Andrea Cerruti mi aveva convocato in ufficio. Per prima cosa ho pensato: quanta benzina c’è nel serbatoio? Sto in coda in tangenziale e guardo più il cruscotto che la strada, tanto con ‘sta pioggia non si vede un cazzo. 1,80 al litro: un furto legalizzato. Però dovrei cavarmela fino a Cologno, sperando che il mio romanzo non finisce nel cestino invece che da Ferrucci Editore. E invece Andrea mi accoglie come il Presidente alla finale dei mondiali.
Accetto il caffè, più che altro perché non si rifiutano offerte da chi ha potere su di te. Non immaginavo che accettarlo significava dare il via a un piccolo spettacolo di autorità. Andrea urla alla segretaria di esaudire il mio desiderio quanto prima: la versione aziendale di una fiaba, dove il capo agita un dito e i desideri si avverano. Però nella vita reale, se non sei un VIP e ti trattano come tale, vuol dire che dietro l’angolo c’è l’inculata. Tipo quando un vecchio compagno di classe che non senti da vent’anni ti invita a un evento esclusivo in un hotel di lusso. Se sei un cretino, pensi che sia per rivivere i vecchi tempi. Se hai un minimo d’istinto di sopravvivenza, annusi la truffa Herbalife a chilometri di distanza. E io ero già pronto a ingollarmi il bibitone.
Sto seduto sulla poltrona dell’ufficio di Andrea, stringendo la tazza di caffè americano con due mani. Fuori, dai finestroni alle sue spalle, Cologno Monzese srotola tutta la sua grigia industrializzazione. Andrea continua a parlare come una vecchia radio.
“…e quindi il tuo romanzo è stato scelto dal comitato per entrare in gara.”
“Scusa, ma il mio libro non è nemmeno stato pubblicato.”
Riesco a sentire il ronzio della stampante nella stanza accanto. Andrea si schiarisce la gola.
“Sì, ok, d’accordo… il fatto è che la Ferrucci non ha autori allo Strega da sette anni.”
“Capita.”
“No! Non deve capitare! Il direttivo parla di tagli al personale se non siamo almeno candidati a un premio importante, lo capisci? E io non voglio essere tagliato!”
“Ok. E quindi?”
“Quindi il tuo libro è perfetto.”
“Perfetto per cosa?”
“Per questo piano. Lo facciamo uscire a gennaio, c’è già un Amico della Domenica pronto a nominarlo, e sappiamo già che arriva nella cinquina.”
“Senza offesa ma… mi stai proponendo un imbroglio?”
“Ma no! Non vincerai tu, capisci?”
“Quindi è solo mezz’imbroglio…”
“Senti: noi vogliamo solo la nomination. Tu ci arrivi, fai bella figura, e poi lo Strega va a chi lo merita davvero. Tutti contenti.”
“Proprio tutti?”
“Leo, ascoltami: non devi fare niente. Solo firmare il contratto, sorridere quando serve e poi goderti l’onda mediatica. Una volta che sei lì, chiunque penserà che sei uno scrittore vero.”
“Non lo so, mi sembra… una cazzata atomica.”
“Perché non ti prendi due giorni per pensarci?”
“Serve?”
“A mente più lucida! Ci rifletti e poi mi fai sapere. È la tua occasione, lo capisci?”
Faccio un sorso di caffè. Ormai ha la temperatura delle birre dimenticate in spiaggia. Fuori continua a piovere.
“Ti faccio sapere.”
Lo saluto e, in stato semicatatonico, esco. Mi accorgo di essermi fregato la tazza con dentro il caffè solo una volta raggiunto il parcheggio. In testa ho solo due parole: Premio Strega.ATTO PRIMO
1.
