Casa.
Mentre si trovava sul marciapiede, un sorriso quasi impercettibile gli increspò le labbra. Quasi nulla era cambiato dall’ultima volta che l’aveva vista, quando era ancora un ragazzino ribelle. Ora era un giovane uomo alto, con le spalle più larghe e un leggero accenno di barba scura che gli ombreggiava la mascella forte. Solo gli occhi potevano tradire la sua vera età, per chi lo conosceva davvero. Quei due profondi occhi verdi, due specchi tormentati, avevano visto un peso di vita che nessun ventiquattrenne avrebbe mai dovuto sopportare.
Non dovette attendere a lungo. Afferrò il primo taxi disponibile, lanciando il borsone sul sedile posteriore con un tonfo stanco. Si accomodò, e solo allora si rivolse all’autista. «Piazza Caricamento, per favore.» Il tono non ammetteva discussioni, e lo sguardo che restituì all’uomo nello specchietto retrovisore era un’istruzione silenziosa e categorica: “Guarda la strada”. L’autista, dopo una lunga e curiosa occhiata, comprese, scosse appena il capo e partì.
Il sole di mezzogiorno splendeva con una forza inaspettata, scaldando l’asfalto e la lamiera delle auto. Il traffico, caotico e disordinato come un organismo vivo, era lo stesso di sempre, nonostante l’ora di punta dell’ora di pranzo. “Pranzo!” L’idea lo colpì con la forza di un pugno nello stomaco. Si rese conto all’improvviso che da quando aveva lasciato l’altro capo del mondo, quella mattina, il suo stomaco era rimasto completamente vuoto.
Si tolse la giacca di pelle, ormai quasi un peso nel tepore inatteso, e la cacciò senza cerimonie nel borsone verde militare, il tessuto che inghiottiva il cuoio senza un lamento. Conservò solo il portafoglio, trasferendolo con un gesto secco nella tasca posteriore dei suoi jeans consumati.
Il taxi stava per imboccare la rampa della sopraelevata, la strada aerea che offre la vista più cruda e maestosa sulla città portuale, quando il cellulare di Davide vibrò con insistenza. Quella vibrazione lo strappò via dall’osservazione del blu profondo del mare in lontananza, un orizzonte che non smetteva di tirarlo a sé. «Hello? Yes, I landed half an hour ago….» Rispose con una cadenza che era un misto di italiano teso e inglese tagliente, un accento acquisito che gli graffiava le parole.
Il tassista, ormai decisamente incuriosito, lo guardò nello specchietto retrovisore una seconda volta, la domanda muta negli occhi. Davide restituì lo stesso sguardo di ghiaccio, intensamente minatorio, che aveva già usato prima. L’autista distolse lo sguardo, confuso.
«Three days at most…Bye». La conversazione fu troncata brutalmente. Davide mise il cellulare in modalità silenziosa, quasi volesse zittire ogni contatto con ciò che aveva lasciato.
Adesso il taxi sfrecciava proprio sopra il cuore pulsante del Porto Antico. Sotto di lui, l’Acquario brillava, imponente e moderno, affiancato dal profilo nostalgico del Galeone, una reliquia di legno e sogno. Il Bigo, l’ascensore panoramico, si muoveva lento, carico di turisti ignari. I riflessi del sole danzavano sull’acqua che sciabordava tra gli yacht ancorati e le barche da pesca; un moto liquido e dorato che rendeva l’intera darsena viva.
Un lampo di ricordi lo attraversò. Si rammentò di quando, da bambino, quel pezzo di porto era il suo regno, un teatro di avventure, soprattutto nelle serate di festa estive illuminate dai fuochi d’artificio che scoppiavano in cielo e si spegnevano nel mare. E le serate indimenticabili da ragazzo, seduto su una panchina di pietra, con il solo rumore ritmico dello sciabordio delle onde a fargli compagnia.
Il taxi rallentò, entrando nella vasta e trafficata Piazza Caricamento. Autobus e altri taxi erano parcheggiati disordinatamente ai piedi di Palazzo San Giorgio, che con la sua facciata austera e affrescata dominava la scena. Davide alzò lo sguardo verso l’antica istituzione e pensò con un cinico sollievo che se fosse vissuto nella seconda metà del XIII secolo, sarebbe stato sicuramente rinchiuso nelle sue carceri, da qualche parte tra quelle mura possenti.
Pagò l’autista in silenzio, lasciando un’aria di mistero dietro di sé. Si mise il borsone in spalla con un sospiro quasi inudibile. Per un secondo, osservando le strade della sua infanzia, gli sembrò che il tempo non fosse mai passato. Lui non aveva dimenticato nulla di Genova, e ora, con un misto di speranza e timore, si chiedeva se neanche Genova avesse dimenticato lui.
Un nodo amaro gli strinse lo stomaco, un promemoria fisico che non solo doveva ancora mangiare, ma che il ritorno a ‘casa sua‘ non sarebbe stato affatto semplice. Si torturava, combattendo tra il pensiero razionale e il terrore viscerale: stava facendo la cosa giusta, o sarebbe stato meglio trovare un alloggio anonimo, una tana temporanea? Lo avrebbero riaccolto come un tempo? Gli avrebbero perdonato l’assenza e dato il bentornato?
