Angelo Rossi ha una vita che sembra a posto: un lavoro stabile, una moglie, due figli, la rassicurante maschera dell’uomo perbene. Di notte compra corpi e torna a casa come se nulla fosse, convinto che il denaro cancelli ogni conseguenza. Finché una sera sbaglia strada. Una donna lo attira in un appartamento e la porta si chiude alle sue spalle: ad attenderlo ci sono quattro figure femminili, diverse eppure unite da una stessa ferita. Ognuna porta con sé un archetipo — la Madre, la Guerriera, la Bambina, la Seduttrice — e insieme compongono un coro che non chiede scuse, ma verità. Non cercano pietà né confessori: vogliono uno specchio, e lo accendono davanti a una telecamera. “Sei abbastanza” è un thriller morale, corale e cinematografico, che scava nella zona grigia dell’ipocrisia quotidiana: il rispetto proclamato e il dominio praticato, i silenzi che proteggono, le scuse che assolvono. Quando la storia ribalta la prospettiva, la domanda non riguarda più solo Angelo: riguarda tutti.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto “Sei abbastanza” per mettere sotto processo un uomo normale, uno di quelli che si dichiarano progressisti, rispettosi, civili, e che proprio per questo si sentono innocenti. Angelo Rossi è un padre e marito irreprensibile in superficie, ma ha un doppio binario fatto di consumo del corpo femminile e autoassoluzione. Volevo raccontare la zona grigia: non il “mostro”, bensì l’uomo comune che si nasconde dietro parole giuste e gesti corretti.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1 – Un uomo come tanti
Il mio nome è Angelo Rossi. Ho quarantadue anni, un lavoro rispettabile e ben remunerato, una moglie che mi ama, anche lei lavoratrice, due figli — un maschio e una femmina — che crescono bene. Vivo in un quartiere residenziale, di quelli pieni di siepi curate e parcheggi riservati, dove i vicini Sorridono e si salutano appena. Dai villini sfoggiano benessere e ottimismo, con facciate pulite, finestre lucide, giardinetti ordinati: tutti uguali, tutti perfetti. Al mattino bevo caffè e mangio due fette biscottate, mi sistemo la cravatta, controllo le notifiche sul telefono. Porto i bambini a scuola, parlo con i genitori degli altri alunni, collaboro con i colleghi, invio e ricevo e-mail, programmo riunioni, ascolto i clienti. Tutto normale. Sono di idee progressiste, lontano dalle ideologie, credo nei valori di uguaglianza e rispetto dell’altro. Quando posso, partecipo alle iniziative di solidarietà. Anche se ho ricevuto un’educazione cattolica, frequento poco la chiesa e non posso considerarmi un praticante. Non sono un uomo cattivo. Non ho mai picchiato nessuno, non ho mai rubato, non ho mai tradito mia moglie — almeno non nel senso che intenderebbe la maggior parte delle persone. Eppure, dentro di me, c’è sempre una che finisco per attraversare. Una spinta oscura, silenziosa, che mi strappa via da casa, lontano dai sorrisi puliti dei miei figli, dalla voce calda e protettiva di Veronica che mi chiama per cena. Mi porto addosso l’odore di lavanda dei bastoncini chelei accende ogni sera, puntuale, per profumare il soggiorno.Veronica è così: ordinata, precisa, attenta. I pavimenti brillano, le stoviglie sono sempre lavate e riposte, le lenzuola stirate alla perfezione. Il dispenser di disinfettante accanto alla porta, le chiavi agganciate al gancio con il portachiavi numerato, il controllo ossessivo della serratura prima di andare a dormire. Lei protegge, custodisce, costruisce un guscio sicuro intorno a noi. E io? Io esco. Apro quella porta che si spalanca sulla strada, dove le luci giallastre dei lampioni tremano sopra corpi in attesa, corpi in vendita, corpi che non conosco e che non dovrei nemmeno guardare.E io ci entro. Sempre.
Alle 17:45 spengo il computer, chiudo la cartella, sistemo giacca e cravatta.
«Angelo, ti va una birretta?» chiede Marco, il collega della stanza accanto.
«Non posso, Marco, ho promesso a Veronica di tornare presto.» Marco ride. «Brava Veronica, che ti tiene al guinzaglio». Io sorrido, alzo una mano, esco. Non prendo la strada di casa. Giro a sinistra, poi ancora a sinistra, infilo una traversa che conosco bene. È una zona periferica: vecchie case popolari, saracinesche abbassate, pizzerie al taglio, centri massaggi. Lei è lì, appoggiata a un muro, con un giubbottino beige e i capelli raccolti. Non la conosco bene. L’ho vista due volte, forse tre. Ha un accento dell’Est, uno sguardo rapido, nervoso. Mi vede arrivare, si stacca dal muro.
«Ciao».
«Ciao».