Salto veloce alla mattina dopo, come si fa nei romanzi moderni poco interessati alle parti noiose. Sono seduto sul cesso, faccia illuminata dal display del cellulare e sguardo da sballato. Le chat di Airbnb sono la nuova frontiera delle droghe sintetiche. Affitto tre appartamenti costruiti da mio padre, un ingegnere che ha tirato su palazzine peggio di Berlusconi. Mio fratello, brillante avvocato d’affari, consigliava di trovare dei soci e avere dei dipendenti, per la gestione molecolare dell’attività. Aveva proprio usato questo termine: molecolare. Io ho preferito tenere tutto per me, rotture di palle incluse.
Sto aspettando una risposta di 语欣: pronunciatelo come vi pare, è giapponese. O cinese. O comunque qualcosa del genere. È rimasta bloccata in ascensore, perché non sa come aprire la porta dall’interno. Mi ha anche mandato una foto della porta, sperando in un miracolo. Sto rileggendo il messaggio che ho scritto, per evitare che qualche errore di battitura mandi a puttane la traduzione automatica, quando il telefono inizia a suonare. Andrea Cerruti: mi sta braccando, come un predatore affamato di Strega. Lascio scattare la segreteria e rispondo invece a 语欣. Merita un soggiorno più spazioso di un ascensore. Mi alzo i pantaloni, tiro lo sciacquone ed esco dal cesso.
Mia madre critica sempre il fatto che vivo nel più piccolo dei quattro appartamenti. Lo chiama modesto, come un annuncio immobiliare che non vuole vendere. Ma a me basta lo spazio per stravaccarmi sul divano-letto e accendere la TV, per azzerare il cervello. Obliterazione intellettuale: dimentichi il casino intorno. La mia arma segreta è la tv mattutina: disegnata apposta per gli anziani. Si parla con calma, sorridendo e raccontando cose un po’ stressanti, ma con moderazione. Ideale per farti scivolare le cose addosso.
Mi arriva un messaggio da 语欣: è riuscita a entrare. Un’altra vittoria per me. L’avrei festeggiata continuando a sguazzare nella mia pigrizia, se non avessero bussato alla porta. Delicatezza di un agente dell’FBI in un film d’azione. Lo ignoro. Bussa di nuovo, più forte. Sospiro. Terza serie di colpi, questa volta con la determinazione di chi ha tutta la giornata libera e nessuna paura di sprecarla a disturbare il prossimo. Rassegnato, mi alzo e vado ad aprire.
Dall’altro lato c’è il signor Ornaghi, storico manutentore delle palazzine di mio padre. Un drago degli appalti dall’età indefinibile, con la schiena leggermente incurvata e la faccia di chi, nella vita, aveva visto cose che non voleva vedere e aveva deciso di farle pesare a tutti.
“Ah, buongiorno Leo”
“Buongiorno signor Ornaghi… tutto bene?”
“Insomma. Sono passato per il discorso della manutenzione del boiler.”
Sento un brivido, ma non per la temperatura.
“Ah… il boiler, già” annuisco.
Il boiler. Quella macchina mitologica dalla manutenzione costosa, senz’altro più costosa di quanto c’è nelle mie tasche. A che serve una casa di proprietà se non puoi pagare le spese?
“Sì, sì” prosegue lui, tirando fuori un foglio dalla tasca interna del cappotto, piegato come una reliquia antica “ti ho mandato già due comunicazioni in merito, l’ultima un mese fa, e non ho ancora ricevuto conferma del controllo. Sai che bisogna farlo ogni due anni, vero?”
“Certamente”
“E quindi?”
“E quindi… e quindi lo farò. A breve. Prestissimo.”
Lui socchiude gli occhi. La sua espressione dice non ti credo nemmeno un po’.
“Senti, Leo” spiega con minacciosa pazienza “non è per fare il pignolo, ma sai cosa succede se non lo fai controllare, vero?”
“Certo.”
Non lo so, ma non voglio dargli il gusto di spiegarmelo. Ma tanto lo farà in ogni caso. Tipico del signor Ornaghi.
“Potrebbe esserci una perdita, un aumento della pressione, un guasto improvviso… e poi ci ritroviamo con l’acqua bollente che esce dai muri e la polizia sotto casa. Capisci? A me va bene se chiami qualcun altro, ma io ho una responsabilità sulla gestione generale del condominio, per contratto…”
“Capisco benissimo. Per questo ho già contattato un tecnico.”
