Roma non dorme mai. Nemmeno lei.
Ogni lampione acceso custodisce una conversazione rimasta sospesa, ogni ponte trattiene un ricordo che non vuole dissolversi.
È in questa città che Francesca ha trovato e perso qualcosa allo stesso tempo: un uomo capace di farle credere che fosse possibile rinascere, e la consapevolezza che, per farlo davvero, avrebbe dovuto imparare a stare da sola con i propri passi.
Questa non è solo la storia di due persone, ma di una donna che ha imparato a trasformare la sua vulnerabilità in libertà.
Non tutte le storie iniziano con un “c’era una volta”. Alcune nascono in una fermata d’autobus, tra il rumore di un messaggio che vibra sul telefono, o nella luce fioca di un lampione che sembra illuminare soltanto due persone.
Questa è la storia di Francesca, ma potrebbe essere la storia di chiunque abbia creduto che l’amore potesse salvarlo. È la cronaca di incontri rubati al tempo, di cene improvvisate, di notti che non finivano mai perché a tenerle sveglie non era la città, ma un cuore che correva più veloce dei minuti.
Roma diventa il teatro di tutto questo: a volte un abbraccio che consola, altre una ferita che brucia. È una città che non smette di osservare, che custodisce promesse sussurrate e parole taciute, come se i suoi vicoli fossero complici di segreti troppo grandi per restare chiusi in una stanza.
Ma, oltre a un legame tra due persone, queste pagine raccontano un viaggio diverso: quello di una donna che impara a stare in piedi anche quando tutto dentro di lei vorrebbe crollare. Francesca scopre che l’amore può tradire, i silenzi possono ferire, ma da quella stessa vulnerabilità può nascere una nuova forza.
Questa non è solo una storia da leggere: è un invito a riconoscersi nelle attese, nei ritorni, nelle parole non dette. Perché ognuno di noi, almeno una volta, ha avuto una Roma dentro di sé: un luogo che non dorme mai, perché non smette mai di farci ricordare.
**CAPITOLO 1 – LE ORIGINI DEL VIAGGIO**
Gennaio 2025 – Siena
L’inverno a Siena sapeva di nebbia e di pane caldo.
Le giornate iniziavano tutte allo stesso modo: il suono della moka, i passi di Selene che correvano nel corridoio, la radio accesa in cucina con la voce di qualcuno che parlava di traffico e di tempo instabile. Francesca si svegliava sempre qualche minuto prima della sveglia, come se il corpo conoscesse già il ritmo delle sue responsabilità.
Il cielo era basso, lattiginoso, e i tetti della città parevano trattenere il respiro. Gennaio era il mese della sopravvivenza: bollette da pagare, turni di lavoro, la scuola di Selene, i piccoli compromessi per restare in equilibrio. Ma dietro quella stanchezza quotidiana c’era una scintilla, minuscola e ostinata, che non voleva spegnersi.
Da settimane, Francesca sentiva dentro un’inquietudine buona: non la solita ansia, ma un desiderio di cambiare aria, di uscire dalla routine che le stringeva addosso come un maglione infeltrito.
Si guardava allo specchio mentre si preparava: capelli raccolti in fretta, un filo di mascara, il profumo leggero che usava nei giorni in cui voleva sentirsi viva. «Oggi andrà meglio,» si diceva.
Poi prendeva la borsa, infilava lo zaino di Selene sulla spalla e usciva.
Le mattine erano fredde, il fiato si condensava in piccole nuvole davanti alla bocca. Selene camminava accanto a lei con la sciarpa fino al naso.
«Mamma, a me piace quando l’aria sa di neve,» diceva.
«A me piace quando tu non ti ammali,» rispondeva lei sorridendo.
Ridevano insieme, e quel suono era una piccola parentesi di felicità.
Dopo aver lasciato la bambina a scuola, Francesca percorreva via di Città fino alla fermata dell’autobus che la portava al lavoro. Guardava i negozi che aprivano, le serrande che si alzavano, i bar pieni di voci e cappotti. Siena a quell’ora era una città che si svegliava piano, con dignità.
