È la storia di due persone che si incontrano in un momento sbagliato, quando le loro vite sono già piene di equilibri fragili, promesse non dette e paure difficili da ammettere.
Tra loro nasce un legame profondo, fatto di presenza, ascolto e riconoscimento reciproco, che mette lentamente in crisi ciò che entrambi credevano di sapere su se stessi.
Il romanzo racconta il tempo sospeso di una relazione che cresce nell’ombra delle scelte già compiute e delle responsabilità che ciascuno porta con sé. Non è una storia di gesti eclatanti, ma di attese, di silenzi, di parole trattenute, di piccoli momenti che diventano decisivi.
Al centro c’è il conflitto più difficile: quello tra ciò che si sente e ciò che si ha il coraggio di vivere.
Pagina dopo pagina, i protagonisti sono costretti a guardarsi senza più alibi, mentre il legame che li unisce diventa uno specchio capace di mostrare desideri, fragilità e limiti.
È un romanzo intimo e profondamente umano, che esplora il peso delle sé.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro per avvicinarmi a una zona delicata delle relazioni, quella in cui i sentimenti sono chiari, ma le decisioni lo sono molto meno. Ho scelto uno sguardo il più possibile reale e privo di filtri, senza addolcire i passaggi più scomodi, per permettere al lettore di riconoscersi davvero nei personaggi e nelle loro contraddizioni. Mi interessava raccontare legami che crescono attraverso la presenza, le parole giuste al momento giusto e una vicinanza che non ha bisogno di essere
ANTEPRIMA NON EDITATA
Intro – La voce bassa delle cose
Il primo messaggio non diceva niente di importante. Una riga soltanto, come quando tocchi l’acqua con un dito per capire se è fredda.
Fuori pioveva fitto e l’auto teneva il ritmo sul vetro. Io ho lasciato il telefono sul sedile, schermo in giù, come si fa con le cose che contano troppo.
A una certa ora la città ha il respiro basso. Le insegne sembrano parlare sottovoce, i semafori non hanno fretta. Ho pensato che forse le storie iniziano così: non quando succede qualcosa di grande, ma quando una cosa piccola smette di sembrare piccola.
Il secondo messaggio era un sorriso. Non l’emoji: proprio il modo in cui lei scrive. C’è chi usa punti esclamativi, chi i tre puntini. Lei no: lei lascia spazi. Dentro quegli spazi mi ci sono seduto.
Ho appoggiato l’anello tra pollice e indice. Lo faccio quando devo restare calmo. È buffo: un cerchio vuoto diventa pieno appena lo tieni fermo. Forse anche noi siamo stati così: due vuoti che al momento giusto hanno fatto forma.
“Raccontami una cosa vera”, mi ha scritto.
Avrei potuto dire la notte, la pioggia, la strada. Ho detto: “Che quando ti leggo mi si abbassa il battito, non sale.” È la differenza tra adrenalina e casa.
Le ho parlato della lampada che non ho mai acceso davvero, del gesto senza ruolo, di come a volte l’amore delle persone per bene fa rumore e quello che vale resta muto, come i neon delle farmacie la domenica.
Lei ha risposto con una mezza ironia. Lì ho capito che il libro non poteva iniziare da un bacio, ma da un margine. Dalle cose che non si dicono per intero.
Così ho scritto il primo titolo, provvisorio: “Le parole tra i messaggi”.
E ho promesso a me stesso che avrei tenuto il ritmo lento, quello del treno che passa all’alba: non corre, ma arriva
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