Sospirò, quel respiro pesante si perse nell’aria salmastra, e si avviò sotto i Portici di Sottoripa. Il rumore del traffico si smorzò, sostituito da una sinfonia antica di odori: spezie esotiche, incensi dolciastri e il sentore robusto del caffè tostato. Si immerse in quel ventre caldo e vibrante della città, un labirinto di storia e miseria. Entrò nel primo bar che incontrò, poco prima della svolta decisiva che lo avrebbe condotto verso la sua vecchia strada.
Il luogo era piccolo, intimo, illuminato da luci calde e dal riflesso dei bicchieri. Il barista, un uomo sulla cinquantina, ancora dinamico e muscoloso, si muoveva con la pratica efficienza di chi ha passato una vita dietro al bancone. Una sola cameriera faceva la spola tra i pochi tavoli di formica, all’interno e all’esterno.
«Buongiorno!», disse Davide, accostandosi al bancone per farsi notare. Appoggiò il borsone su una sedia solitaria, come a reclamare un pezzo di pace, e si diresse verso la vetrina dei panini, il vetro unto che prometteva salvezza.
«Buon…», il saluto del barista morì in gola. Gli occhi dell’uomo si spalancarono in una combinazione di incredulità e quasi timore. «Buon Dio onnipotente. Ma tu… tu sei Davide!»
Il bar, fino a un attimo prima ronzante di chiacchiere da pranzo, cadde in un silenzio improvviso. Alle sue spalle, Davide sentì una cessazione collettiva di masticazione e risate.
Alzò lo sguardo e incrociò quello di Enzo. Se lo doveva aspettare: in quel quartiere ci era cresciuto, e quasi tutti del “giro” lo conoscevano. Era un’affermazione, non una domanda.
«Sì Enzo, sono proprio io…», Davide permise a un sorriso teso, ma sincero, di increspargli il volto verso il vecchio amico di suo padre.
In fondo al bar, cominciarono i mormorii. Sussurri rapidi e bassi, come il fruscio di foglie secche. “È lui.” “Dopo tutti questi anni…” “Credevamo fosse morto.” Era una paura senza nome, la reazione a qualcosa di leggendario che tornava improvvisamente reale. Per la gente di Sottoripa, l’improvvisa ricomparsa di Davide era come se un guerriero mitico, dato per disperso, avesse varcato la soglia.
Enzo, notando il panico silenzioso, si sporse sul bancone verso Davide. «Non ci posso credere, sei vivo! Ma dimmi un po’…» Si interruppe, abbassando la voce, pur mantenendo un tono di burbera normalità. «Ignora i mormorii, ragazzino, anche se lo so che non è facile. Sai come sono… Dove diavolo sei stato per tutto questo tempo?»
Davide strinse la mascella. Temeva quella domanda più del giudizio e sapeva che chiunque lo conoscesse l’avrebbe pretesa. «Prima in Italia e poi all’estero… Un po’ in giro, sai.» Tagliò corto.
Enzo lo fissò con occhi che sapevano leggere troppo. «Un bel casino ti sei lasciato alle spalle», disse, tornando alla realtà. «Tuo padre sa che sei tornato?»
«Ehm no, sono appena arrivato e, te lo giuro, sto morendo di fame!» Il cambio di argomento fu una richiesta di tregua.
«Uh sì, certamente! Fame! Cosa ti posso offrire? Offre la casa, Davide!» L’energia tornò negli occhi di Enzo.
«Prendo un toast prosciutto e formaggio e una birra media, grazie!»
Enzo scosse il capo, intenerito e nostalgico. «Sembra ieri che ti servivo un panino al salame e la Coca-Cola! E ora ti servo birra! Arriva subito, accomodati!»
Mentre Enzo si voltava per lavorare alla piastra, Davide sentì il peso degli sguardi alle sue spalle. Un guerriero era tornato, e adesso la paura si mescolava all’attesa.
Davide sorrise con un misto di gratitudine e preoccupazione, quindi si avviò verso il tavolino libero. Si lasciò cadere sulla sedia, osservando Enzo al bancone riscaldare il toast sulla piastra e versare la birra in un bicchiere freddo, preparando il vassoio che di lì a poco la giovane cameriera gli avrebbe portato. Enzo era visibilmente invecchiato, con i capelli che si erano incanutiti e le rughe che gli avevano segnato il volto con la mappa di una vita di lavoro. La vista gli fece sorgere una domanda dolorosa: anche l’aspetto di suo padre sarebbe stato tanto diverso dall’ultima volta che l’aveva visto?
Suo padre.
Non poteva immaginare un padre migliore, anche se il genitore era stato spesso severo, taciturno e poco presente per necessità. Aveva cresciuto lui e suo fratello da solo, destreggiandosi al meglio, senza mai far mancare loro il necessario, sacrificando gran parte della sua vita personale. Davide sapeva di avergli causato innumerevoli e profondi dispiaceri; forse era per quello che la morsa fredda allo stomaco, all’idea di bussare alla sua porta, non lo abbandonava.