Mento. Male. Ma nella vita si deve sempre tentare.
“Va bene, Leo. Ma entro fine gennaio, chiaro?”
“Chiarissimo.”
Lo guardo allontanarsi e richiudo la porta con un senso di sollievo misto a condanna. Non avrei fatto nulla entro fine gennaio. Non so nemmeno se ci arriverò vivo, a fine gennaio. Magari il boiler reggerà ancora un po’. Oppure no. Ma, in ogni caso, è un problema per il futuro me.
Visto che ormai sono sveglio, prendo il portatile e giro tra cartelle cloud. Bozze abortite, incipit falliti: un archivio di disastri. Ma c’è Racconti, l’unica che apro volentieri. Lavori brevi, divertenti, da limare per settimane. Ne ho uno in corso, senza titolo, per la prossima uscita di Verba Obscura. È una rivista per autori con attico open space. Una rivista che paga. Mi metto sul divano, apro il file e vedo dov’ero arrivato.
«Giù in città faceva un caldo bestiale quell’estate. A Milano i vestiti s’incollavano addosso, quasi…» no, non va bene. Che cazzo significa giù in città?
Digito rapido: «A Milano faceva un caldo bestiale quell’estate. I vestiti s’incollavano addosso, quasi pareva di averli lavati col vinavil al posto del detersivo.»
Il telefono vibra: 语欣 cerca uno stendino. Aspetto fiducioso: può farcela. Nuovo messaggio: stendino trovato. Bene. Torno allo schermo: «A Milano faceva un caldo bestiale quell’estate. I vestiti s’incollavano addosso, quasi pareva di averli lavati col vinavil al posto del detersivo. Per quello il tipo se n’era andato in montagna. D’altronde in pensione c’era da un pezzo, i figli s’erano tutti trasferiti e la moglie era finita sotto a un tram vicino alla Darsena due anni prima. Quindi a lui che cazzo gli fregava? Aveva preso la sua Jeep, c’aveva messo dentro il fucile da caccia ed era partito. E pazienza che, nei boschi vicino alla baita che s’era comprato su in valle d’Aosta, c’era il divieto di caccia, tanto chi l’aveva mai visto un poliziotto da quelle parti? Solo nei romanzi di Schiavone.»
Ancora messaggi. Stavolta li ignoro: ho preso il ritmo e non sarà il telefono a buttarmi giù.
«Il problema è che il tipo, all’anagrafe Maurizio Torletti, lassù ci stava da più di un mese. Per un po’ l’avevano aspettato, sperando di beccarlo di sorpresa mentre rientrava a casa, ma poi il cliente s’era fatto risentire, diceva che il lavoro era urgente. Torletti non tornava, così pure loro s’erano messi in macchina ed erano partiti. Più di due ore di viaggio e una ventina d’euro a tratta di pedaggi. Poi, una volta arrivati, un’altra oretta per trovarla, la baita. Sperduta in mezzo ai boschi, così nascosta che se provavi a chiedere a uno di lì, quello ti guardava con la faccia dei protagonisti di Candid Camera. Alla fine, però, c’erano riusciti. Giulio aveva accostato la macchina un po’ infrattata, per non farsi notare, e s’erano messi in attesa, un’altra volta. Prima o poi, avevano detto, il Torletti uscirà di casa. Allora lo seguiamo e vediamo dove se ne va.»
Poi arriva una mail. Le mail sono più intimidatorie dei messaggi. Se una mail non va nello spam ha un che di mistico e intimorente. Apro: è Verba Obscura. Gentile autore la ringraziamo per bla bla bla, rotture di palle e contorni inutili. Vado avanti: purtroppo il budget ristretto impone una revisione controllo spese, riallineamento non possiamo offrirle la retribuzione precedentemente concordata. Chiaro come il sole.
