Giacomo Sampietri, conosciuto come l’erede del sapere umano, il primo Marzo del 2394, dopo anni di isolamento mediatico, decide di raccontare tutta la sua storia in diretta mondiale. Comincia così a narrare le vicende che hanno visto coinvolto lui e i suoi sei compagni di avventure, i suoi amici d’infanzia. Di come le loro vite fossero state stravolte dall’arrivo di sette doni. Un dettaglio, però, lascia l’intervistatore scettico sulla veridicità del racconto. Com’è possibile che quel ragazzo abbia davvero quasi quattrocento anni?
Una discesa verso i luoghi più oscuri dell’anima, negli abissi di chi perde la propria umanità per dare spazio alla ferocia.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro per parlare di temi a me cari e che reputo essenziali nella vita. L’empatia, l’amicizia, l’altruismo e l’amore sono valori che stiamo facendo svanire per lasciare sempre più spazio alla prepotenza, all’individuo, all’egoismo e all’odio. I segnali che ci arrivano dal mondo sono allarmanti, stiamo perdendo la capacità di diplomazia in cambio di un’arroganza bellica. Volevo parlare di umanità prima che potessimo vederla sparire.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Atto I
1
1 MARZO 2394
Ero agitato, erano anni che non permettevo a nessuno di entrare in contatto con me. Non potevo. Non volevo. Ero disgustato dall’umanità. La situazione era diventata ineluttabile, impossibile opporsi, dopotutto quello che era stato fatto per loro, per noi. Avevo provato con ogni fibra del mio essere a salvare la loro condizione, la nostra, ma c’era sempre qualcuno, qualcosa che metteva il proprio egoismo, la propria fame di potere davanti a tutto il resto.
In quanto umani, eravamo servi di una bestia mai sazia, costretti a cibarla con i nostri vizi.
Come con la gloria e il suo senso di onnipotenza. La forza che ci spingeva a prevaricare l’altro prepotentemente pur di farlo sentire inferiore, elevarsi a discapito del più debole e meno ambizioso. Persi in una spirale di totale mancanza di empatia.
L’invidia, pronta a mostrarci gli altri come più fortunati di noi facendoci dimenticare di godere di quello di cui già eravamo in possesso. Rifletteva un’immagine distorta in uno specchio pieno di infelicità e desolazione. Più la si ammirava da vicino quanto più lontana ci portava dalla realtà.
La pigrizia, con il suo fardello di insicurezza, avvolto in un mantello di stanchezza, ci faceva procrastinare ogni progetto spesso seppellendolo in una fossa scavata dalla frustrazione perenne. Una lenta e inevitabile demolizione del nostro spirito.
La lussuria, portata all’eccesso e usata come arma manipolatoria, di ricatto e vendetta, come fosse l’unico motore a muoverci. Un tabù del quale vergognarsi, ma utile a sfogare un qualsiasi primitivo istinto.
La rabbia, ci rendeva aggressivi e sordi al dibattito, sedimentando fino al punto di esplosione, capace di generare conflitto e trasformando ogni situazione in una battaglia contro l’altro. Sopprimendo l’idea e la libertà di pensiero in un abisso governato dall’odio.
La gola, usata come la soluzione ai nostri problemi diventandone lei stessa uno di loro. Alimentava il nostro senso di solitudine e percezione disfunzionale della realtà. Il disagio di affrontare un problema ci mangiava dall’interno, noi lo nascondevamo in una abbuffata senza precedenti, narcotizzandola con zuccheri e alcolici.
Infine, l’avarizia, annebbiava le menti con il desiderio di doverci circondare da beni e denaro. Più ne avevamo e più ne dovevamo accumulare. Rendeva il nostro scopo un padrone pronto a privarci di tutto quello che cercavamo. Possedevamo tutto, ma non utilizzavamo niente.
Dovevamo trovare il modo di sfamarla questa bestia e di accudirla. Noi la creavamo e ne diventavamo presto schiavi, dominati dal suo potere.
Non potevo esimermi dal trovarmi faccia a faccia con qualcuno. Dovevo raccontare la mia storia, dare una spiegazione all’umanità di quello che stava per accadere. Era importante far conoscere loro l’inizio di tutto. Erano anni che lavoravo a quel progetto e finalmente poteva vedere la luce.
