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Sassi di Passione

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Consegna prevista Dicembre 2026
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Nei Sassi di Matera, tra crepe di tufo e sussurri antichi, un triangolo amoroso che brucia come il sole della Murgia.
Maryam gestisce con passione il suo hotel rupestre, un rifugio di pietra e ricordi nella magica Matera. Ma l’arrivo di Sophie, amica del cuore e rivale involontaria, riaccende vecchie fiamme: Vincenzo, l’amore giovanile che tutte desideravano, irrompe come un vento impetuoso, travolgendo lealtà e desideri repressi.
Tra baci proibiti nei vicoli ombrosi, flashback di gelosie adolescenziali e un viaggio catartico a Parigi, Maryam lotta con il senso di colpa e la passione travolgente. Riuscirà a scegliere tra amicizia eterna e un amore che promette rinascita? In un turbine di sensi di colpa, perdono e estasi sensuale, Sassi di Passione è un romanzo che scava nell’anima come le grotte millenarie: un’odissea romantica dove il cuore, fragile e indomito, trova la sua redenzione.

Perché ho scritto questo libro?

Cari lettori, questo romanzo nasce da un amore viscerale per la Basilicata, terra di rocce antiche e anime indomite. Nei Sassi, dove la storia si fonde con la natura, ho immaginato Maryam e il suo viaggio interiore: un’odissea di desideri proibiti, amicizie forgiate nel fuoco e redenzioni inaspettate. Ispirata alle passioni epiche e alla introspezione femminile, “Sassi di Passione” è un invito a esplorare il cuore umano – fragile come il tufo, resistente come la Murgia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Sotto un cielo ostile”

    Matera, quella antica città scavata nella roccia come un nido d’aquila tra le colline della Basilicata, si era trasformata in un labirinto ostile sotto un cielo che sembrava aver dichiarato guerra ai suoi abitanti. La mattina aveva ingannato tutti con un sole implacabile, capace di spaccare le pietre millenarie dei Sassi – quelle grotte preistoriche trasformate in dimore umili e affascinanti – ma nel pomeriggio, fedele alle profezie incerte dei meteorologi moderni, una pioggia fina e tagliente come lame di vetro si era abbattuta sulla città. I vicoli stretti, lastricati di ciottoli consumati dal tempo, si erano riempiti di rivoli d’acqua che serpeggiavano come vene pulsanti, portando con sé l’odore terroso della pietra bagnata e l’eco lontano di tuoni minacciosi.

      Maryam e Sofia, rifugiate sotto l’androne imponente della chiesa rupestre di fronte all’hotel “La Civita” – un edificio che sembrava scolpito direttamente dalla roccia viva, con le sue arcate gotiche erose dal vento – si scambiavano sguardi da naufraghe alla deriva in un mare tempestoso. I capelli umidi aderivano alle loro fronti come alghe marine, e i cuori battevano pesanti sotto il peso di segreti accumulati negli anni, pronti a traboccare come la pioggia che non dava tregua.

      Sofia, con un movimento improvviso, lanciò a Maryam un’occhiata acuminata, un dardo invisibile che trafiggeva l’anima senza lasciare scampo. Le afferrò il braccio con una stretta ferrea, come se stesse cercando di strappare un polpo tenace dal fondo di un abisso marino. «Devi parlargli tu, Maryam, e non ammetto repliche!» La sua voce era un sussurro urgente, carico di quella disperazione che solo un amore non risolto può generare.

«Io?» ribatté Maryam, abbozzando un mezzo sorriso incredulo che mascherava un turbine interiore di dubbi e paure. «Ma se Vincenzo con me non ha mai scambiato più di due parole, nemmeno per sbaglio! Ricordi? Era sempre così distaccato, come se fossi invisibile.»

      «Esattamente, cara mia!» insistette Sofia, gli occhi azzurri accesi da una determinazione feroce, simile a quella di una guerriera pronta alla battaglia. «È proprio per questo che devi andarci tu. Se provassi io, mi sbatterebbe la porta in faccia prima ancora che aprissi bocca. Con te, almeno, potrebbe ascoltare. Sei neutrale, sei… sicura.»

      «E cosa dovrei fare, secondo te?» chiese Maryam, alzando le spalle in un gesto di rassegnazione, mentre l’acqua gocciolava dal bordo dell’androne, scandendo il tempo come un orologio impazzito. «Presentarmi a casa sua, bussare all’uscio e sparargli in faccia: ” Vincenzo, Sofia ti ama ancora come una disperata”? Sembra una scena da melodramma!»

      Sofia annuì con solennità, seria come un prete durante una processione solenne, senza la minima ombra di ironia nel suo sguardo. Maryam, invece, lasciò sfuggire un sorriso ebete, di quelli che affiorano quando il mondo ti crolla addosso e l’unica difesa è fingere che sia uno scherzo del destino. Sofia, con quel suo aspetto un po’ mascolino – capelli corti e pratici, spalle larghe da chi ha affrontato tempeste – ma un cuore romantico da ragazzina ingenua, non era cambiata di una virgola negli anni.