Dentro di sé, però, Francesca sentiva un vuoto discreto: come se qualcosa mancasse da troppo tempo per ricordarne la forma.
Da qualche mese lavorava part-time in un negozio del centro: giornate fatte di casse, clienti, risate forzate e odore di tessuti nuovi. Le piaceva quel lavoro perché la distraeva, ma non le bastava. C’era una parte di sé che chiedeva di più: non soldi, non conferme, ma senso.
Le colleghe la prendevano in giro per la sua calma apparente. «Franci, tu sembri sempre altrove!» diceva Chiara, la più giovane, mentre piegava una pila di maglioni.
«Forse perché lo sono,» rispondeva lei, senza rancore.
La sera, una volta a casa, la cucina diventava il suo rifugio. Preparava la cena con gesti automatici, mentre la radio trasmetteva canzoni degli anni Novanta. Selene le raccontava la giornata tra bocconi e risate. Poi, quando la bambina si addormentava, iniziava il tempo sospeso: quello che non apparteneva a nessuno se non a lei.
Era l’ora dei pensieri, delle tazze di camomilla, dei messaggi che si leggono e si cancellano, dei profili che si scorrono senza convinzione.
Fu una sera di gennaio, con la pioggia che batteva leggera sui vetri, che vide per la prima volta il nome di Riccardo.
Non era il solito messaggio.
Non c’erano frasi fatte né fotografie esibite: solo poche parole, semplici e dirette.
«Ciao, mi piace come scrivi. Hai un modo pulito di dire le cose.»
Francesca esitò prima di rispondere. Era stanca di chi usava parole come chiavi per entrare e poi sparire. Ma qualcosa, in quella frase, aveva un suono diverso.
Scrisse:
«Forse perché non so mentire neanche con le virgole.»
La risposta arrivò quasi subito.
«Allora abbiamo un problema: io lavoro con i punti e virgola.»
Sorrise.
Così cominciò, con ironia, un dialogo che sarebbe diventato casa.
Nei giorni successivi, i messaggi continuarono. Non erano invadenti, non avevano la fretta di piacersi: erano parole che camminavano accanto, come due persone che si scoprono senza cercarsi.
Riccardo le parlò del suo lavoro in ospedale, dei turni notturni, dei pazienti che lo costringevano a fare i conti con la vita ogni giorno. Francesca gli raccontò di Siena, delle colline che d’inverno sembrano dormire, di Selene che voleva diventare veterinaria, della sua passione per i libri e le fotografie.
«Tu sei una che sente tutto,» le scrisse lui una sera.
«E tu una che prova a capire troppo,» rispose lei.
«Siamo una bella combinazione, allora.»
Le parole scorrevano leggere, ma sotto c’era qualcosa di più profondo.
Francesca si accorse di aspettare i suoi messaggi come si aspetta il sole dopo giorni di pioggia. Ogni notifica era un piccolo battito in più. Non si era accorta di quanto le mancasse sentirsi vista.
Una notte, dopo aver messo a letto Selene, restò sveglia a lungo, guardando lo schermo del telefono che illuminava la stanza.
Riccardo: «Hai mai pensato di scappare per un weekend, senza avvisare nessuno?»
Francesca: «Tutti i giorni. Ma non lo faccio mai.»
Riccardo: «Allora ti porto io, quando meno te lo aspetti.»
Chiuse gli occhi e sorrise. Non sapeva ancora se quell’uomo fosse una promessa o un pericolo, ma per la prima volta dopo anni non le importava.
Aveva solo voglia di sentire di nuovo qualcosa che somigliasse alla vita.
Intanto l’inverno continuava, lento e testardo.
Le settimane si susseguivano tra il lavoro, le corse per arrivare in orario, le cene improvvisate.