Lui era alto, pelato. Portava l’abbigliamento tipico di quella parte della società che amava ostentare il proprio privilegio mettendo in mostra le protesi robotiche. Si era fatto innestare i Legflight al posto delle gambe per fluttuare e muoversi più rapidamente. Gli occhi erano stati sostituiti da due Eyerec così da poter registrare il mondo attorno a lui. In quell’occasione li avrebbe usati per poter far vedere in diretta all’umanità l’intervista. La più importante che sia mai stata realizzata sulla faccia della terra.
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Lo osservavo prendere l’ascensore che lo stava portando all’ultimo piano del mio palazzo. Si vedeva sapesse di essere osservato, altrimenti avrebbe dato evidenti segni di ansia e agitazione, comprensibili nella sua posizione. Un momento come quello avrebbe fatto tremare le gambe del più sicuro degli esseri viventi. Negli anni in molti avrebbero voluto poter vedere quale fosse la mia faccia. Chi fosse davvero “l’erede del sapere umano”, così ero stato soprannominato, colui la cui famiglia, da secoli, aveva contribuito a rendere migliore la permanenza dell’umanità su questa terra.
Aveva l’onore di poter mostrare al mondo chi ci fosse dietro a tutte quelle creazioni, a tutte quelle scoperte in ambito scientifico e tecnologico.
Era arrivato davanti al portone d’ingresso della stanza in cui lo avrei accolto. In cui mi sarei lasciato intervistare, dove avrei raccontato tutta la verità.
Mi presi qualche minuto prima di permettere a Lia di farlo accedere al salone, volevo assaporare ogni attimo prima della fine. Perché quell’intervista sarebbe stato il mio lascito all’umanità. Una volta dentro non sarei più potuto tornare indietro, il timer sarebbe partito risultando impossibile interromperne il corso.
Osservai la teca di vetro in cui erano riposti i cimeli che mi avevano accompagnato per tutta la vita. Passai lo sguardo su ognuno di essi. Scandagliandoli uno ad uno. Oggetti di un tempo passato, coloro che avevano ispirato il mio futuro. Mi soffermai a lungo, volevo imprimere nella mia mente l’immagine di ciascuno di loro. Erano densi di significato, di ricordi. Di volti.
L’auricolare…
Il cellulare…
L’orologio da polso…
La catenina d’oro…
La fiaschetta…
La carta di credito…
E il più terribile di tutti.
Il tirapugni…
«Il prescelto è arrivato, attende gli sia concesso il permesso di entrare» disse la voce della domotica della casa.
«Prego, diamo inizio alle danze allora» risposi distratto perso nei ricordi dolorosi.
Un sospiro amaro poi la porta si aprì.
«Ebbene è questo l’antro del sapere. Il luogo dove sono state fatte le più grandi scoperte» disse avanzando verso di me e osservando ogni dettaglio del mio salone.
Il suo sguardo fu rapito da quei cimeli. Oggetti di un’era passata. Di un mondo che non esisteva più.
«Si accomodi pure» dissi accompagnandolo vicino a un muro dal quale uscirono due poltrone e un tavolino, «desidera qualcosa da bere?».
«Sì grazie, non ho preferenze a riguardo, lascio che sia lei a decidere per me» rispose mentre si sedeva, disinvolto, freddo, come se nulla lo scalfisse.
«Lia, prepara due Linfe di Vita Nuova fresche, grazie».
«L’ora è giunta, il mondo aspetta» mi disse.
Ho sempre odiato mi si facesse fretta, ma aveva ragione, non potevamo perdere altro tempo. Dovevo mettere fine a quella storia. La cosa però che mi aveva incuriosito più di tutte di quello strano individuo, era che non aveva commentato il mio giovane aspetto. Nemmeno un accenno alla totale differenza somatica con i tratti di quello che era stato definito mio padre.
«Cominci pure la diretta» feci.
Azionò gli Eyerec.
«Da dove vogliamo partire?» mi chiese.