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      Era la stessa Sofia di un tempo, quando, adolescenti spensierate, correvano insieme per le strade tortuose di Matera, due studentesse dell’istituto alberghiero convinte che il mondo fosse un banchetto pronto a essere servito su un piatto d’argento. Sogni di viaggi lontani, di carriere scintillanti nei grandi hotel d’Europa, le univano come sorelle. E ora eccole lì, dopo un silenzio che era durato lustri, riunite nella stessa piazzetta lastricata dove un tempo tramavano di marinare la scuola o fingere di studiare dietro libri mai aperti, a confidarsi segreti sotto una pioggia incessante che picchiettava sul selciato come dita impazienti di un destino beffardo. L’aria era pregna dell’odore di terra umida e pane fresco dalle botteghe vicine, un contrasto che rendeva l’incontro ancora più surreale.

      Maryam, a dire il vero, aveva esaurito i suoi segreti in un battibaleno, come un fiume che si prosciuga al primo sole. Una donna come lei, che un marito non l’aveva mai avuto – né desiderato, in fondo – non aveva grandi romanzi epici da narrare: solo le pietre eterne dei Sassi a farle compagnia, e i conti dell’hotel “La Civita” da pagare con mani esperte ma stanche, mese dopo mese, in una routine che era diventata la sua armatura. «Ma come?» esclamò Sofia, spalancando gli occhi come due fanali accesi nella nebbia della pioggia. «Non ti sei mai sposata? Nemmeno un flirt, un’avventura?»

      «No, cara mia, niente di niente,» rispose Maryam, con un sorriso che bilanciava orgoglio e una sottile rassegnazione, come chi ha scelto la solitudine per non rischiare il dolore. «Ho inseguito il successo, io pure, correndo dietro a sogni di indipendenza. E ora eccomi qui: murata in queste mura di sasso antiche come il mondo, zitella e, beh, quasi contenta. La libertà ha il suo prezzo, ma anche i suoi piaceri.»

      «Eh… non è che io stia meglio,» sospirò Sofia, con un fiato che echeggiava come un lamento di sirena lontana, perso nel vento. «Quando potevo, non l’ho fatto. Vincenzo mi voleva sposare, mi implorava quasi, e io, sciocca che non ero altro, gli dissi di no. Ero fuori di testa, ti dico!» La sua voce salì di tono, quasi un grido soffocato che fece sobbalzare Maryam, mentre un tuono lontano sottolineava le sue parole. «Non so che diavolo mi prese, che idea folle mi balenò in mente! Volevo essere libera, indipendente, come quelle donne americane nei film, tutte carriera e mistero avvolgente, con il mondo ai piedi.»

      Pensava che Vincenzo l’avrebbe inseguita, che l’avrebbe richiamata con suppliche appassionate, pronto a tutto per riconquistarla. Invece no! Quello, bastardo com’era – un traditore nato, con un cuore di pietra sotto quel fascino da imprenditore – si era subito consolato con una tedesca bionda, fredda come un blocco di ghiaccio artico e con meno calore di una roccia dei Sassi esposta al vento gelido dell’inverno.

      Maryam non riuscì a trattenere una risata amara, che echeggiò nell’androne come un suono fuori posto. «Un vero bastardo, eh? Ma scusa, Sofia, io me lo ricordo bene: tutti dicevano che era cotto marcio di te, sempre a strisciare ai tuoi piedi come un cagnolino fedele, pronto a tutto per un tuo sorriso!»

      «Sì, sì, un servo d’amore devoto…» sbuffò Sofia, con una smorfia che le corrugava il viso segnato dalla pioggia e dal tempo, rendendola improvvisamente più vecchia dei suoi anni. «Prova tu a stare con uno che, appena ti giri di spalle, salta nel letto di un’altra. Bella vita, eh! Un incubo, piuttosto, fatto di sospetti e notti insonni.»

      «Povera amica mia…» mormorò Maryam, con un filo di voce intrisa di autentica compassione, mentre il cuore le si stringeva nel petto. «Quindi ti maltrattava? Ti faceva del male?»

      Sofia abbassò lo sguardo, come se il selciato bagnato, con le sue pozzanghere che riflettevano il cielo grigio, custodisse risposte migliori del suo stesso volto arrossato. «A dirla tutta… non è che mi maltrattava fisicamente, no. Ma bastardo, sì, eccome! Traditore di prima categoria, senza un briciolo di rimorso nel suo animo arido! Diceva di essere sommerso dal lavoro, pieno d’impegni che lo tenevano lontano… Figurati! Sempre con quel cellulare incollato alla mano come una protesi, mai presente davvero, mai un pensiero sincero per me. Io, per lui, ero diventata aria, invisibile. Qualunque donnetta con un sorriso furbo e un po’ di malizia lo faceva sciogliere più di quanto facessi io, dopo tutti quegli anni insieme.»