Ma dentro di lei qualcosa cambiava. Ogni volta che si scrivevano, ogni volta che lui le raccontava di Roma, dei turni di notte, del profumo del caffè alle tre del mattino nei corridoi dell’ospedale, Francesca sentiva nascere una connessione sottile.
Non era solo attrazione. Era come se, a distanza, si riconoscessero.
A volte Riccardo le mandava foto della città: un tramonto dietro Trastevere, un vicolo bagnato di pioggia, una tazza di caffè su un tavolino di metallo.
«Roma non dorme mai,» scriveva.
«E tu?»
«Neanche io.»
Quelle immagini la seguivano per tutto il giorno.
Mentre serviva le clienti, mentre piegava i vestiti, mentre attraversava la città con la borsa piena e la testa altrove. Roma era diventata un pensiero fisso, un miraggio possibile.
Un sabato pomeriggio di fine gennaio, mentre fuori nevicava leggero, Francesca trovò il coraggio di chiedere:
«Com’è Roma, la notte?»
«Bellissima. Ma manca qualcuno che la guardi con me.»
Non rispose. Si limitò a guardare la finestra, dove i fiocchi si scioglievano sul vetro.
Era strano come una frase potesse cambiare la temperatura di una stanza.
Da quella sera, i messaggi divennero più frequenti, più intimi. Non erano mai invadenti, ma pieni di piccoli dettagli che scaldavano.
«Oggi il turno è stato pesante. Ma c’era un paziente che mi ha detto: “dottò, lei è l’unico che ascolta”. E ho pensato a te.»
«Io ascolto anche quando non voglio,» rispose Francesca.
«Ecco perché ti sento anche da qui.»
Il tempo prese a scorrere più veloce.
Arrivò febbraio, e con lui una nuova abitudine: i messaggi mattutini.
Ogni giorno cominciava con lo stesso rituale:
“Buongiorno, bella mente.”
“Buongiorno, cuore notturno.”
Selene notava i sorrisi della madre.
«Mamma, con chi scrivi sempre?»
«Con un amico di Roma.»
«Ah. Ma ti fa ridere?»
«A volte sì.»
«Allora è bravo,» disse la bambina, e tornò a disegnare.
Francesca rise. I bambini sanno riconoscere la verità anche quando non la dici.
E quella verità, sempre più chiara, era che Roma la stava chiamando.
Un pomeriggio di febbraio, dopo il lavoro, si fermò in Piazza del Campo. Il cielo era rosa e la piazza quasi deserta.
Sedette sui mattoni freddi e guardò la Torre del Mangia che svettava contro il tramonto.
Tirò fuori il telefono e scrisse:
«Sai che mi piacerebbe vedere Roma in inverno?»
Lui rispose dopo poco:
«Allora vieni. Non serve un motivo, solo un treno.»
«O un pullman,» aggiunse lei, ironica.
«Anche un pullman va bene. L’importante è arrivare.»
Fu in quel momento che decise, senza davvero dirlo ad alta voce, che sarebbe andata.
Non per lui soltanto, ma per sé stessa.
Per scoprire se la vita poteva ancora sorprenderla.
In quell’inverno breve e nervoso, Siena camminava con lei come una compagna che sa ascoltare senza parlare. Francesca imparò di nuovo la città a memoria: le pietre bagnate di Via Pantaneto, l’odore di pane appena sfornato che scappava dalle persiane di una panetteria alle sette del mattino, le finestre illuminate troppo presto nelle case dove i turni non perdonano.
Ogni dettaglio sembrava dirle che il tempo non ricomincia davvero finché non scegli come usarlo.
Le scelte, però, facevano rumore. Gennaio portò liste di cose da fare sul frigorifero: rate, promemoria di visite, la palestra da sospendere, i quaderni di Selene da firmare, l’ennesima agenda che prometteva “organizzazione” come se bastasse un elastico nuovo per tenere insieme la vita.
La mattina infilava il cappotto e contava mentalmente le soste: scuola, lavoro, supermercato, casa, studio.