«Direi dall’inizio. Questa sarà un’intervista lunga, dove sarò io a dettare i ritmi e i tempi, quindi ovunque voi siate, mettetevi comodi e ascoltate» dissi guardando dritto nell’occhio sapendo di comunicare il messaggio direttamente agli ascoltatori.
«Prego, cominci pure».
Arrivarono i due drink, ne sorseggiai un po’ per prendere coraggio, mi sarebbe senz’altro servito. Gli avvenimenti che avrei portato alla luce, i ricordi che avevo seppellito così a lungo mi avrebbero fatto soffrire un’altra volta.
Ero pronto, cominciai.
«La storia ha inizio nel gennaio 2016».
«Mi scusi se la interrompo, forse intendeva 2316…».
«No, ha capito proprio bene. Ho detto 2016».
«L’ha presa un po’ alla larga» mi disse ridendo mentre cercava di mettermi in difficoltà e farmi sentire in imbarazzo. Come se bastasse così poco. Sembrava quasi volesse farmi capire chi era a comandare tra i due. Non aveva capito e nemmeno io.
«Era il primo gennaio del 2016, io e i miei amici…».
«Scusi se la interrompo di nuovo, ma non capisco…ha detto per caso io?».
«Precisamente».
«Vuole spiegarci un po’ meglio, vede io e gli ascoltatori siamo confusi…».
«All’inizio ho detto loro di mettersi comodi, io avrei dettato i tempi, ricorda?».
Iniziavo a innervosirmi, l’interlocutore non aveva compreso la gravità della situazione, l’importanza del momento.
«Sì».
«Ora la prego di non interrompermi ulteriormente o l’intervista sarà terminata qui. A suo tempo tutto sarà più chiaro».
«No la prego. Mi scusi, continui pure».2
1 GENNAIO 2016
Eravamo io e il gruppo di amici con cui ero solito passare le mie giornate. Avevo poco più di vent’anni all’epoca e nei giorni che seguivano il capodanno eravamo soliti partire per un viaggio. “Un’avventura” come ci piaceva chiamarla.
Eravamo uniti da un profondo legame, convalidato negli anni. Avevamo fatto le scuole elementari insieme, ci eravamo persi nel periodo delle medie per poi ritrovarci alle superiori. Da quel momento non ci eravamo mai più separati.
Sacco, il cui vero nome era Michele Sacchetti, l’anno prima aveva comprato da un rivenditore uno di quei pulmini della volkswagen, l’iconico van degli anni d’oro degli Hippies, spendendo tutti i suoi risparmi.
Era il suo sogno, era il nostro sogno, era il sogno di chiunque avesse sempre voluto sentirsi libero. Partire e lasciarsi il passato alle spalle.
Noi tutti eravamo immersi dai problemi della vita quotidiana, chi, come Sacco appunto, aveva, o sarebbe meglio dire, non aveva, una famiglia violenta e totalitaria. Chi come Para, Perla Lambini, aveva il padre in coma da quando aveva 8 anni e si era ritrovata una madre opprimente e al tempo stesso inesistente. C’era Fake, Diego Farneti, il più povero del gruppo, la famiglia viveva di sussidi e si era trovato spesso negli anni a dover saltare le lezioni per fare alcuni lavori extra. Non abbiamo mai saputo di cosa si trattassero, non voleva parlarne. Poi c’era King, Ilaria Rossi, una ragazza di origini asiatiche. Era stata adottata dopo che aveva visto perdere i propri genitori e la sua amata sorella durante uno scontro a fuoco in Vietnam. Non aveva mai accettato la sua famiglia adottiva, troppo cristiana e bigotta. La odiava al punto che al compimento della maggiore età era scappata di casa. Nessuno sapeva dove vivesse, tutti sospettavamo dormisse in giro, per le strade. C’era Cave, Filippo Tisi, un ragazzo pieno di sogni e ambizioni, ma che continuamente si scontrava con la sua cruda realtà. Non vedeva mai cambiare il mondo davanti a se e non faceva niente, se non lamentarsi, per cambiarne l’inerzia. Infine lei, Lia Cimatti, la ragazza che con quei suoi occhi verdi, la sua carnagione lievemente brunita, faceva perdere la testa a chiunque, anche al compagno di sua madre…
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