      Maryam, mossa da un impulso materno, le porse un fazzoletto sgualcito dalla tasca, perché Sofia ne aveva bisogno più dell’aria stessa, con le guance rigate da lacrime miste a pioggia. «Asciugati, va’, che sembri una cascata ambulante! Non puoi lasciarti andare così.»

      «Sai,» continuò Sofia, con la voce tremante come una foglia sferzata dal vento impetuoso che ora agitava gli alberi nella piazzetta, «quando provavo ad accarezzargli il viso o le mani, sentivo il suo disprezzo insinuarsi come un veleno freddo, come se fossi qualcosa di sporco e indegno del suo tocco. E quelle rare volte che si abbandonava sul mio petto, esausto dal suo mondo di affari, e si addormentava… io mi giravo dall’altra parte, per non annegare nelle lacrime tutta la notte, fissando il soffitto come se potesse darmi risposte.»

      Maryam, ammutolita come un pesce arenato sulla riva, non trovava parole che non suonassero vuote o banali in quel vortice di emozioni. «Ci hai mai provato a parlargli apertamente? A scrivergli, magari, per sfogarti?»

      «Migliaia di lettere, Maryam! Migliaia!» sbottò Sofia, sputando le parole come veleno accumulato da troppo tempo. «Non le ha mai lette, te lo giuro su quanto ho di più caro. Le prendeva tra le mani, le strappava a pezzi con un ghigno indifferente, e io l’ho visto con questi occhi, nascosta nell’ombra come una spia! Pensava che non sapessi niente, che fossi cieca e sorda. Che schifo, Maryam! Un vero imbecille, uno psicopatico calcolatore! Non avrei mai immaginato che Vincenzo, l’uomo che credevo di conoscere, fosse quel pezzo di merda travestito da gentiluomo.»

      Le lacrime le rigavano il viso senza sosta, mescolandosi alla pioggia come fiumi sotterranei che affiorano tra i Sassi, erodendo la roccia del suo orgoglio. I suoi occhi azzurri, belli e luminosi come un cielo di primavera serena, celavano ora un’ombra nera in fondo, come un mare in tempesta che sbatte contro scogliere frastagliate e implacabili. E in quegli occhi, Maryam lo vide chiaro come la luce del giorno che mancava: Vincenzo non era mai stato cancellato dal cuore di Sofia. Anzi, dopo tutti quegli anni di lontananza e rimpianti, lei lo amava ancora, disperata come una naufraga in mezzo all’oceano infinito, aggrappata a un relitto di ricordi.

      «Sofia…» mormorò Maryam, con un filo di voce che si perdeva nel frastuono della pioggia e nel battito accelerato del suo stesso cuore.

      «Tu sola puoi aiutarmi,» disse Sofia, con un tono che era metà supplica accorata e metà comando imperioso, come se da quella richiesta dipendesse il suo destino. «Tu puoi ridarmi un barlume di quella gioia perduta, di quelle giornate spensierate che avevamo un tempo. Devi chiamarlo, Maryam. Devi fissare un appuntamento, inventa una scusa se serve. E dirgli, a quattr’occhi: ” Sofia ti ama ancora”. Ti prego, fallo per me.»

      Maryam, donna di cuore tenero e generoso, una di quelle che non sapeva negare aiuto nemmeno a costo di mettere a repentaglio la propria pace interiore, quella sera stessa, con una paura che le attanagliava le viscere come una morsa invisibile e gelida, afferrò il cellulare con mani tremanti. Non si parlavano da un’eternità, un abisso di tempo che aveva inghiottito amicizie e legami, ma ogni tanto uno sporadico messaggio volava tra loro come un ponte fragile su un burrone. Vincenzo, a Matera, era diventato un uomo che contava davvero: imprenditore di successo con un’azienda di import-export che si estendeva oltre i confini italiani, e quattrocento dipendenti che dipendevano dalle sue decisioni acute, dal suo fiuto per gli affari che lo aveva reso una figura rispettata e temuta nella città. Quando rispose al telefono, la sua voce tradì una sorpresa genuina, mista a curiosità, ma dopo due chiacchiere superficiali – sul tempo, sull’hotel, su banalità che mascheravano l’imbarazzo – accettò l’incontro. L’avrebbe vista l’indomani mattina, alle nove in punto, al Caffè Schiuma. E mentre stava per riagganciare, la sua voce si abbassò di un tono, carica di un sospetto sottile come la pioggia che ancora cadeva: «Ma è successo qualcosa, Maryam? Qualcosa di grave?»

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Maati El Hossi
Sono uno scrittore originario del Marocco ma residente a Grassano dal 1982 e sposato con una ragazza Lucana e padre di due figli. Ho studiato in Italia sin dal mio arrivo, mi sono diplomato all'Istituto alberghiero di Matera, ho scoperto la poesia e la passione del raccontare quasi subito, facendolo diventare un hobby che mi ha portato a pubblicare i miei romanzi.
Attualmente per lavoro vivo a Reggio Emilia presso AUSL come coordinatore di magazzino. Ho svolto l'attività anche di cuoco, autista di autotreni, e interprete di Arabo e Francese presso le questura, carabinieri e tribunale di Matera.
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