Chiudo il portatile in uno scatto. Ancora gratis, sempre gratis. Sento una miccia accendersi nel cervello. Da qualche parte, il botto stava arrivando. Prendo il telefono e chiamo.2.
Leggere un contratto editoriale è come ascoltare un venditore di pentole in fiera. Una marea di prospettive meravigliose, ma soltanto se hai culo. Tutto si concentra sullo stabilire come si possono vendere e usare i diritti dell’opera. Si chiariscono fin troppo gli obblighi dell’autore, ma da nessuna parte sta scritto in che modo l’editore dovrebbe aiutarti a far vendere il tuo romanzo.
Pensavo a questo, mentre spendevo i dieci minuti d’ufficio che Andrea mi aveva concesso per leggere il contratto. Alla fine, il mio caso era diverso. Anche se non stava scritto da nessuna parte, sapevo benissimo dove portava: L’alba del giorno dopo sarebbe sorta sul Premio Strega
“Allora?” mi chiede Andrea, tamburellando con le dita sul tavolo “è tutto a posto?”
Alzo lo sguardo su di lui. È in piedi, telefono in mano, espressione di uno che vorrebbe essere altrove ma non può permetterselo. Al polso ha un orologio d’oro di quelli grossi, pacchiani, che non è lì per dire l’ora, ma per urlare ehi, ho fatto i soldi. La giacca, però, ha un polsino sfilacciato. Non riesco a smettere di fissarlo. Tipo un gatto che ha visto un filo penzolare e ora non riesce a guardare nient’altro.
“Leo?” mi fa lui, come se avessi perso i sensi nell’ultima ora.
Agguanto la penna, scarabocchio la mia firma e poi la sbatto sul tavolo. Al diavolo i ripensamenti, mi dico.
“Direi di sì, tutto ok.”
Andrea annuisce, prende il contratto e controlla che sia tutto in regola. Poi si lascia andare sulla sedia. Tira fuori il telefono, lo controlla, fa una smorfia e lo rimette in tasca.
“E per… quella cosa dello Strega?”
“Come dovrebbe funzionare?”
“Il libro esce a gennaio. Facciamo qualche presentazione e vendiamo qualche copia, come sempre. Verso marzo ci diranno che vai allo Strega: da lì, fai giusto un paio di sorrisi, incassi qualche royalty e diventi uno scrittore importante.”
“Tutto qua?”
“Tutto qua. Oh, ma chi credi che lo segua lo Strega? Manco ai professori di letteratura frega un cazzo! Dammi retta: serve solo a piazzare due fascette e a dire al mondo che sei uno scrittore bravo. Non devi mica andare al Grande Fratello, no?”
“Giusto… poca esposizione reale, tanta esposizione letteraria.”
“Proprio quello che ti serve.”
Andrea mi passa le copie, poi si mette a sedere e incrocia le braccia
“Allora, come va per il resto? Che fai a Natale?”
“Il solito: famiglia, amici e niente di troppo entusiasmante.”
“Bravo, tieniti a basso profilo. Mia moglie se n’è uscita con un veglione del cazzo in un hotel di lusso.”
“Niente cena in famiglia?”
“Figurarsi! Se ingrani in avanti poi mica puoi tornare indietro, no?”
“Mi sa che guidiamo macchine diverse.”
“Allora meglio per te!” si alza, abbottonandosi la giacca, e mi porge la mano “e comunque bentornato fra i vivi.”
Gli stringo la mano, prendo i fogli e mi dirigo alla porta. Prima di uscire, mi giro verso di lui. Sta fissando lo schermo del computer senza guardarlo davvero.
“Andrea…”
Alza lo sguardo, come se l’avessi strappato da un pensiero più grande di me.
“Mh?”
“Sei sicuro di volerlo fare?”
Sorride, stavolta davvero, come se avesse appena ritrovato la felicità.
“Perché, non è forse la migliore idea che mi sia mai venuta?”
Non gli rispondo e sorrido pure io: in effetti sembra davvero l’idea migliore.
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