Non serve altro. Salgo in macchina, lei entra subito, si stringe nel giubbino. Nessuna chiacchiera, solo un breve scambio d’occhi per confermare l’accordo. Guido fino a una strada laterale, spengo i fari. Il resto è un automatismo. Lei si piega sul sedile, io resto al volante, il respiro accelerato, gli occhi fissi sul parabrezza appannato. Il corpo si muove, si scontra, trova lo sfogo. Quando è finito, lei si sistema in silenzio. Tira su la zip, si specchia appena nel vetro, si passa una mano sui capelli. Io mi sposto appena, accendo la luce interna. Controllo: sedile pulito, niente capelli, niente tracce, niente odori. Il profilattico: annodato, nascosto nel pugno.Lei sorride appena. Ringrazio, lei contraccambia. La accompagno alla sua postazione, fermo la macchina accanto al marciapiede. Non la guardo mentre scende. Lei chiude piano la portiera. Un cenno, un gesto quasi distratto. Riparto subito.
Guido per qualche isolato. Finestrino abbassato. Il profilattico vola fuori, sparisce nell’ombra. Una curva, un altro respiro. Casa non è lontana. Mi accarezzo la giacca, mi specchio rapido. Come se potessi togliere anche dalla pelle l’odore di quella notte. Fuori, il cielo è ancora chiaro, un azzurro pallido di fine pomeriggio. Respiro a fondo. Sento il cuore rallentare, la testa svuotarsi. Poco prima di casa, mi fermo, accendo il telefono, apro i messaggi.
Veronica: Prendi tu il latte?
Io: Sì, amore, sto tornando.
Accenno un sorriso. Controllo che la cravatta sia a posto, sistemo i capelli. Mi guardo negli occhi. Per un attimo, li vedo vuoti. Poi passa. Metto in moto, un paio di minuti e arriverò a casa. Non saprei nemmeno dire quando è cominciato. Forse la prima volta è stata per curiosità. Per noia. Per reazione a un bisticcio. Un paio di amici mi avevano detto:
«Non hai mai provato? Dai, non è quello che pensi, mica è come nei film.»
E avevano ragione. Non è come nei film. È più semplice. Più veloce. Più vuoto. Basta un parcheggio laterale, un cenno con la mano, un finestrino che si abbassa, una cifra sussurrata. E tutto scivolava via, liscio, come un bicchiered’acqua buttato giù senza pensarci.
Le prime volte avevo provato senso di colpa. Sentivo la voce di Veronica nella testa, i bambini che correvano sul prato, mio padre che mi diceva: «Ricordati chi sei.» Poi… diventa normale. Diventa routine. Un’abitudine. Un pezzo di vita infilato tra un draft su SharePoint e una spesa al supermercato. E io, a essere sincero, ho sempre pensato di non fare male a nessuno. Neppure a me stesso. «Loro scelgono, no? È un lavoro come un altro. Io pago, non pretendo. Non faccio violenza, non faccio danni.» Quante volte me lo sono detto? Quante volte l’ho ripetuto, come un mantra, come una preghiera? Un sospiro esce senza possibilità di controllo. Quando arrivo davanti al portone, il cielo è diventato un viola impastato, le prime luci delle finestre si accendono lungo la strada. Spengo il motore, resto un momento seduto. Controllo il telefono, ancora. Nessun messaggio nuovo. Veronica non ha chiamato, i bambini non hanno scritto. Tutto normale. Sistemo il colletto, passo una mano sui capelli. Poi scendo. Salgo le scale, chiavi in mano, respiro profondo. Apro la porta.
«Papà!»
La voce di Giulia, la piccola, che corre in corridoio e mi abbraccia alle gambe. La sollevo in braccio, la stringo, le bacio la guancia. Il profumo di sugo invade l’ingresso. La televisione accesa in salotto, i giocattoli sparsi sul tappeto.Veronica mi aspetta in cucina. È un’insegnante elementare: il pomeriggio è in casa e si divide tra i figli e i compiti degli alunni. Ha preparato la pasta al forno. I bambini sono già seduti, litigano per il telecomando. Il più grande vuole guardare un quiz, la piccola vuole i cartoni.
«Angelo, sei in ritardo.»
Le sorrido, le bacio una guancia, passo una mano tra i capelli della bambina. Mi tolgo la giacca, le scarpe. Entro nel mondo caldo e sicuro della mia casa. A tavola racconto la giornata. I clienti difficili. Il traffico. Le solite cose. Veronica annuisce, interviene ogni tanto, sorride. È brava a tenere tutto insieme. A cena parliamo del più e del meno. Matteo racconta di scuola, Giulia mostra un disegno, Veronica mi chiede delle riunioni. Io sorrido, annuisco, faccio battute, distribuisco carezze. Tutto normale.
Le mani afferrano il bicchiere con naturalezza. Non un’esitazione, non un tremore. Il battito è regolare. Trasmetto amore e sicurezza. La mente non si distrae con inutili ricordi di quanto accaduto nel pomeriggio. Bere un caffè, concedersi un piacere rapido: un attimo, e poi si torna alla vita. Nessuno può supporre che, mezz’ora fa, ero fermo in macchina a fissare un marciapiede.
La sera, dopo cena, mettiamo i bambini a letto. Leggo una storia alla piccola, accarezzo i capelli del grande. Mi guardano come si guarda un padre. Come una figura solida, sicura. Alla fine della serata, quando i bambini sono a letto e Veronica si siede accanto a me sul divano, appoggiando la testa sulla mia spalla, io guardo il soffitto.
«Andiamo al cinema, domenica?» Mi chiede Veronica.
«Certo!» – la rassicuro – «Portiamo anche i bambini.»
Penso a domani.
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