I suoi ricordi turbolenti furono interrotti da un’ombra gentile. La cameriera, poco più giovane di lui, si avvicinò con il vassoio. Era una ragazza dai modi timidi e gli occhi scuri, che posò il toast e la birra con una delicatezza quasi eccessiva.
«Grazie», disse Davide, sorridendo con meno entusiasmo del dovuto, troppo preso dai pensieri che gli turbinavano in testa.
«Prego», rispose lei, la voce appena un sussurro. I suoi occhi indugiavano su di lui con una curiosità che non era solo quella del quartiere. Le sue guance si arrossarono leggermente mentre si sporgeva un poco verso il tavolino, abbassando la voce.
«Mi chiamo Alessia», disse, con un coraggio improvviso. «Ehm… Ben tornato, Davide.» Le sue dita si mossero nervosamente. Mentre si allontanava, con un gesto rapidissimo e impacciato, allungò un tovagliolo di carta piegato. «Per favore… per quando non avrai più così tanti pensieri…» Mormorò, senza dargli il tempo di rispondere, e si allontanò veloce verso il bancone, il cuore che le batteva all’impazzata. Davide si ritrovò a guardare il tovagliolo: all’interno c’era un numero di cellulare scritto con un tratto incerto.
Mentre addentava il toast caldo e saporito, e il gusto amaro della birra gli riscaldava la gola, si sforzò di allontanare i pensieri. Osservando il banco frigo dei gelati, l’ennesimo ricordo si fece strada: le corse da bambino con gli amici, il furto innocente dei gelati prima di scappare, sapendo che suo padre, puntuale e dignitoso, sarebbe andato a saldare il conto la sera.
Enzo lo interruppe, appoggiato al bancone. «A tuo padre verrà un colpo quando ti vedrà!»
«Spero di no…», Davide sorrise, un sorriso più genuino questa volta.
Finì la birra, ne apprezzò l’effetto distensivo, e buttò via i tovaglioli stropicciati del toast. Si alzò, portò il bicchiere al bancone, afferrando il portafoglio. «Quanto ti devo Enzo?»
«Ah non scappi più?»
Risero, un suono rassicurante e normale.
«Non preoccuparti ragazzo, consideralo il mio bentornato, un piccolo debito saldato in anticipo!»
Davide non sapeva cosa dire. Nei suoi piani non c’era quello di restare, ma non voleva ferire l’uomo che era stato così gentile e caloroso.
«Sei sicuro?»
«Certo!», Enzo non accettò repliche, ma il suo sguardo cadde per un istante sulle medagliette militari consumate che Davide portava al collo, un dettaglio che strideva con l’ambiente del bar. Distolse rapidamente lo sguardo e guardò l’ora sull’orologio. «Se ti sbrighi, forse riesci ancora a trovarlo in casa tuo padre! Di solito fa un riposino a quest’ora.»
Di riflesso, Davide guardò l’ora: le 15:20. Come era volato il tempo.
Dopo aver ringraziato Enzo per il pasto e per l’accoglienza, si mise il borsone in spalla e si diresse verso Piazza De Marini. Era proprio dietro l’angolo, un centinaio di metri che separavano il passato recente da quello remoto, il rumore del bar dal silenzio della casa paterna.
Mentre si avvicinava al portone di casa in Piazza De Marini, Davide si ricordò, con una fitta di irritazione, di non avere più le chiavi. Avrebbe dovuto suonare, ma prima che potesse allungare il dito verso il citofono arrugginito, il portone si mosse, spinto dall’interno da qualcuno che stava uscendo.
Il pesante legno si aprì lentamente, rivelando prima l’ombra e poi la figura intera. Quando l’apertura fu completa, Davide alzò lo sguardo e la vide.
Era Sofia.
Bella. Non una bellezza che il tempo aveva migliorato, ma una bellezza che la memoria aveva conservato, immutata. I suoi lineamenti, i suoi capelli scuri, erano esattamente come li ricordava.
Si ritrovarono immobili, un istante congelato tra il frastuono della strada e il silenzio del palazzo. Lei teneva il portone socchiuso, la sua espressione un muro di indifferenza ma, sotto la superficie, completamente indecifrabile. Era impietrita, come se il suo corpo fosse stato colpito non da acqua gelida, ma da una scarica elettrica di pura incredulità.
Davide, con la gola secca, riuscì solo ad alzare una mano, un gesto banale, un saluto muto e incerto. Non sapeva cosa dire. Troppo tempo era passato dall’ultima volta che si erano parlati, e quel dialogo finale non era stato amichevole, ma un addio carico di veleno e rimpianto. Troppo c’era tra loro: troppo dolore, troppo silenzio, troppi anni divorati.
Non esisteva una frase giusta, una parola adatta a sciogliere quell’incontro accidentale. Sentiva che se avesse aperto bocca, avrebbe rovinato l’unica cosa intatta che restava: quel momento sospeso, sebbene imperfetto.
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