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Io, Elena di Sparta

Quantità

Condannare o assolvere Elena significherebbe condannare o assolvere noi stessi, la vita stessa.

Priamo, Ettore, Achille, Odisseo, Menelao, Paride, Elena non si domandano mai perché gli dèi li usino come pedine, ma si rendono conto che la loro sopravvivenza è in mano a un destino.

E se ancora oggi i destini umani fossero lo scontro tra opposte schiere di dèi, che seguono altre logiche e di cui noi non siamo consapevoli, convinti come siamo di essere liberi?

Prologo

Dimenticate Troia e con lei Priamo. Dimenticate Agamennone e le sue mille navi. Dimenticate lo Scamandro e le sue acque, rosse, per gli uomini caduti per me. Penserete di conoscere quella vicenda. Saprete che si conclude con un inganno, sangue versato e un regno perduto. Per me. Solo per me. Quella è una narrazione, ma non è la mia. La verità è che nessuno è completamente colpevole o innocente. Solo entrando nell’animo di chi ha vissuto quei giorni e perdendosi tra le sue infinite contraddizioni, tra il suo pericoloso sogno di gloria e tra il suo passato prima di Troia, si può davvero capire quel conflitto che ha segnato il destino di tanti. Io sono la donna che gli uomini amano amare e amano odiare.

Sono la fedeltà, l’infedeltà, la passione, il tradimento, la colpa, la redenzione. Sono l’abbandono, ma ricordate che l’abbandono implica l’amore, o la parvenza dell’amore, che viene dato e poi negato. Intrisa di desiderio e inevitabilità, resto la donna capace di spingervi a una profonda riflessione sulla complessità dell’esperienza umana. Dimenticate gli dèi. Anche se gli dèi non dimenticano.

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Menelao

L’amore di Menelao è un amore che sa di attesa, di perdono. L’amore di Menelao è quell’amore che ricomponendosi dopo il peggior tradimento diventa amore immortale, infinito, completo. È un amore che va oltre ogni logica, ogni razionalità, che va contro la volontà stessa. Ma era davvero possibile che mille navi e cinquantamila guerrieri avessero passato il mare solo per riportargli la sposa? Cercavo nel mio cuore altri motivi più veri anche se meno visibili. Sia per gli uomini che per gli dei. Ma non ne trovavo. Non ancora. Quando Menelao giunse a Troia, con suo fratello e quelle mille navi, fu allora, che per la prima volta, Priamo posò il suo sguardo su Elena con un’attenzione diversa. E sembrò perdonarla. Vieni qui, figlia mia, siedi vicino a me, a vedere il tuo primo marito, e gli alleati e gli amici: non certo tu sei colpevole davanti a me, gli dèi sono colpevoli, essi mi han mosso contro la triste guerra dei Danai. Priamo aveva compreso che Elena portava su di sé il peso di un destino a cui la sua bellezza l’aveva consegnata e più di tutto sapeva che i doni degli dèi non sono mai senza pericolo. La bellezza infatti è una virtù per la quale gli uomini, e persino gli dei, sono disposti ad affrontare umiliazioni, sacrifici, lotte. Anche se Zeus generò moltissimi semidei, soltanto di questa donna desiderò essere chiamato padre. E Zeus a lei assegnò la bellezza che per natura regna persino sulla forza. Ed è così che Elena dimostra come la bellezza femminile fosse qualcosa da temere e non solo da agognare.

Un tempo mi stupivo che una fanciulla fosse stata la causa della tremenda guerra di Pergamo fra Europa e Asia. Ora mi accorgo che foste saggi, Paride e Menelao, l’uno nel richiedere, l’altro nel trattenere la fanciulla, una bellezza degna che per lei perisse anche Achille, causa di una guerra accettabile persino da Priamo. Attraverso Menelao e Paride, Elena diventa qualcosa da possedere, anche a costo della guerra. Elena, che tu, non scioccamente, o Menelao, volevi, e tu, Alessandro, non scioccamente ti tenevi teco.

Nel 1609, con la sua tragedia Troilo e Cressida, Shakespeare offre un dialogo che non è soltanto teatro ma diventa specchio dell’animo umano e così quando le labbra di Ettore pronunciano: “Fratello, Elena non vale ciò che costa tenerla” la risposta di Troilo si fa eterna, insinuandosi in chiunque l’ascolti. Una risposta sospesa nel tempo, sottile, vertiginosa, che non svanisce: “Cos’è che vale più del valore che gli dai?”. Ed è in quella domanda che la scena si piega verso di noi, entrando nelle nostre coscienze. Cosa? Chi? Chi per noi? Anche a costo della guerra? Elena non era forse tutte le donne del mondo? Tutte le bellezze e le grazie, tutti i profumi in un solo corpo? Tutti gli sguardi in un solo sguardo, per dannare qualunque uomo e qualunque dio? Elena valeva tutte le ricchezze raccolte al centro della sala, e ancora di più. Valeva le nostre vite.

È Platone che nel Simposio dà una spiegazione a tutto questo. L’amore è mancanza e la mancanza crea il desiderio. L’amore nasce dalla mancanza, perché si desidera ciò che non si ha. Non si ama ciò che si ha, ciò che si è, ma ciò che non si ha, ciò che non si è e ciò di cui si è privi. L’amore, dunque, è una forza che nasce dalla consapevolezza di questa mancanza, il desiderio è una conseguenza diretta della percezione di un’assenza; se non si sentisse la mancanza di qualcosa, non si proverebbe nemmeno il desiderio di averla.

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Ester Cesile
Nata ad Avezzano nel 1997, è una scrittrice e cantautrice italiana, laureata in Letteratura, Lingua e Cultura italiana e in Filosofia.
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