Di sera, quando la cucina tornava silenzio e il tavolo restava ingombro di matite colorate e tazze vuote, le brillava in testa una domanda semplice e feroce: «Che cosa sto aspettando?».
Sui giorni di pioggia scivolavano notifiche come sassolini nel vetro. All’inizio ricambiava poco: un pollice su, un cuore timido, due righe prudenti.
Riccardo rispondeva senza fretta, come se conoscesse già il ritmo che a lei serviva per non spaventarsi. Le raccontava il mare d’inverno visto dalla finestra di una guardiola notturna: «Sembra alluminio. Ma fa bene agli occhi». Le mandava foto di libri poggiati sul comodino, sempre a metà, e messaggi colti in corsia — la battuta di un collega, la domanda bizzarra di un paziente: «Dottò, se rido tanto mi sale la pressione?». «Solo quella del buonumore», aveva risposto lui, e la risata era arrivata fino a Siena.
A volte trattava i loro scambi come un esperimento da osservare: che cosa fa la vita quando smetti di trattenerla?
Scoprì che la vita, se le apri la porta, entra senza chiedere permesso ma si toglie le scarpe.
Bastarono pochi giorni perché il “come stai?” del mattino diventasse un’abitudine pulita, una briciola di luce messa da parte per quando l’umore sbandava.
Selene, che fiuta gli umori come un gatto, le chiese una sera:
«A chi sorridi nel telefono?»
«A un amico che sa raccontare bene il mare».
«Allora tienilo, il mare», decretò la bambina, infilando un adesivo a forma di conchiglia nella copertina del quaderno blu.
Erano genitori, entrambi: era un ponte.
Francesca parlava di orari di mense, di calzini spaiati, di febbri improvvise a ridosso di verifiche; lui di chiavi perse, di concerti promessi a una dodicenne che aveva già scelto la playlist della vita, di merende improvvisate davanti a un tramonto.
Non c’era competizione né confessione esibita: solo il riconoscersi nella fatica verticale dell’amore quotidiano.
Lì, Francesca capì che non cercava qualcuno che la salvasse, ma qualcuno che sapesse restare.
Restare, però, chiedeva coraggio.
Per non precipitare nel vecchio copione — l’attesa affamata, la fame di conferme, la paura che un silenzio fosse un addio — mise regole gentili a se stessa:
niente messaggi dopo mezzanotte;
se lui tace, tu vivi;
se ti manca, respira e cammina.
Scoprì che funzionava: la mancanza si allargava e poi si ritirava come la marea, e in mezzo c’era spazio per lei.
In quelle settimane, Rosy arrivò come arrivano gli amici veri: in fondo alle giornate storte e alle risate più necessarie.
Si conoscevano da anni, da quel negozio di cioccolato in cui avevano imparato a lavorare e sopravvivere allo stesso tempo.
Rosy era l’opposto di Francesca: capelli corti e sguardo spavaldo, capace di far ridere anche le giornate peggiori.
La sua filosofia era semplice: “quando non sai che fare, prenota un treno o balla in cucina”.
A Francesca ricordava che vivere non è un dovere ma un verbo da coniugare al presente.
«Prenditi un sabato intero», le disse una mattina davanti a due cappuccini troppo caldi.
«Io devo scendere a Roma per due colloqui. Tu vieni con me. Non per lui, per te.
Perché ti ricordi che puoi arrivare dove vuoi anche in autobus».
Ridacchiarono per la frase, ma il seme era piantato.
Nei giorni seguenti cominciarono a organizzarsi: biglietti economici trovati online, la promessa di una camera condivisa «solo per ridere come a vent’anni», e la certezza che, comunque andasse, sarebbe stato ossigeno.
Rosy mandava messaggi pieni di ironia:
«Io metto la musica. Tu porta la testa leggera. E magari due aspirine, non si sa mai».
Francesca rispondeva: «E se Roma ci cambia?»
«Allora la salutiamo con educazione e torniamo diverse», replicava lei.
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