” guardo lui, il ciccione pisciasotto.
“Bruno” sussurra appena. Il crocifisso mantenuto sempre alla stessa altezza
“Bruno e basta?” lo incalzo.
“Bruno Grosso” un poco più di voce, ma probabilmente sta cercando di non pisciarsi di nuovo addosso.
“E tu mia cara?” volto lo sguardo sulla ragazza. Ha i capelli rosa. Non lo avevo notato. O forse che ieri non li avesse di quel colore?
“Io mi chiamo Chiara Lucenti” afferma e inizia ad abbassare il crocifisso. Ha capito che non serve a nulla. Ragazza sveglia. Durerà?
“E il vostro coraggioso e sportivo amico?”
È lei a rispondere “Lui si chiama Nino, Nino Pavone”
“Nomen omen eh?” riderei, davvero, ma mi limito ad un sorriso di circostanza. È tanto tempo che non rido, ma lo ammetto. La situazione sta davvero iniziando a divertirmi.
“Avete paura che vi morda vero?” inclino la testa, mostro un paio di piccole cicatrici rotonde sul collo, all’altezza della giugulare. Ovviamente non c’erano un attimo fa, ma so cosa vuole vedere il mio pubblico.
“È così che sei diventato quello che sei giusto?” domanda lei. È lei la curiosona.
“Davvero credete queste cose?” passo un dito sulle cicatrici e le faccio sparire. Nemmeno più un piccolo segno. “Siete davvero spassosi, dovreste vedere le vostre facce”.
I due sopravvissuti arrossiscono vistosamente. Abbassano lo sguardo e tacciono. Cosa altro potrebbero fare?
“Forse dovreste sapere come sono diventato quello che sono
Non sarà una cosa veloce, ma è quello di cui avete bisogno. Sedetevi, mettetevi comodi. Ascoltate attentamente.
Grecia, V-IV secolo a.C.
Le origini
Siamo nelle campagne attorno a Farsala in Tessaglia, oltre 2400 anni fa. Il mondo era parecchio differente, più semplice, ma voi siete sempre stati così. Pieni di timore e paura. Soprattutto nei confronti di quello che non riuscivate a capire.
Il ciccione, Bruno, cerchiamo di ricordare i nomi una volta tanto, si agita sulla sedia in legno che si è infilato sotto al culo. È a disagio. Quasi mi fa pena.
La ragazza ha tirato fuori dalla tasca dei pantaloni un piccolo blocco per appunti ed una biro. Sta prendendo appunti. Un registratore sarebbe stato più professionale.
“Brava! Prendi appunti!” la schernisco.
Lei continua imperterrita. Mi guarda, vuole che continui.
Certo mia Chiara dai capelli rosa. Certo che continuo.
Ai tempi le campagne erano devastate da ogni genere di piaghe. Siccità, prima di tutto, ma anche un’invasione di strani insetti. La gente aveva fame, era stanca ed era spaventata.
A quei tempi ero un sacerdote del tempio di Ecate ctonia. Posizione prestigiosa, privilegiata. Ero fiero della mia posizione. Avevo lavorato molto per arrivare lì. Ero nato e cresciuto in città, a Farsala, e sapevo che in campagna certe cose ogni tanto si facevano ancora, ma quando il capo del villaggio mi presentò la figlia dodicenne, per portarla in sacrificio agli dei, quasi non volevo crederci.
All’inizio rifiutai, era una cosa che avevo sentito dire, che si vociferava fosse possibile fare, ma quando anche la moglie e la ragazzina stessa oltre che a mezzo villaggio mi pregarono in ginocchio e mi diedero gran parte dei loro risparmi decisi di consultare gli oracoli.
Non guardatemi come se fossi un mostro. Erano davvero tanti soldi. E poi lo avreste fatto anche voi, era una cosa normale una volta accettato il compromesso soldi-vita di una ragazzina.
Gli oracoli mi dissero che solo un grandissimo sacrificio avrebbe potuto porre fine a quella situazione; quindi, studiai i miei scritti e trovai il rituale adatto. Studiai le stelle e la luna, e trovai il momento più propizio e quando questo giunse, il giorno che era anche il giorno del tredicesimo compleanno della giovane.
CONTINUA…
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.